|
martedì, 22 dicembre 2009
Vedi alla parola compassione
La compassione non è un sentimento deprecabile, se si pensa al suo significato di “soffrire con qualcuno”; lo stesso Kundera ce lo ricorda in un passo della sua “insostenibile leggerezza dell’essere” .
E’ certo, però, che, nell’accezione comune, il compatimento è visto come qualcosa di negativo: l’avere pietà per qualcuno presuppone il sentirsi superiori, determina il grattarsi qualora si incontri la persona compatita. Pertanto, nella vita di tutti i giorni, non è mai auspicabile suscitare negli altri un sentimento del genere .
Detto ciò, il sentimento della compassione è stato spesso il nostro destino/maledizione.
Non a caso le nostre sorelle, nei loro momenti più parossistici (non frequenti ma neppure rari), hanno espresso affermazioni quali: “Piuttosto che fare la fine di Ossimoro mi ammazzo” o anche “ Mi riconsolo se penso ad Ossimoro”. E niente poteva convincerle del contrario, neppure le nostre più risolute asserzioni “vi garantisco che non sono jellata ….suvvia, un lieve difetto all’udito e qualche altro problemuccio , tra l’altro risolto, non può farvi credere che sia una sfigata, cosa…cos’hai detto? Scusami, ti puoi avvicinare da questa parte che dall’altra nun ce sento”.
Effettivamente il complesso della piccola fiammiferaia ce lo siamo portato dietro, anche per colpa nostra.
Ad esempio il nostro viso smunto, una certa predisposizione a ridere poco e a far da tappezzeria nelle occasioni mondane, evoca negli altri l’immagine di una persona infelice. Non a caso, il commiato che solitamente ci sentiamo rivolgere il venerdì da un amministratore che assistiamo è il seguente: “mi raccomando, questo week end si vada a divertire”.
Aggiungiamo che giorni fa, tra le vecchie cose, abbiamo trovato un pupazzetto che ci ha fatto venire in mente un vecchio episodio di una tristezza inaudita (e che ha ispirato questo post).
Accadde che nostra sorella e la sua amica, allora adolescenti, trovarono sulla nostra scrivania una resina che rappresentava un piccolo riccio antropomorfo che indossava una salopette e un paio di occhialetti da vista, seduto su di una pila di libri nell’atto di leggere.
In effetti la figura era già patetica di per sé ma se pensate che sotto il pupazzetto c’era scritta la seguente frase:” teneramente a me stessa”, capite voi che ce le eravamo andata proprio a cercare.
L’amica dopo aver letto l’auto dedica (che c’è di più triste di farsi una dedica da soli? ) e ricollegando il riccio alla sua padrona, provò un tale accoramento che ebbe nei nostri confronti parole di pietà (il tutto ci fu riportato da quella mascalzona di nostra sorella).
Fummo giudicate come delle reiette che si erano identificate nel pupazzetto e vi avevano proiettato la loro scialba esistenza (il riccetto era anche un po’ gobbo); presumibilmente, se non avesse conosciuto la casa dove abitavamo, ci avrebbe immaginato in una fredda soffitta a scrivere su una pergamena con il moccio al naso. Come darle torto se si pensa che allora la differenza di età era notevole (15 anni loro , 23 noi) e le due ragazzette, che avevano una vita sentimentale molto più reale della nostra (in quel periodo passavamo le nostre giornate ad aspettare la telefonata - che non arrivò mai - di Carminiello, si, il Gigi D’Alessio di Torre del Greco, per caritàdiddio) e che avevano avuto fino ad allora una certo rispetto per noi, si videro crollare improvvisamente il cliché “della giovane e libera studentessa universitaria” , tanto da indurle ad affermare “se l’università riduce così manco morte ci iscriviamo”.
martedì, 15 dicembre 2009
Come un elefante legato al palo con un filo di seta
Ossimoro e il Lemure fuori da una pizzeria.
Ossimoro (saltellando dal freddo e avvicinando il faccione a quello dell’amato): Gigi, mi vuoi bene, quanto mi vuoi bene, uffa non mi dici mai che mi vuoi bene ma mi vuoi bene, forse mi odi, mi dici qualcosa di carino, eh? eh?
Lemure (senza scomporsi) :” io sono legato a te come un elefante al palo da un filo di seta…..”
Ossimoro (pensa “me cojoni” ma dice): ma che bello…..(poi con gli occhi che si fanno obliqui e l’espressione a punto interrogativo) Gigi è impossibile, l’elefante appeso ad un filo di seta cade a terra, l’allegoria non funziona…
Lemure: stupidina, l’elefante non è appeso, è legato ad un palo.
Ossimoro: ah eccooooo, non so perché mi ero immaginata un elefante appeso per aria, in effetti, non aveva senso. Aaaaaaaaah (dando un urlo) ma che bello, tu vorresti dire che non ti senti legato da alcuna catena e che ogni giorno scegli di stare con me, ma amore questa cosa è bellissima ….
(di nuovo lo sguardo si fa obliquo e torna l’espressione rintronata).. Gigi dove sta la fregatura?
Lemure: quale fregatura? la spiegazione è quella che hai dato.
Ossimoro: però, quando vuoi, te ne puoi andare, puoi sciogliere in un momento il filo di seta. Che ce vò! Ecco, perché non mi vuoi sposare, perché vuoi rimanere appeso ad una speranza quella di rimanere cazzeggione per sempre. Sono quei cazzoni dei tuoi amici perdigiorno a metterti in testa queste cose, che aspettarsi da una combriccola di svitati, di cui uno ha un figlio e non ne parla mai neppure sotto tortura, l’altro entra in competizione con un bimbo di tre anni rubandogli il latte e facendolo mettere a piangere, un altro ancora pensa che tutto si risolverebbe se l’Italia fosse divisa in tribù come quelle che c’erano prima dell’avvento dei romani e poi, Gigi ti coglionano solo perchè hai preso un impegno con me….
Lemure (iniziando a ridere): ma Mimmi veramente mi coglionano da quando gli hai detto che mi chiami "Gigi" (n.d. O. con la g francese) e sopratutto da quando gli hai raccontato del peluche di hello kitty che mi hai fatto trovare sotto le coperte con il bigliettino ”tesoro ti sono vicino”. Come dargli torto mi hai rovinato per sempre.
Ossimoro (unendosi alle risata) : vabbuò ma la pupazza era per farti compagnia che ero uscita, tutta invidia. Gigi, senti a me, magari a loro capitasse una pupazzetta come me, vero, vero???
Lemure: capiraiiiiiii, come nooooo.
mercoledì, 09 dicembre 2009
Il colore viola
Sabato scorso è stata una giornata straordinaria e liberatoria, c’era il sole e si respirava un’aria nuova o almeno così ci è sembrato.
Il corteo era immenso e in mezzo a tante belle persone, ce ne era una in particolare, più bella di tutte, a noi particolarmente cara: Emme.
Come se ci fossimo conosciute da una vita, ci siamo riconosciute e abbracciate, la cosa è stata anche un po’ schizofrenica, perché da una parte c’era la voglia di raccontarsi ancora e ancora e dall’altra c’era la manifestazione. Chi ci sta stava vicino poteva udire il seguente dialogo schizofrenico:
Emme: "cara ma la frangetta non ti sta affatto male"
Ossimoro (in modalità iperattiva e logorroica): "dici? Senza tiraggio non mi piace, guarda che schifo"
Massa di gente: "Mafioso, Mafioso, Mafioso"
Ossimoro (infervorata e con il manifesto di Mafalda in mano): "Mafioso, Mafioso" (e poi a voce bassa) "il lavoro come va?"
Emme: "il mio lavoro ….."
Massa di gente: "chi non salta B. è, è, è…."
Ossimoro (sorella piccola e Emme in modalità più riservata): "chi non salta Berlusconi è…. aspetta ora chiamo Gmai e te la passo..." (segue telefonata di benedizione da parte di Gmai).
E poi non possono mancare frasi complimentose da ambo le parti.
Emme: "non vorrei condizionarti, se vuoi raggiungere i tuoi amici"
Ossimoro: "ma figurati, vado dove vuoi, in fondo… sono venuta solo per una passeggiata (e qui un duro colpo viene assestato all’immagine dell’Ossimoro impegnata) …cioè volevo dire, ma che ho detto?…( n.d. O. per la cronaca in tarda serata venimmo a sapere che tale uscita infelice è stata pronunciata inconsapevolmente alla cornetta del cellulare in collegamento con il Lemure che una volta a casa ci ha coglionato “ ma dove te ne vai a fare passeggiate?? E noi “anche tu lo sai, ma come hai fatto?”)
E poi Emme al suo fidanzato e al suo amico: "Ossimoro è troppo simpatica, pensate ha pure trascinato un suo ex fidanzato con la macchina"
Ossimoro: (cercando di dissimulare il rossore sulle guance e l’immagine da serial killer che potrebbe evincersi): "non è che l‘ho proprio trascinato…"
Emme: "su, dai non ti vergognare…"
Ossimoro: "guarda, in effetti, il fatto è proprio accaduto da queste parti, abitava in fondo a tale via" (che strana sensazione stare con Emme sul luogo del delitto tanto raccontato).
ancora Ossimoro: "ma questo viola quanto ti sta bene" (riferendoci alle sciarpe acquistate da Emme e il fidanzato)
Emme: "in effetti il viola è come il nero, sta bene su tutto"
Ossimoro: "signora mia, ti svolta una serata"
E così via, a chiacchierare fino a che dal palco qualcuno dice (più o meno): “questo è il popolo di internet fatto di persone vere che qui si sono incontrate….”
E noi e Emme, come fossimo due innamorati per i quali non esiste nessun’altro, esclamiamo all’unisono : “parlano di noi!!!!”
E poi l’intervento di Salvatore Borsellino, il più toccante, moltissimi con l’agenda rossa in mano, è la rabbia che si scioglie e un senso di umanità che unisce tutti.
Arriva il momento dei saluti, ci abbracciamo di nuovo, con la promessa che no, non sarà l’ultima volta..
Insomma è proprio bello ricordarsi che a questo mondo non si è soli.
mercoledì, 25 novembre 2009
Quello che le segretarie non dicono
Quando in ufficio arrivano donne piacenti per conferire con gli amministratori e noi assistiamo in qualità di segretarie verbalizzanti, c’è sempre qualcuno tra gli ometti che deve rivolgere complimenti galanti alla bella donna in carriera che ha di fronte (sti tipi di femmine hanno sempre il trucco impeccabile e sono alte più di un metro e settanta forse alle scuole da manager le prendono solo così); fino a qui niente da eccepire (a parte il fatto che non si sono mai viste donne amministratici che durante una riunione di lavoro si complimentano per la beltà di un ometto, pena l’esser prese per delle ninfomani). Poi però la situazione volge al ridicolo tanto che noi già prevediamo dove andranno a parare tutti e, un attimo prima dell’irreparabile, tendiamo spontaneamente a slittare dalla sedia in avanti per nasconderci dietro il blocco per gli appunti, pensando “gesù che questa umiliazione mi sia risparmiata”. E infatti dopo che tutti i presenti hanno annuito contemporaneamente sulle doti della predetta (tipo la pubblicità del chinotto), si accorgono imbarazzati che dietro loro c’è una entità silenziosa intenta a scribacchiare che l’anagrafe cataloga come femmina, e allora, per pura galanteria, tutti si sentono in dovere di indirizzare alla femmina menzionata lodi altrettanto lusinghiere. Ci tocca ascoltare parole come “che visione angelica qui dietro noi”, “che ragazza splendida e silenziosa che ci assiste ” e noi sorridiamo (qualche volta ci sarà pure sfuggita qualche alzata di ciglio rassegnata) mentre in realtà pensiamo: “un fucile da caccia per favore”. Il rodimento di culo deriva dal fatto che è risaputo che proprio non reggiamo fisicamente all’ambiente di lavoro. Pertanto, le 7/8 ore di lavoro appena trascorse, la luce al neon, il trucco bello che andato, la bocca arsa e probabilmente qualche effluvio acido dalle ascelle dovuto all’ansia e all’ambiente iper riscaldato, sono elementi che depongono a sfavore della sincerità di sti’ complimenti. “Altro che visione angelica” vorremo obiettare “spettrale direi, con sta’ cera che me ritrovo" e ancora: "che me state a prende per lu culo?" echeccacchio non si può lodare una che, dopo mezza giornata di lavoro, è ridotta come la patetica e infelice Agnes Cooch, l’impresentabile segretaria di zia Mame. A dire il vero, oltre che provare rabbia, avvertiamo imbarazzo per noi e tutti loro, uomini potenti che si sono andati a ficcare con le loro stesse mani in una farsa da due soldi. Preferiremmo essere trattate come il povero Bob Cratchit piuttosto che subire questo atteggiamento di accondiscendenza (il Lemure più di una volta per riferirsi al nostro lavoro, si è lasciato scappare l’espressione “quel carrozzone paternalistico”). E comunque, nonostante il tono bonario, non c’è molta differenza tra noi e l’impiegato bistrattato di “Canto di Natale” ; infatti, dopo tutti quegli encomi non possiamo fare altro che, per il disagio, ingobbirci, stringerci la sciarpa attorno al collo e continuare a lordarci le dita di inchiostro (siamo mancine) mentre pensiamo: “anch’io ho una dignità sebbene questa dannata luce al neon evidenzi la trama infeltrita del mio maglioncino”
(n.d.O.: non sempre portiamo una sciarpa al collo ma era per rendere più patetica la scena).
lunedì, 23 novembre 2009
Comunicazione di servizio
Perchè non posso più commentare, aiutooooooooo!
Anche perchè avrei due cosette da dire a Canto e cioè come la capisco sulla mancanza di curiosità dei nostri compagni (chi l'avrebbe mia detto che uso il termine compagno con una certa disinvoltura senza sentirmi una sessantenne). Infatti sebbene io abbia disseminato i miei discorsi di tanti indicazioni per arrivare a leggermi, il Lemure mi ha fatto ben capire che non gliene può fregar di meno e ne vogliamo parlare delle ex? Mio dio, è uguale uguale. Ed inoltre la performance di Damiano è stato una grande delusione, vabbuò ora l'ho detto, mi sono tolta un macigno.
Ritornando alla questione commenti davvero se non si risolve, la vedo brutta (quando tento di commentare mi appare l'inciso "la barra strumenti commenti_youtube non esiste") . Mi sa che ho preso un morbo.
martedì, 10 novembre 2009
Discorsi fast food
“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, chi”…aggiungiamo noi…”inizia a fare discorsi alla signora mia, chi inizia a blaterare banalità”. Se si può morire di grigiore, preparateci il necrologio perché siamo già belle che defunte. E’ davvero avvilente che una donna che aneli a frequentare circoli e salotti letterari dove immagina di andare con un copricapo in lana cotta e un anello di ambra per conversare dell’arte poetica di Verlaine e fare battute argute mentre sorseggia un vino amabile, si ritrovi invece a primeggiare nella pratica avvilente dei discorsi insulsi e ordinari al compleanno di un bimbo mentre si rimpinza di pizzette rosse, tramezzini e Fanta (la ruota si è messa nuovamente a girare, sono ritornati quei bei rinfreschi di una volta, peccato che ora ci si vada in veste di zia e non più in veste di compagnuccia di classe). Ebbene semmai nella vita avrete bisogno di frasi cretine (magari state lavorando al dizionario delle banalità), potrete contattarci, siamo le regine incontrastate dei “discorsi fast food”, quelli utili a colmare il vuoto imbarazzato che aleggia in una stanza colma di gente semi sconosciuta ma che, dopo un secondo, appesantiscono le menti di chi li ha ascoltati. E infatti mentre ci ingozzavamo alla festa del bimbo (e quando ci ricapitava più), il Demone delle insulsaggine si è impossessato di noi, ed ecco quello che abbiamo detto ad una mamma:” dall’ultima volta che l’ho visto, il tuo bimbo si è alzato e si è sfinato (n.d.t.: dimagrito)” e senza neppure darle il tempo di rispondere “ certo con tutto quel moto che fa, quando si va l’asilo tutti i bimbi si sfinano” con lo sguardo scafato di chi ha già avuto esperienza nel settore. Subito dopo è seguita l’asserzione nostalgica piuttosto apprezzata in questi tipi di adunanza, e cioè:“ ah il tempo come passa in fretta, noi ci invecchiamo e loro crescono, goditelo, perché questa è l’età più bella”. E infine non può mancare l’auto crocifissione e, quindi, ad una neo mamma” dio mio, come sei in forma, non si direbbe mai che solo un mese fa hai sfornato questa bimbetta, guarda, ho più pancia di te, che rabbia che mi fai” e non soddisfatte, ci siamo alzate per mostrare il ventre globuloso a tutte, che se ce lo avessero chiesto saremmo state disposte ad alzare pure la canotta: “ti assicuro mia cara, non è la canottiera che fa ringofiamento, questa è tutta panza”, perché si capisca che non bluffiamo: “sembra che porto avanti una gravidanza di sei mesi, tocca se non ci credi”, perché l’auto coglionamento è pan per i nostri denti e non si pensi che siamo seconde a qualcuno.
Per ritornare ai discorsi alla signora mia, non c'è niente da fare, ci si può documentare, viaggiare, frequentare gente di intelletto superiore ("fattela con chi è meglio di te" diceva sempre nonna) ma siamo convinte che una certa visione del mondo ce la porteremo sempre dietro per via dei geni e dell’ambiente in cui si cresce e non c'è istruzione che tenga, perché se si sta le ore sane ad ascoltare affermazioni tipo:” l’importante è la salute”, “il nuoto è uno sport completo”, “non ci sono più i sapori di una volta”, “questa casa non è un albergo”, “chi ha mamma non piange” è evidente che non si può andare troppo lontano. Per esempio una Carla Bruni di che parlava con la madre? Di certo mammà non le rinfacciava: “se muoio non ti azzardare a portarmi un fiore sulla tomba” ma semmai le diceva con tono allegro e spensierato: “tesoro quando morirò voglio che le mie ceneri siano sparse nel fiume Gange e che sia data una festa in mio onore; cara, per l’occasione indossa un sari rosso che quel colore ti dona tanto”.
Quindi queste nostre sortite non ci devono sorprendere più di tanto, saremo destinate a reiterarle e tramandarle alla nostra progenie, già ci vediamo ad urlare alla nostra figliola “se vai avanti così mi farai morire di crepacuore” …e variante alla solfa sull’addobbo funebre..."non ti azzardare a farmi una corona di fiori per il funerale, perché "dopo", i fiori non servono a niente e, allora sì, che ti accorgerai che è troppo tardi per chiedermi scusa”.
mercoledì, 04 novembre 2009
Di nuovo in palestra
Con la pena nel cuore riecocci, in uno scantinato, a dimenare rotule e bacino al ritmo forsennato di incitamenti quali “corazon”, “ànimo”, “fuerza” del passionario istruttore brasiliano che, per nostro grande scoramento, scambia la lezione di gym music con quella di ballo latino americano e, senza preavviso, gli parte un merengue o una bachata e noi lì ad accartocciarci su noi stesse cercando di andargli dietro. Il passionario, nonostante veda la maggior parte del gruppo girare a vuoto come un soldatino al quale si è data la carica, va avanti ugualmente (nella tradizione delle palestre moderne dove se uno degli allievi si abbatte al suolo per un’angina pectoris, la lezione prosegue ugualmente). Probabimlente pensa che esortazioni come “siete bellizzime” possano sortire chissà quale effetto, quando invece all’ennesima lusinga, una casalinga dall’aria scoglionata, peggio della nostra, ha sbottato affranta:”se ce lo dice lui allora siamo a posto” alludendo alle preferenze sessuali dell’istruttore che fanno sembrare il “siete bellizzime” come minimo una provocazione.
Il gruppo di gym music è costruito oltre che da noi e dalla casalinga scoglionata da una variegata e interessante umanità, citeremo i casi che più ci hanno colpito.
Innanzitutto non può mancare la prima della classe, colei che sta in prima fila, alla destra dell’istruttore, l’unica che riesce ad andargli dietro quando si dimena come un’indemoniato ai ritmi caraibici, insomma una tipa che crede di essere la Jennifer Lopez di "de noantri" con i capelli lisci che lascia sciolti perché tanto non le si arriccerebbero neppure facesse 100 flessioni con un braccio solo e un culetto che, tutto sommato, non ha ancora conosciuto le leggi gravitazionali.
Poi c’è colei che è stata da noi denominata Lisbeth Salander che è il personaggio più carismatico del gruppo: piccolina, magra, scattante, con il piercing al ciglio e un trucco pesantissimo agli occhi che non avremmo il coraggio di riprodurlo su di noi neppure la notte di Capodanno. Ci ricorda così tanto l’eroina di Larsson che ci aspettiamo che, da un momento all’altro, alzi la gamba a mò di thai boxing e prenda a calci nello stomaco chiunque inciampi vicino al suo raggio d’azione e intralci i suoi movimenti.
C’è infine il ragazzino nella fase più atroce dell’adolescenza, quella fase in cui la natura, per puro capriccio, divide gli esseri umani tra fortunati e sfortunati. I primi sono quelli che nonostante qualche brufoletto non si deformano, puzzano in maniera tollerabile, si muovono con disinvoltura; generalmente i maschietti di questo universo praticano sport di gruppi allenandosi a quello che sarà lo spirito cameratesco da adulti, le femminucce son tutte gridolini, french manicure e strusciamenti sui maschietti sopra menzionati. Poi c’è l’universo degli sfortunati o scalognati, che a dir si voglia, che la natura si diverte a deformare, fortunatamente per una breve periodo della loro vita (anche se a volte tale breve lasso di tempo può avere effetti devastanti sulla loro crescita), tanto che si potranno osservare tra gli sfortunati, ragazzetti con piedi grandi su stature piccole, bacini corti su gambe lunghe e cose di questo genere ma sopratutto la maggioranza di questi non possiede alcuna grazia nei movimenti. Un esempio di scalognato sgraziato ce lo troviamo appunto in palestra, ci fa una tenerezza incredibile, (sicuramente è stato costretto ad iscriversi da una mamma cazzuta e oppressiva che gli urla contro “se non ti va di fare calcio almeno vai in palestra che sei tutto gobbo”), andremo lì a consolarlo ma evitiamo per timore che, nel suo gesticolare inconsulto, gli parta involontariamente un manrovescio nella nostra direzione.
Vi lasciamo immaginare quando l’istruttore in maniera autistica, fregandosene di ciò che gli avviene intorno, prende a sculettare e muovere i piedi contro tempo, se per noi è una impresa ardua, per il ragazzo sfortunato è l’inizio della fine, lo sguardo si fa attonito, le gambe molli, inizia a roteare su stesso alzando e ritraendo in maniera convulsa le braccia e le gambe come fosse una marionetta di legno manovrata da chissà quale burattinaio, fino a quando non si fa lo sgambetto da solo. A dire il vero, più di una volta abbiamo temuto che potesse fare del male a se stesso oppure che Lisbet Salander potesse prenderlo a calci vedendosi invadere il suo spazio vitale da qualche movimento sconnesso messo in atto involontariamente dal ragazzetto.
Allo sfortunato vorremmo dire di non abbattersi e ricordargli la favola del brutto anatroccolo, perché esiste la possibilità reale che anche le persone scoordinate e dislessiche possano attraversare indenni quel tragico periodo che è l’adolescenza e, una volta adulti, trovare il coraggio (coadiuvati da un buona crema anti odorante) di mettersi in seconda fila (wow) per competere con “la prima delle classe” in una qualche palestra di periferia quando fino a qualche tempo prima non avrebbero mai osato tanto (“c’è dell’ autobiografico in questo inciso”!).
mercoledì, 28 ottobre 2009
Perseverare è diabolico
Immaginiamo che questo post farà prudere le mani a qualcuno per le pizze in faccia che sarà invogliato a propinarci, in quanto qui di seguito racconteremo del masochismo che ci ha condotto a perseverare nell’errore della frangetta.
Dunque, l’anno passato si era raccontata la soddisfazione procurataci dal primo taglio della frangia ma già il secondo ci aveva convinto poco mentre il terzo, a ridosso dell’estate, si era rivelato una catastrofe, con il caldo umido che avanzava, la frangetta era diventata ingestibile e, pertanto, si era ricorso all’acido (per acido si intende il tiraggio e non sostanze stupefacenti sebbene qualche viaggietto psichedelico ci avrebbe fatto bene). Il risultato era stato devastante, si andava in giro con la frangetta bruciata sparata all’insù come Tin Tin (vi lasciamo immaginare le umiliazioni ad uscire fuori dalla metropolitana o andare in bicicletta con il vento contrario). Per fortuna i capelli, una volta cresciuti, li abbiamo potuti spostare da una parte. Non contente della esperienza passata, a settembre abbiamo deciso che, una volta arrivato l’inverno, avremo rifatto il taglio, perchè il freddo ci avrebbe consentito una migliore gestione della frangetta non potendo più ricorrere all’acido .
Quindi circa due settimane fa siamo andate dalla parrucchiera invogliate dall'inconsueto clima glaciale che improvvisamente era calato sulla città. Ci furono dei segnali che il destino volle inviarci come ultimo monito ma sprezzanti l’ignorammo. Innanzitutto un senso di calore diffuso per tutto il corpo come avviso che la temperatura stava per cambiare assieme alla premonizione della aiutante parrucchiera che sentiva aria di pioggia. Quest'ultimo particolare non è da poco, essendo l’aiuto parrucchiera originaria del Bangla Desh, e cacchio, chi più di lei è esperta in tempeste tropicali e percentuale di umidità presente nell’aria e cose di questo genere, avendo vissuta 15 anni della sua vita in uno Stato che cambia capitale a seconda delle stagioni e dei tifoni?
Niente, sicure come possono essere solo delle invasate, abbiamo chiesto di procedere al taglio della ciocca senza indugio…purtroppo la ciocca stavolta corrispondeva ad una mole di capelli più consistente delle altre volte, tanto da ritrovarci a taglio ultimato con un ciocco di legno mozzato davanti agli occhi…”vabbuò” pensiamo noi “ora arriva il fono e liscerà il tutto per benino”. Neanche finiamo la messa in piega che sentiamo provenire da fuori lampi e fulmini e lo scrosciare dell’acqua. Vi lasciamo lo stop di alcune immagini come in un fotogramma, per spiegare quello che è accaduto dopo: noi che un frangettone anni 80 (e non una frangettina) usciamo dal negozio riparandoci alla meno peggio, noi che acquistiamo un ombrellino da un ragazzo bengalese (e vabbè c’è qualcuno lassù che si vuole divertire), noi che troviamo riparo sotto un balcone e ci facciamo annaffiare la testa dall’acqua della grondaia, noi che arriviamo a casa e, davanti allo specchio, ci ritroviamo sulla fronte la coda cotonata di don Chuck Castoro.
Come facilmente intuibile la temperatura nel frattempo era salita di almeno 10 gradi e ciò ci faceva imperlare di sudore la fronte, cosa che non può succedere quando ci si fa la frangia (per la cronaca ancora oggi il caldo non accenna a diminuire tanto che si potrebbe andare in giro con shorts e canotta, quando nelle nostre previsioni ci immaginavamo con un frangettino dritto dritto già a mangiare castagne al tepore di un camino scoppiettante)
Ci addormentiamo con la morte nel cuore, al risveglio non possiamo altro che constatare che la frangia è ridotta come la carcassa di un riccio sul ciglio della strada. Non ci resta altro che infleggerci la cosa più brutta che un essere umano può fare a se stesso (a parte puntarsi una pistola alla tempia) e cioè raccogliere quello che rimane della frangetta e dividerla in parte uguale in due tronconi tirati da due mollettine, una per lato, creando una raccapricciante riga in mezzo. Immaginatevi, quindi, una poveraccia che con gli occhialetti tartarugati (perché le lenti le mettiamo una volta arrivate in ufficio) si dirige con aria spaurita verso la metropolitana uguale spiccicata a Jerry Lewis nel “Nipote picchiatello”.
La giornata la passiamo a verbalizzare chiuse nella stanza (grazie a Dio non la dobbiamo dividere con nessuno) anelando di arrivare al pomeriggio quanto prima, per poter correre da Trony e acquistare la spazzola elettrica che, ahinoi, si rivelerà inadeguata essendo di circonferenza più grande rispetto alla frangetta da mettere in piega. Comunque dopo svariati tentativi, siamo riuscite a domare un poco i capelli, con il risultato di avere sulla fronte lo stesso frangettone dell'amica di Heidi, Clara, in attesa (ci vorranno almeno due mesi, urrà) che tutto ciò diventi solo un pallido ricordo.
mercoledì, 21 ottobre 2009
Week end al cinema
Sabato scorso, ci siamo recate al Festival Internazionale del FIlm riuscendo a perderci con tutto il navigatore satellitare; è infatti nostra abitudine entrare in competizione con l’aggeggio che accusiamo, con una certa irragionevolezza, di essere saccente e presuntuoso.
Aggiungiamo che, per noi, il versante nord della città, dove si trova l’Auditorium, è come fosse Marte, ci dà un senso di estraniazione totale, colonizzato come è da tribù con fattezze e costumi diversi dai nostri; tanto per fare un esempio, i maschi con le loro pashmine e cappottini avvitati blu hanno i lineamenti da fotoromanzo Grand Hotel, per intenderci, son simili a quel torsolone, pseudo sciupa femmine (orrore), che raccoglie i sassolini nel programma televisivo Forum (da non confondere con il roscio coatto perché quello ha le fattezze da versante sud/ovest), mentre le indigene femmine son tutte alte, con i capelli lisci (avete presente la Prestigiacomo, ecco) e hanno la abitudine di abbigliarsi come fossero sempre in procinto di andare al maneggio.
Detto questo, siamo riuscite ad arrivare sul luogo appena 20 minuti prima dell’inizio del film franco-libanese “Chaque jour est une fete” per il quale avevamo acquistato i biglietti (a dire il vero i biglietti degli altri film erano tutti esauriti). Che dire, è stata una bella esperienza anche perché, a nostra insaputa, siamo capitate alla proiezione ufficiale dove erano presenti produttori, attori e regista , però, il film pur essendo ricercato ci ha dato il senso di cose già viste….. film, tra l’altro, spiace quasi dirlo, che non ci ha dato le emozioni di UP visto al cinema nello stesso week end. Il cartone della Disney/Pixar ci ha fatto piangere e poi ridere e poi di nuovo piangere (ok sappiamo che dietro queste grandi produzioni ci sono psicologi, esperti di marketing, businessman scafati e chi più ne ha più ne metta però funziona e la creatività non viene messa da parte). Il prologo poi è un capolavoro, in cui con poco si capisce tutto e il cuore ti si spezza.
Per comprendere quanto eravamo commossi, a film bello che concluso mentre attendevamo una pizza, il solo rimembrare certe immagini del cartone, ha fatto comparire negli occhi del Lemure certi lucciconi che ha dovuto tirar su con il naso e noi, davanti a quella scena inusuale, ci siamo riparate dietro il tovagliolo, per nascondere un irrefrenabile pianto isterico.... i vicini di tavolo avranno pensato che eravamo una coppia oramai giunta al capolinea, che accennava a frasi tipo: "che dolore, tutto ha un inizio e una fine", "l'importante è avere dei bei ricordi" " ma sì, la vita è un'avventura che deve proseguire anche quando uno dei due vola via"......
mercoledì, 14 ottobre 2009
Leggerezza non è sinonimo di superficialità
Lo scorso week end è arrivato l’inglesino suscitando il turbamento di quelli che non concepiscono il nostro comportamento apparentemente frivolo ossia uscire in amicizia con un ex per di più portandosi dietro l’attuale partner.
Questo punto merita un breve approfondimento perché in effetti è il simbolo di come nella vita possano accadere cose inaudite che mai si ci aspetterebbe da se stessi. Eh già perché si era famose per essere le femmine più pesanti di tutto il circondario, in quanto ad atteggiamenti romantico/isterici fondamentalmente basati sulla incapacità di elaborare il lutto per la fine di una storia. E invece eccoci là a mangiare la pasta alla carbonara, tra il Lemure e l’inglesino che equamente si dividevano le porzioni, come successe a Londra con una zuppa (immagine quest’ultima che, a dire il vero, suscitò in noi un certo imbarazzo, la scena dei due intenti a inzuppare nella stessa minestra ci sembrò assurgere a maliziosa allegoria, vabbuò, ruotiamo velocissimamente la testa, come facemmo allora, per mandare via il pensiero, perché abbiamo toccato il fondo dell’ineleganza). Detto questo, non è che possiamo considerarci guarite totalmente dalla sindrome dell’ex perché in effetti consideriamo tuttora "contro natura" una improbabile cena assieme al Lemure e al chitarrista siculo (ex grande amore). Pressappoco potrebbe svolgersi così : “scusami chitarrista siculo mi passeresti il sale?”, “certo cara”, “ ah! ora mi chiami cara ma quando mi hai lasciato per tre volte consecutive in un brevissimo lasso di tempo (tale da costringere una qualsiasi donna dotata di amor proprio a rivolgersi ad un bravo analista) cosa ero per te? Carne da macello su cui infierire? Bastardo, lo sai cosa puoi farci con quella tua cazzo di chitarra?….. no per carità non potrebbe proprio funzionare.
Chiusa questa parentesi la giornata trascorsa con l’inglesino è stata davvero piacevole, tra l'altro, abbiamo avuto modo di rispolverare una vecchia passione ossia tirar fuori tutti gli stereotipi che la situazione richiedeva (l’inglesino poi si presta bene perché è un vero british). E infatti dopo averci illustrato il suo itinerario originale che lo porterà in giro per l’Europa rigorosamente su rotaie per godersi meglio i luoghi ed evitare di inquinare il mondo, noi non potevamo esimerci dal commentare ad alta voce così: “ Non c’è niente da fare, gli inglesi ce l’hanno nel sangue il senso del viaggio” e anche “ Questi cazzo di inglesi hanno un rispetto per l’ambiente che noi ce lo sogniamo”. E ancora “ ah mi chiedi di Berlusconi , ti prego non ne voglio parlare” e subito dopo “ vabbuò se proprio insisti, sai che ha fatto questo…e questo…e Dio solo lo sa, quest’altro….per non dire poi di quell’altra cosa…..” per concludere il tutto con un morso al tovagliolo scaraventato a terra come moto di rabbia. Ciò ha provocato il feedback da stereotipo dell’inglesino “sempre passionali voi italiani”.
La giornata si è conclusa con la visita ad angoli inediti della nostra città grazie ad un amico/guida turistica che ci ha raggiunto, poi i saluti di rito e un arrivederci ad una persona a cui dobbiamo molto se non altro per averci insegnato a relativizzare certi eventi perché, se non lo avessimo incontrato, probabilmente staremmo ancora a congetturare su come schiantare la chitarra sulla schiena dell’ex.
|
|