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venerdì, 31 marzo 2006
Il Lemure e il teatro.
La prima (e finora ultima) uscita da sole con il Lemure si è svolta circa un mese fa, nel giorno più freddo che memoria d’uomo ricordi.
Motivazione dell’uscita era quella di recarsi a teatro a vedere una rappresentazione che sapevamo già a priori che sarebbe stata una coglionata, ma noi laide e false come non mai, degne di essere insignite del premio Oscar come migliori attrici protagoniste, una volta saputo che al Lemure interessava, ci siamo mostrate talmente attratte verso la messa in scena e appassionate dell’autrice (non sapevamo neanche chi cacchio fosse) che il Lemure si è convinto a estendere l’invito anche a noi, facendosi sfuggire la seguente frase "avevo la possibilità di andarci gratuitamente giorni fa, ma ho rifiutato perché ci tengo a vederlo insieme a te" . Naturalmente su tale frase non è che ci abbiamo ricamato sopra, di più! ci abbiamo fatto gli origami. Tale frase ha infatti ingenerato sogni ad occhi aperti di scene di matrimonio con noi e il lemure che entravamo in chiesa e tagliavamo la torta nuziale, repentini scoppi di risate isteriche durante riunioni di lavoro seriosissime e un certo incedere baldanzoso per circa una settimana. Per non parlare dei consigli delle amiche di cui riportiamo alcuni stralci: l’amica suora: "metti subito le cose in chiaro, fagli vedere che sei seria e vuoi una relazione a lungo termine", l’amica femminista: "tiratela e non dargli importanza, fai vedere da subito chi conduce il gioco", l’amica maschilista: "dopo il teatro fatti portare a cena e fai pagare lui", l’amica zoccola: "tira fuori le tette e fagli sentire l’odore" Noi confuse e anche piuttosto scaramantiche cercavamo di spiegare loro che si trattava di una semplice uscita a teatro e che non sarebbe successo nulla, anche se in cuor nostro pensavamo a come potessimo contemporaneamente: tirarcela, fargli sentire l’odore, promettergli amore eterno e gestirci in maniera autonoma l’utero.
Una volta arrivato il gran giorno, inutile dire che avevamo dato inizio fin dalle prime ore della mattina all’opera di restauro che neanche L’INA sponsor della ristrutturazione della Fontana di Trevi se lo può immaginare. Nell’ordine ci siamo depilate, arrotate la pelle con una pialla ai semi di jojoba, fatte: il peeling al viso ai granuli di frutta, due docce una la mattina e una il pomeriggio, una maschera al viso lenitiva rinfrescante idratante antiossidante, manicure e pedicure e scelto un abbigliamento tale da sembrare sexy ma con disinvoltura ossia in modo da non fargli credere che eravamo completamente ai suoi piedi, optando per una castigata gonna di velluto viola (la cui scelta si sarebbe rivelata sbagliata) e un maglione all’apparenza casto dai toni pastello del rosa con un fiocco da collegiale ma porco per via della profonda scollatura. Mentre i nostri preparativi si stavano concludendo, ecco due eventi tragici caderci come una mannaia sulla testa: evento A: epifania del ciclo (siamo certe che il nostro ciclo tiene un’agendina dove segna prima di noi, tutte le date dei nostri appuntamenti più importanti), evento B: ci accorgiamo orrendamente, nella foga di estirpare dal nostro viso ogni segno di discendenza dall’homo erectus, di aver amputato a metà il sopracciglio sinistro. Soluzioni all’evento A : aumento della dose di deodorante ed una serie di gargarismi con una soluzione talmente urticante da ustionarci la gola (per porre rimedio all’odore pungente delle nostre ascelle e all’alitosi che ci prende durante il primo giorno di ciclo). Soluzioni all’evento B: allungamento del sopracciglio con matita nera ma una volta accorte di esserci acconciate come Greta Garbo abbiamo optato per una sfumatura più lieve e per un ciuffo di capelli messo strategicamente davanti agli occhi tanto da sembrare Andrè di Oscar o capitan Harlock (fate voi).
Dopo cotanto stress arriviamo al teatro ricavato da un ex insediamento industriale posto in una zona della città fortemente evocativa, vicino al fiume che vi scorre silente in una natura selvaggia, che in quel momento ci appare inquietante, inoltre il freddo è pungente per via di una tramontana gelida. Il Lemure è già arrivato e mentre lo scorgiamo all’interno dello stabile che ci saluta, cerchiamo di tenere un portamento alla Carla Bruni e andare avanti nonostante il vento ci ricacci indietro; è come rompere le linee nemiche, incediamo faticosamente cercando di mantenere un’aria disinvolta e quasi annoiata mentre malediciamo le scarpe con tacchetto che ogni due passi affondano nel brecciolino come fossimo sulle sabbie mobili. Continuiamo ad andare avanti nonostante un passo si e un passo no appariamo e scompariamo alla vista del Lemure come risucchiate dal vortice del destino tant’è che ad un certo punto ci attacchiamo ad una ringhiera assumendo involontariamente una posa plastica stile naufraghi della zattera della medusa di Gericault.
Una volta entrate e fatti i saluti di rito siamo così rigide e incepponite (non sappiamo se dal freddo o dall’imbarazzo) che ci sembra che in un angolo del foyer il gruppo delle "Mele verdi" ci stia cantando "gamba di legno, cuore di stagno, burattino quando diventerai bimbo come noi….". Mentre ci accomodiamo in sala e ci sediamo in modo tale da dargli la parte del sopracciglio integro e incominciamo a prendere pose alla Lecciso tirandoci ogni due secondi la scollatura, lui ci guarda perplesso la gonna e ci dice "ma lo sai che andare vestite di viola a teatro porta sfiga". A questo punto capiamo che dobbiamo cambiare discorso orientandolo verso l’argomento, sempre un po’ rischioso, delle letture preferite e infatti mentre noi ce ne usciamo " Se una notte d’inverno un viaggiatore è l’unico libro che non sono riuscita a finire, mi ha innervosito in un modo…" lui per la legge di Murphy ci risponde: "Pensa è il mio libro preferito, strano che non ti sia piaciuto" e noi " a capisco" anche se volevamo aggiungere "non mi meraviglio affatto che sia il tuo preferito, quel libro è per menti distorte" (sgrunt!).
Inutile raccontarvi la delusione della rappresentazione teatrale, unico nota positiva è che mentre stiamo per riaccompagnarlo al motorino, due secondi prima che scenda dalla macchina e, dobbiamo riconoscere, con una certa suspence nell’aria, il Lemure ci popone di continuare la serata con una pizza, neanche conclusa la frase che già facciamo fare alla nostra macchinina una repentina inversione ad U (da far invidia a Schumacher) per dirigerci verso una qualunque pizzeria. Da sottolineare che alla guida ce ne usciamo con frasi poco rassicuranti del tipo" mi scivolano le scarpe perché mi si sono ristretti i piedi dal freddo" oppure " lo sai che tutti quelli che hanno una miopia alta come la mia, hanno grandi difficoltà a vedere di notte", tali da far arretrare e attaccare alla poltrona il Lemure sempre più intimorito.
Inutile dire che una volta in pizzeria dal nervoso e la timidezza ci prende una logorrea da superare di gran lunga quella di nostra zia e tale da dire tutto quello che non bisogna dire ad un uomo ossia la verità, ad esempio che siamo nell’ordine: pigre, indolenti, fobiche, che andiamo a dormire come le galline, che portiamo la canotta della salute e che in seguito alla felice risoluzione di un evento morboso abbiamo imparato ad apprezzare di più la vita (mai parlare ad un uomo di malattie e accidenti vari, loro sono come dei bimbi nessuno li deve distogliere dall’idea che l’universo è bello e armonioso).
Insomma, la serata si è conclusa con l’annientamento di quel poco di interesse che il Lemure poteva avere nei nostri confronti e mentre ce ne tornavamo meste a casa abbiamo pensato, ricordando i consigli dell’amica zoccola, che non gli avevamo fatto sentire l’odore, ma poi ci chiediamo come si fa, magari! si distribuissero nelle profumerie campioncini a portare via ….
martedì, 28 marzo 2006
Viaggi e Miraggi
Per noi, come si suol dire, partire è un po’ come morire e non nel senso metaforico della parola.
I viaggi infatti ci gettano in uno stato tale di angoscia e travaglio che superiamo di gran lunga i tormenti che hanno incalzato l’Innominato durante la famosa notte della redenzione.
Già perché i giorni che precedono la partenza ci rendono vittime di disturbi ossessivi-compulsivi che mettono in moto dei comportamenti ritualistici a cui non arriverebbe neanche Raymond, il protagonista autistico di Rain Man. Tra questi comportamenti si ravvisa in particolare la stesura, circa un mese prima, di una tabella excel suddivisa per categorie, per intenderci, come il gioco "nome cose e città ", con la differenza che, nel nostro caso, le suddivisioni sono per vestiti, scarpe, alimenti, medicine e varie e/o eventuali. Naturalmente la valigia inizia a comparire nella nostra stanza già una quindicina di giorni prima della partenza dove inseriamo e eliminamo indumenti e scarpe a seconda delle previsioni meteorologiche e dello stato d’animo . Per quanto rigurda le medicine stiamo sul "copro tutto fino al delirio tremens" e forse per assortimento superiamo Medici senza Frontiera già perché accanto a medicine di uso comune quale aspirina, novalgine, tachipirina enterorgermina disponiamo di preparati omeopatici, antidiarroici, anti infiammatori e via dicendo. L’ultimo viaggio che abbiamo fatto sembrava che invece che a Londra si andasse a Manaus, mancava solo la zanzariera. Già perché se in patria siamo tolleranti, esterofile e curiose nei confronti delle cucine internazionali, quando si viaggia, diventiamo guardinghe e sospettose verso tutti gli alimenti con il timore che possa prenderci una qualche dolorosa e imbarazzante infezione intestinale, tant’è che più di una volta è capitato di aver portato anche un limone quale valido e naturale rimedio astringente.
A parte la valigia, c’è da dire che le notti che precedono la partenza si susseguono in un crescendo di incubi deliranti alla Raskolnikov di Delitto e Castigo, dove spiccano per lo più scene di mezzi di trasporto in avaria (aerei, navi, treni). Per non parlare poi della notte prima del viaggio in cui da un momento all’altro ci sembra che ci stia per spuntare il bubbone della peste come a Don Rodrigo, il tutto alternato da momenti di veglia in cui siamo condannate a riconsiderare il senso della nostra vita. Poi la mattina della partenza siamo così fuori che una volta ci è capitato di stare in un aeroporto straniero ed eravamo talmente intimorite che quando un ragazzo italiano ci si è avvicinato e ci ha chiesto chiaramente nella nostra lingua un’informazione, noi siamo indietreggiate con uno sguardo tra l’ebete e l’allucinato e gli abbiamo balbettato (sempre in italiano) qualcosa relativamente al fatto che non lo capivamo, naturalmente il poverino ci ha preso per delle pazze.
A nostra discolpa c’è da dire che siamo attorniate da persone piuttosto ansiose riguardo ai viaggi che probabilmente hanno operato su di noi una certa suggestione, tipo essere accompagnate da gente che prima di prendere il treno con aria da veggente pronuncia il seguente anatema "sento che questo viaggio ci porterà sfortuna" (non scherziamo) oppure prima della partenza dell’aereo si fa il segno della croce o guardando fuori dal finestrino ci dice " questo tempo non è dei migliori, probabilmente ci darà dei problemi" o ancora con un certo piglio di chi la sa lunga " questo aeroporto dove stiamo atterrando è tra i più pericolosi al mondo, guarda, è ricavato in una montagna" e noi a quel punto già non lo seguiamo più perché entrate in uno stato di apnea involontaria.
Ma ora che ci pensiamo anche certi eventi del passato ci hanno segnato inesorabilmente... come l’aver trascorso tanti anni in una scuola di suore e ogni volta che si andava in gita sul pulmann era un continuo recita di novene (a cui era obbligato anche il povero autista noto bestemmiatore nella vita privata) intervallate da frasi inquietanti della madre superiora che ci esortava ad affidare l’anima a Gesù Bambino e alla Vergine Maria nell’eventualità si capottasse il pulmman (col senno di poi e con tutto rispetto parlando, possiamo immaginare i gesti scaramantici dell’autista).
Infine avere una figura materna con una personalità piuttosto schiacciante di certo non aiuta; una volta che uscivamo con la macchina in una giornata piuttosto ventosa (c’è da precisare che non abitiamo a Trieste) con tutta la naturalezza di questo mondo ci ha apostrofato "Attenta al vento che ti porta via a te e alla macchina" e noi " A ma’ mica so’ Dorothy che un mulinello di vento se l’è incollata e se l'è portata al paese di Oz" o un’altra volta quando dovevamo andare in Inghilterra ci ha raccomandato di andar bardate come Putin al Cremlino in inverno e nonostante avessimo cercato di persuaderla sugli effetti benefici della corrente del golfo, siamo state così suggestionate che quando l’inglesino ci è venuto a prendere all’aeroporto possiamo benissimo credere che gli siano cadute le balle perché si è trovato davanti non la "sultry mediterranean beauty" di un tempo ma "Totò e Peppino a Milano".
Questo post è dedicato a Barricadiera che mi ha ispirato e con la quale ho condiviso dei bei momenti di viaggio.
lunedì, 27 marzo 2006
Cronache di ordinaria vita da ufficio
Sappiamo che potremo far innervosire chi ci legge affermando come prima cosa che tutte le precauzioni messe in atto per non fare carriera e per rimanere nell’anonimato il più possibile non sono valse a nulla, in quanto carriera la stiamo facendo contro la nostra volontà e le nostre più rosee aspettative.
Già perché più ci insacchiamo nelle retrolinee, più adottiamo il basso profilo più ci vengono a scovare. C’è da sottolineare onde evitare polemiche del tipo " chi ha il pane non ha i denti" che la cosiddetta carriera che stiamo facendo è assolutamente onoraria nel senso che abbiamo solo rogne e nessun riconoscimento in senso economico. Già perché Sancho Pansa il capo dei capi ci ha scovato nascoste come delle talpe nei sotterranei della burocrazia e ci ha voluto al suo fianco in qualità di assistenti personali, promettendoci ricompense e trofei ad oltranza. Naturalmente non gli abbiamo creduto neanche un attimo perché è risaputo che non ha mai dato un avanzamento a nessuno, anzi tutti quelli di cui sì è attorniato non sono durati più di sei /otto mesi finendo dimenticati nei gironi infernali del protocollo. Noi invece stiamo per entrare nel record di un anno (con tutti i dovuti scongiuri) .
Prima di tale rognosissimo incarico, prestavamo la nostra laboriosa opera presso un servizio dove ci trovavamo talmente bene che tutte le mattine ci recavano al lavoro contente (questo non è una constatazione a posteriori ne eravamo conscie già allora). Eravamo delle donnine attorniate da colleghi giovani e simpatici che ci volevano bene (per noi lavorare in un clima amichevole e non belligerante è prioritario) e tra una pratica sanitaria di emorroidi recidive o crurali e una di prolasso del retto (non scherziamo) intavolavamo spesso e volentieri alti dibattiti su filosofia, psicoanalisi, teorie della relatività e sull’essere zitelle oggi. Spesso in tali tavole rotonde fungevamo da catalizzatore. Inoltre avevamo un capo con cui ci scambiavano pareri cinefili; fu lui a farci conoscere Greenway o farci vedere il primo Win Wenders per intenderci il film con la scena del protagonista che defeca. Raggiungevamo poi l’apoteosi della giornata quando ci affaccendavamo a calcolare on line ai nostri colleghi il numero del destino, i ching, gli oroscopi cinesi, celtici, magrebini ecc.. Insomma lì eravamo un importante punto di riferimento sociale/culturale, un po’ come il sacerdote in un piccolo paese o lo stregone in un villaggio.
Ma come tutti sanno lavorare bene e con allegria è un evento aborrito e osteggiato dai grandi capi ed ecco che siamo state chiamate ai piani alti, a fare assistenza nella cosiddetta "stanza dei bottoni". Ora siamo tutte solette in una stanza che è una contraddizione perché se da una parte è attrezzata con un arredamento da mega direttore di fantozziana memoria tipo tavolo in mogano, cristallo e pelle umana con tanto di sedia che ci sovrasta a catafalco, dall’altra la stanza è più che altro uno sgabuzzino vicino al bagno tant’è che sembra essere simile all’avamposto degli autogrill dove c’è la signora che chiede le monetine per l'accesso ai w.c.
Ma passiamo a descrivere l’ambiente umano, il servizio ahimè è costituito da tutte donne che sono un vero e proprio zoccolo duro (per non dire altro), talmente duro che mi hanno accolto come un Calderoli può accogliere cinque cinesi, due slavi e un bengalese. Per lo più ecco chi sono:
La segretari icona: non un donna ma una replicante, bellissima, sempre in ordine, con un autocontrollo fenomenale, con abiti costosissimi da capo a piedi (tanto che ci chiediamo se vada a rapinare le banche all’ora di pranzo) con una capigliatura sempre in piega stile Nicoletta Orsomando (che se pure andasse nella foresta pluviale neanche un capello gli si incresperebbe) rimasta negli annali per essere stata in missione in Sardegna e per aver lavorato sotto il sole allo zenith con un lupetto e senza aver dato neanche un segno di collasso o almeno di una goccia di sudore mentre noi, è cosa risaputa, entriamo in uno stato di putrefazione già dopo due ore dall’inizio del lavoro. Una donna perfetta e irreprensibile anche sul piano professionale, mai uno sbaglio, ma se le si da certamente un 10 e lode sul lavoro le diamo un bello zero spaccato sul piano umano… per intenderci è una che dopo che ha stretto la mano a qualcuno disinfetta la propria con apposita cremina Dior ed è falsa come non pochi, considerate che se gli si facesse cadere sui pantaloni Cavalli una intera vaschetta di inchiostro reagirebbe con un "non ti preoccupare" senza il minimo cipiglio salvo poi farvi un rito makumba di nascosto. Un ulteriore onta che le si è aggiunta è quella di stare segretamente con un collega barilotto. Potreste pensare che sta’ cosa la riabiliti perché lei così perfetta è capace di andare oltre l’apparenza ma non è così, lei l’ha prescelto perché lui è come lei, attento solo all’apparenza, profondo quanto una vasca da bagno, mitomane, megalomane, ipocondriaco, racconta balle a perdifiato e che si crede l’uomo più bello del creato, uno per intenderci che ostenta uno screen saver della cappella sistina per far capire che è un intellettuale e che è frequentatore assiduo e, a suo dire, riverito dei negozi Gucci e Bulgari (ma anche lui fa lo svaligiatore di banche alla pausa pranzo?). Insomma uno che sarebbe capace di affermare "l’altro giorno ho incontrato il Papa e quando mi ha visto ha fatto la genuflessione" . Ma continuiamo con la descrizione delle colleghe.
La Calabrolesa: è un’altra collega anche lei bella, firmata da capo a piedi ma a differenza dell’altra, la calabrolesa è sprovvista di alcuna cautela e gentilezza verso il prossimo in quanto arrogante, presuntuosa, maleducata, prepotente che ci si rivolgeva come fossimo Mami di Via col Vento, finché una volta l’abbiamo definita cane rabbioso e da allora ci ha odiato con una cattiveria che quando passavamo davanti a lei ci rideva dietro e come poteva parlava all’orecchio delle colleghe (ok potremo sembrare paranoiche ma questi sono i fatti), per fortuna quando parliamo di lei possiamo usare il passato perché ci ha da poco lasciato…non fraintendete..è che la sua terra natia se l’ha richiamata e se ne è andata per sempre non lasciandoci alcun bel ricordo.
La slava spietata: una bella donna ma avanti con l’età che ti squadra con aria snob dalla testa ai piedi e si ostina a vestire con pantaloni bassi e stivali da cow boy. Si distingue particolarmente per la sua spietatezza tanto che quando si mette il cappotto di pelle nero lungo alla Matrix e ci si palesa davanti all’improvviso ci fa sempre una certa impressione sembrandoci molto simile ad una SS. Da segnalare le sue uscite per lo più di questo tenore " a "tal dei tali" prima o poi gliela farò pagare" e noi a chiederci se stia pensando di mettere il veleno nel cappuccino del malcapitato o di farlo pestare in mezzo alla strada (una volta aveva preso in considerazione proprio sta' eventualità).
La gnappa saputa: mai tanta furbizia e perfidia sono state concentrate in un metro e 55 di altezza, niente può passare nel nostro servizio senza che lei lo sappia o ne abbia dato la sua implicita approvazione, è la classica tipa che all’elementari ti nascondeva il compito ed è la cosiddetta donnina di casa che nonostante la sua giovane età, ne sa più di tutti e propina consigli a cinquantenni madri di famiglia. E anche se le sue uscite "mi’ socera m’ ha preparato il minestrone" e "come sta tu’ cognato"? ci fanno venire l’orticaria al contempo riconosciamo che vorremmo anche noi quel piglio autorevole, quella capacità di tenere tutto sotto controllo.
Una cosa che accomuna tutte le colleghe citate (oltre le Hogan sotto il tailleur) è che sono tutte delle segretarie perfette e questo non vuole essere offesa anzi è per dire che sono furbe, sveglie, pratiche, risolvono problemi all’istante; sono tipe che, quando facciamo una festicciola per il compleanno e siamo confuse sul numero di fette di torte che dobbiamo tagliare o in imbarazzo per la presenza di colleghi che non conosciamo, ti vengono in aiuto intavolando discussioni sul tempo e sulle suocere e distribuendo equamente fette di torta a tutti mentre noi stiamo ancora speculando sul numero esatto di bicchieri di carta da distribuire.
Insomma siamo arrivate ad una verità sconfortante quella che se la cultura può essere acquisita in ogni momento e da qualsiasi individuo, la praticità è un dono con il quale si nasce e mai lo si potrà acquisire....detto questo...noi siamo le persone meno pratiche del mondo.
A loro svantaggio però dobbiamo annotare altre dinamiche sociali che le caratterizzano come il rito sociale che è quello di andare in gruppo in farmacia durante la pausa pranzo (e noi a chiederci che cacchio andranno a fare sempre lì), tirarsi giù le mutande in bagno senza chiudere la porta davanti a tutti e farsi puntualmente gli affari che non sono loro (su questo punto torneremo in un prossimo post).
Comunque per la cronaca all’ora di pranzo facciamo sempre ritorno dai nostri amati ex colleghi a fare le rune e l’oroscopo celtico… a proposito...per i celti l'albero che ci caratterizza è il"nocciolo", e si capisce bene perché sia tanto difficile per un dolce e tenero nocciolo convivere con arbusti e querce incombenti…lo sappiamo quest’ultimo rigo è un mero esercizio di captatio benevolentiae… perdonateci se potete.
giovedì, 23 marzo 2006
Il Lemure e il Ragazzo con lo zainetto.
Riteniamo preliminare affermare che ci riteniamo, ormai da tempo immemore, vittime innocenti di un maleficio.
Tale maleficio è rappresentato dall’attitudine ad indirizzare le nostre attenzioni verso uomini fascinosi, tormentati, non risolti che non ci considerano o ci considerano il tempo necessario per capire che non credono nei rapporti a lunga scadenza e invece essere considerate da uomini posati, per bene, dipendenti statali , con casa di proprietà che noi automaticamente snobbiamo oppure trattiamo da amici promettendogliela finché si stufano e ci sfanculano.
Prima di procedere, occorre segnalare che nell’individuare e selezionare gli uomini abbiamo sempre in mente una sorta di classificazione antropologica creata da noi sulla specie maschile che è la seguente: homo religiosus (il maschio posato o soggettone che a dir si voglia), homo politicus (il maschio intellettuale e alternativo), homo economicus (il pariolino con la mercedez) e homo faber (il rozzo, appunto: colui che si fabbrica gli utensili da solo). Noi siamo state sempre attratte dall’homo politicus e a volte, in giovane età, dall’homo faber (chi è che di noi non si è mai innamorata a 14 anni del meccanico con la salopette sotto casa?). Ai fini del racconto precisiamo che i due uomini che ci ruotano intorno in questo periodo e di cui parleremo ora appartengono rispettivamente uno alla tipologia dell’homo politicus e l’altro all’homo religiosus.
Lui, detto il Lemure (quello che ci garba) appartiene alla tipologia dell’homo politicus e rappresenta pienamente una parte dei maschi single sopra i trenta di oggi: affascinanti, acculturati, ben vestiti che tendono a fare gruppo in speciali recinti di soli uomini. In tale recinto si distinguono a loro volta i cosiddetti "cerca fiche occasionali" e i "conservatori" ossia coloro che se lo conservano probabilmente per futuri fini umanitari (tipo l’inseminazione di una giovine in coma ecc.) . A questo ultimo gruppo appartiene il Lemure (da qui il soprannome atto ad indicare la sua particolare ritrosia) di cui parleremo fra poco.
Ma ora passiamo a descrivere l’altro, detto il ragazzo con lo zainetto (quello che non ci garba), questi appartiene alla categoria dell’homo religiosus, ed è il classico esemplare appartenente ai trentenni costretti alla singletudine coatta perché troppo timidi o perché impediti (magari da madri onnipresenti o da malformazioni da piedi equini) che non sono il massimo del fascino, se non per ragazzine in vena di farsi suore.
Inutile interrogarsi chi dei due è perdutamente preso da noi, naturalmente il ragazzo con lo zainetto che tra l’altro non sarebbe neanche tanto male (possiede dei lineamenti fini) ma ci inquieta il fatto che vada in giro con uno zainetto dietro le spalle come un qualunque lupetto degli scout e semmai vi domandaste se tale zainetto è appeso ad una spalla o a tutte due, noi vi risponderemmo che lo zainetto è appeso orribilmente a tutte e due le spalle, naturalmente sta cosa lo penalizza ai nostri occhi ancora di più, facendolo sembrare simile ad un bimbetto che si reca all’asilo che è forse peggio di uno scout.
Ritornando al Lemure, questi è un ragazzo più tipo che bello (siamo sullo stile "fascino da paleontologo", vedi Alberto Angela), è appassionato di teatro, cinema e di speculazione filosofica e non finanziaria, ci siamo uscite varie volte in compagnia e una volta da sole (di questa uscita ne parleremo in un prossimo post). Nonostante vari incontri lo scatto in avanti non c’è mai stato. Giustamente potrete essere indotti a credere che non c’è interesse e occorre mettersi l’anima in pace (cosa tra l’altro anche vera) ma dobbiamo aggiungere, per amor di cronaca, che ci sono stati alcuni segnali tipo piedino sotto al tavolo, sfioramento delle mani, promesse erotiche mai esaudite (a onor del vero pronunciate sotto l ‘effetto di alcool). Nonostante queste promesse allettanti, pare che il Lemure resetti tutto dopo ogni uscita.
C’è anche da dire che una volta il Lemure è stato sottoposto ad un test inequivocabile da noi e la Mangiauomini (amica piuttosto sveglia). Infatti una sera d’estate ci siamo fatte trovare insieme ad un gruppo di amiche straniere (la Mangiauomini insegna in una scuola per stranieri) che ora passiamo a descrivere: una svedese alta, biondissima insomma bona, una ciociara particolarmente gioviale e ben accessoriata (nel senso di un bel paio di tette che potrebbero mandare avanti una fattoria giù a Frosinone), una casertana vogliosa e due giapponesine lascive e morbosette. Be, volete conoscere la reazione del Lemure dopo aver scrutato tutto il gruppo di zoccole in vacanza " sono passato a farvi un saluto ora ritorno dai miei amici" ecco appunto i suoi amichetti!, neanche all’ora di ricreazione all’elementare si veniva a creare una simile divisione tra maschi e femmine.
Quindi appurato che non è attratto neanche dalla fica allogena, la Mangiauomini gli ha chiesto a bruciapelo "ma che sei frocio?" naturalmente questo lo ha fatto ancora di più intimorire e ha provocato la diminuzione delle sue uscite con noi (grazie Mangiauomini!!!).
Dal nostro punto di vista il Lemure non è gay, è invece il classico trentenne cazzeggione che gli piace abitare a casa con papà e mamma e che non gli piace impegnarsi con nessuno e avere responsabilità (per responsabilità intendiamo prendere un appuntamento per il giorno dopo) , naturalmente tutto questo finché non troverà una strafica (vedi il chitarrista siculo) che riuscirà a fargli abbassare la soglia della paura e pure…. le brache.
Per quanto riguarda il ragazzo con lo zainetto, ci riempie di telefonate e di attenzioni ma non sappiamo se continuare a promettergliela tanto per riempire la nostra triste vita o lasciar perdere, tra l’altro ci ha invitato a trascorrere una serata con gli amici a giocare con alcuni giochi da tavola (abitudine peraltro diffusa per la tipologia dell’homo religiosus), tra questi ce ne è uno che lo appassiona particolarmente il cui scopo è colonizzare più terre possibile e il vincitore è quello che riesce per primo ad instaurare più relazioni commerciali con le varie colonie….. ma se la nostra proverbiale timidezza non riesce a farci instaurare neanche relazioni amichevoli con il vicino di casa, figurarsi se possiamo darci allo scambio commerciale anche se solo per simulazione.
Tante volte ci chiediamo se siamo diventate troppo esigenti, se è ancora il caso di andare dietro ai colpi di fulmine e se superati i trenta forse sarebbe meglio andare oltre l’ormone impazzito e dare un’opportunità anche agli altri, insomma forse dovremmo farcelo piacere, lui e lo zainetto.
Già ci vediamo come in un film di Chaplin, sparire all’orizzonte, mano nella mano, con due zainetti sulle spalle, ma poi noi ci chiediamo ma che cacchio ci metterà in sto’ zainetto?
mercoledì, 22 marzo 2006
Le relazioni yogurth
Per quanto attiene ai rapporti amorosi, negli ultimi tempi siamo diventate convinte sostenitrici dei cosiddetti rapporti yogurth. Per rapporti yogurth intendiamo quei rapporti che hanno la scadenza come gli yogurt sotto la linguetta. Possiamo anche definirli rapporti a tempo determinato, di collaborazione, interinali o se si preferisce a progetto tanto per prendere in prestito il linguaggio dal mondo del lavoro e stare al passo con i tempi (aihmè, gran brutti tempi). E si, perché come non esiste più il posto di lavoro fisso raffigurato nei sogni italici dal posto ministeriale, così non esiste più l’amore eterno; probabilmente i due fenomeni sono correlati l’uno all’altro come la sociologia ci insegna, ma questo non è il luogo deputato ad evincere quale siano la variabili indipendenti. Ritornando a noi, occorre sottolineare che i cosiddetti rapporti yogurth non devono essere confusi con le avventure sentimentali o con i rapporti occasionali che dir si voglia. Con la definizione di rapporti a tempo determinato intendiamo proprio quei rapporti che comportino la stipula di un contratto vero e proprio come si fa con l’impiego interinale. L’accordo dovrebbe recitare più o meno così: tale storia durerà fino a tale data e nell’arco del periodo che va dai tre o sei mesi (con possibilità di rinnovo), deve essere riconosciuto ad entrambi i partenrs almeno il minimo sindacale, che nel nostro caso possiamo individuare nell’unicità delle prestazioni (ad esempio essere le uniche al centro dei pensieri e delle azioni del nostro lui, essere portate a cena e in vacanza) avere il rimborso spese per vitto e alloggio (in questo caso lo possiamo interpretare come il pagamento galante del conto) e da ultimo la definizione degli obiettivi fissato nell’arco di tempo, stabilendo degli step giornalieri di verifica di raggiungimento di certi standard. Occorre ribadire che fin dall’inizio il rapporto deve essere regolato secondo la scadenza del contratto, ossia se non si è chiari sulla data di scadenza, si potrebbero ingenerare conflittualità, rinfacci reciproci, odi e rancori mal gestibili insomma il licenziamento per giusta causa non è contemplato nel nostro contratto perché genererebbe una cruenta risposta dei sindacati…quindi la prima cosa da fare è stabilire un termine onde evitare ambiguità. E’ opportuno aggiungere che accanto all’accordo sulla data di scadenza, occorre che siano individuate, all’atto della stipula del contratto, motivazioni serie per decretare la fine del rapporto (non si accettano motivazioni del tipo: devo prendermi una pausa di riflessione, sei migliore di me, devo dare un ordine alla mia vita, devo fare chiarezza in me stesso). Pertanto per evitare recriminazioni, specie femminili, la motivazione deve sempre coincidere con una causa esterna non prodotta dai due partner. Tali motivazioni sono ravvisabili per lo più nelle seguenti : decesso del partner da malattia diagnosticata prima del rapporto; partenza per guerra o arruolamento nei kamikaze, consacrazione coatta alla vita monastica in quanto ultimogenito, viaggio e permanenza di almeno due anni all’estero del partner per motivo di studio/lavoro. A noi è capitato l’ultima condizione e dobbiamo dire che ci siamo trovate assai bene.
In sintesi abbiamo la scorsa estate frequentato l’inglesino che presentava le seguenti condizioni: permesso di soggiorno per studio in scadenza + vincitore di un concorso pubblico per il distretto di Londra (ma non avevamo detto che i posti fissi non c’erano più!) e pertanto gli erano rimasti solo 3 mesi di permanenza nella nostra città. Bè inutile dirvi che in questa situazione ci siamo tuffate come avvoltoi sulla preda. Prima di tutto abbiamo constatato che prenderseli più giovani (circa 7 anni) giova alla salute e al fisico (constatato un ringiovanimento cutaneo di almeno 10 anni, con automatica eliminazione della canotta della salute) e poi che gli uomini sotto i trenta hanno ancora intatto il gusto del corteggiamento. In tre mesi ci si è dati l’uno all’altro senza remore, evidenziando solo la parte migliore di noi, consapevoli che il 15 luglio sarebbe arrivato presto (data della partenza dell’inglesino). E’ stato compilato anche un elenco degli obiettivi da raggiungere come : limonare a villa Celimontana, visitare Gubbio, Firenze, e Siena, soggiornare per almeno due giorni al mare e rimpizzarsi di pasta alla carbonara e all’amatriciana in una bettola in una via nascosta del centro. E’ stato l’unico rapporto in cui siamo riuscite a realizzare tutto ciò che ci eravamo ripromesse (altro che contratto con gli italiani) con il massimo delle performance. Si sono susseguiti giorni e notti indimenticabili, il tutto incorniciato in uno scenario incantato di una città sospesa come in un sogno. Al momento dei saluti, abbiamo potuto constatare che ci eravamo scambiati solo cose belle. A chi ci pronosticava per il dopo " lacrime, dolore e tentativi di suicidi " abbiamo potuto dire che niente di tutto questo è successo, se si esclude il pianto liberatorio, una volta in macchina, dopo l’addio all’aeroporto. Ma c’è da dire a nostra discolpa che alla radio era capitata una canzone in stile Mia Martini. Per la cronaca il pianto è durato fino al tempo necessario di andare in pizzeria e di deglutire un croccante e filante supplì con una certa soddisfazione (a noi lo stomaco non si chiude mai). Dopo quel saluto ritornammo, non nascondiamo con una certo sollievo, alla quotidianità, al plaid sulle ginocchia e alla canotta della salute ma con in più un bel ricordo a cui far visita nei giorni bui.
Insomma è stata l’unica volta in cui siamo riuscite a costruire un bel rapporto di amicizia con un uomo anche dopo la fine della storia, tanto che in seguito siamo andate a trovarlo per ben due volte a Londra. Che dire di più?.. il precariato qualche volta fa bene all’amore.
15 marzo 2006
Matrimoni e parenti kitch
Chi di noi non si ritrova nel proprio albero genealogico un ramo particolarmente zotico di parenti. Noi ne abbiamo più di uno, ma negli ultimi tempi si distingue una zia logorroica e petulante più del solito, in quanto presa dai preparativi dell'imminente matrimonio di sua figlia. Così presa, che quando ci chiama al telefono nei momenti più impensati, possiamo fingere uno svenimento, possiamo confessarle di essere sieropositive, possiamo assentarci dal telefono per fare due chiacchiere con la vicina di casa in merito al lucido passato alle scale, ma niente, lei è sempre là a vomitarci dettagli e delucidazioni non richieste sull'imminente matrimonio.
Tale particolare fervore è probabilmente dettato dalla paura mai confessata che sua figlia rimanesse zitella; una paura tanto grande che ce l'aveva fatta perdere di vista per un pò , per poi risorgere come nostro Signore il giorno di Pasqua e piombare nelle nostre già tanto tristi vite quando la figlia è riuscita ad accalappiare un tale della provincia di Cremona, a sentire nostra zia "calvo ma tanto buono".
Ritornando alle motivazioni del perchè nostra zia e relativo nucleo familiare spiccano per elevato grado di zoticume, basta dire che le donne di questa famiglia vantano finte pellicce leopardate, unghie smaltate acuminate, capelli laccati anni 80 e anelli in oro giallo con teste di leoni con tanto di zirconi al posto degli occhi.
C'è anche da dire che il banchetto matrimoniale si svolgerà al ristorante "Il Sogno" che già dal nome è tutto un programma, ubicato sulla via dei Castelli. La pretesa eleganza di questo genere di locali è rappresentata da numerosi capitelli sparsi un pò ovunque, fontane con dii Nettuni che sodomizzano ninfette in atto di spiccare il volo e piscine stile Impero Romano. La scelta delle bomboniere naturalmente ricadrà su generi tristemente noti quali tortorelle in carton gesso che tubano o cigni in ceramica smaltati in madre perla che intrecciano i loro colli formando un cuore.Ma mi dicono che il momento topico della giornata sarà niente poco di meno che l'uscita degli sposi dal laghetto del ristorante! Alla nostra domanda sull'eventualità che gli sposi debbano indossare la muta, mi è stato assicurato che trattasi di effetto ottico.
A onor del vero dobbiamo ammettere che è bello vedere tanto entusiasmo e speranza verso il futuro in un momento buio come questo che quando si va in metropolitana per andare a lavoro nelle più fosche delle previsioni speriamo di capitare il più possibile vicino al kamicaze così da non sentire alcun dolore al momento dell'esplosione , ma per spirito di cronaca a dobbiamo anche aggiungere che a casa nostra si dà 10:1 che tra meno di due anni seguirà divorzio causa fuga di nostra cugina con un Capoverdiano consciuto durante una vacanza assieme al Cremonese.
lunedì, 20 marzo 2006
Noi e l’85.
Dopo tanto cinismo vogliamo raccontare un sentimento bello, pulito e ricambiato, una passione che mai si è affievolita nel tempo.. e si, perché in un mondo dove niente è certo, dove tutto è transitorio, c’è solo una cosa che riesce a farci commuovere al suo apparire all’orizzonte, che ci va venire i crampi, che ci fa a volte inquietare ma con cui poi è bello fare la pace, insomma l’oggetto d’amore di cui parliamo è l’85, l’autobus che ci porta in centro e ci è fedele da quando siamo nate.
E si, perché anche se la zona dove dimoriamo è servita molto bene dalla metropolitana, noi inutile dirlo preferiamo di gran lunga l’85. Ciò comporta inevitabilmente lo stravolgimento dei tempi, basti pensare che se con la metro dal lavoro e casa ci vogliono 20 minuti (+ 5 minuti di passeggiata a piedi), con l’autobus ce ne vogliono 50 minuti circa (+ 15 minuti a piedi).
Come per lo Slow Food, noi preferiamo lo Slow Transport al Fast Transport.
Siamo per riappropriarci dei nostri tempi e della libertà di rimanere imbottigliate nel traffico, facendoci cullare dal suono dei clacson e dei mortacci.
Potrebbe in apparenza risultare una scelta masochistica, ma non è così, prima di tutto perché quello che vediamo dall’85 ci è si! ormai familiare ma ci appare ogni volta sotto una luce diversa e ci sorprende sempre.
L’85 parte da una piazzetta in stile razionale dietro la via del corso, per poi sfociarvisi percorrendola per un tratto. Qui stando comodamente sedute, si possono ammirare le vetrine dei negozi intervallate da alcune facciate di chiese barocche e mentre ancora si è prese a riflettere sul senso del trascendente calato nel quotidiano, ecco che ci si ritrova catapultate nella grande piazza memore di vanità ormai trapassate con di fronte uno dei monumenti più kitsch, più vacui e retorici che possano esistere ma che ci fa sempre una certa impressione soprattutto se ci si passiamo la sera vuoi per l’illuminazione vuoi perché siamo piccole piccole. Lasciateci alla spalle la piazza, eccoci sfilare nella via più bella, memore di gesta vetuste e grandiose, il colore che prevale specie in primavera è il rosa granitico e l’avorio mentre si staglia avanti a noi il monumento più famoso al mondo quello per intenderci che un generale americano, durante la seconda guerra mondiale, pensava fosse ciò che rimaneva di un palazzo dopo i bombardamenti degli alleati (doveva essere il nonno di Bush junior)… Superato il monumento, ci addentriamo nella via del cuore, la via che ci ha visto felici un tempo, ogni volta che ci passiamo continuiamo a guardare speranzose in direzione del portone di un palazzo umbertino anche se sappiamo che lui non è più lì mentre, al contempo, alla nostra sinistra sfilano i giardini dell’imperatore piromane, dove tempo fa dal finestrino abbiamo visto per l’ultima volta Alberto Sordi che vi passeggiava come un nonno. Dopo aver percorso tale via si arriva ad un semaforo dove alla nostra sinistra c’è la dimora in cui ha vissuto l’inglesino e giù altri ricordi e poi, in fondo alla strada, la casa di L. l’eterno innamorato a cui l’abbiamo sempre promessa ma mai data…e quando poi ci avviciniamo alla "Omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput" rimembriamo di quando siamo saltate dall’autobus in corsa, con l’animo di una Anna Karenina , rischiando di finire sotto le macchine per rincorrere lui e cingerlo in un bacio alla Notorius.. fermiamoci qui con la descrizione perché è facilmente intuibile che abbiamo frequentato per lo più uomini domiciliati in una certa area della città, tant’è che se, su una mappa topografica, congiungessimo i punti delle loro abitazioni, come fanno i detective alla televisione per scovare i serial killer, verrebbe fuori una stella, sta cosa è piuttosto inquietante…magari secondo qualche analista non è un caso che siamo uscite con solo uomini che abitavano lungo il percorso dell’85, è come se avessimo voluto un pretesto in più per usufruire di tale mezzo di trasporto.
Occorre sottolineare, però, che l’85 non lo amiamo solo perché ci porta nei posti cari alla nostra storia emotiva e a quella scritta sui libri, noi amiamo l’85 in quanto 85, e si, perché noi in mezzo a tanti altri autobus, all’apparenza uguali, lo riconosciamo sempre, sotto la pioggia, nel vento, d’estate e d’inverno come quando ci stiamo convincendo a tradirlo con la metropolitana perché sono 15 minuti che non passa ed eccolo che si staglia all’orizzonte e tutti gli scazzi passano improvvisamente. Se dovessimo paragonarlo ad una persona sarebbe un vecchietto bonario un po’ scorbutico ma tanto tenero, e così anche per gli altri autobus: l’87 è il fratello minore un po’ strafottente, il 38 è uno snob, il 671 è un giovane ipertecnologico, il 16 è un solitario, il 409 è un coatto e via dicendo….
Questo è davvero amore se si pensa che più di una volta è accaduto che, dopo una passeggiata in centro, quando qualche ragazzo si offriva per accompagnarci a casa, dubbiose buttavamo l’occhio all’orizzonte e se vedevamo l’85 profilarsi, scattavamo sull’attenti e come in preda ad un raptus incominciavamo a correre verso la fermata e il poverino di turno rimaneva come uno stoccafisso, con un mulinello di polvere e una voce in lontananza che gli urlava " prendo l’85, ci sentiamo domaniiii"
Insomma se qualcuno di voi capiterà nella nostra città, vi consigliamo di fare un giro sull’85, magari ci troverete lì, con un cappellino infilato fin quasi sotto agli occhi e con i lanetti alle mani, perse a contemplare fuori dal finestrino.
In un mondo di treni persi, le nane, nel loro piccolo, sono felici di prendere al volo un autobus che le riconduca sane e salve a casa.
Ecco perché noi siamo per lo Slow Transport.
giovedì, 16 marzo 2006
Cronaca di una notte sfigata
Come si può evincere dall’ultimo post, non abbiamo molta simpatia verso i matrimoni, ma con questa intolleranza non ci siamo nate, anzi… quando era in voga la moda dei "tozzi " e si andava in giro con improbabili 501 corti che tarchiavano la figura già non particolarmente slanciata e si ascoltava (vedi notte prima degli esami) wild boys, eravamo delle tredicenni con una incrollabile certezza, quella di incontrare l’uomo della propria vita e di impalmarlo con abito da sposa stile meringa incorniciato da spalline da giocatore di rugby (che ci possiamo fare!, allora la moda era quella), …ma le cose sono andate diversamente.
A parte tutte le storie fallimentari che abbiamo collezionato e verso le quali siamo andate incontro con scientifica coerenza, se dovessimo indicare il giorno della disillusione massima, quella in cui con una risata disillusa abbiamo seppellito tutte le nostre speranze, senz’altro indicheremo quella del 24 maggio 2003, anche se certamente dobbiamo specificare che il cinismo era stata abbracciato da molto tempo prima, ma tale data rimarrà sempre indelebillmente ripiegata per benino nella nostra mente come un paio di mutandine di intimissimi.
Ma ritorniamo alla cronaca di quel giorno, era un sabato caldo anzi caldissimo (ricordiamo che era l’estate del 2003) , in quel periodo eravamo parecchio inpaturnite come qualunque persona che fosse stata lasciata nell’arco di due anni, per ben tre volte dallo stesso uomo e nello stesso luogo (a volte un collega ancora ci chiede perché ci fossimo incaponite a recarci nello stesso luogo facendoci accannare per tre volte consecutive, ma non sappiamo fornire una spiegazione razionale).
Tale uomo, detto anche il chitarrista siculo, inutile dirlo era fascinoso, nei modi dolce ma mai sdolcinato, occhi verdi sempre sorridenti e un bellissimo accento alla "Montalbano sono", insomma un misto tra un daniele liotti e un tom cruise e noi ne eravamo autisticamente innamorate.
Tornando a quel giorno eravamo assolutamente rintronate e non avevamo voglia di uscire, ma i nostri amici ci convinsero ad andare ad una festa su un battello. Arrivammo al luogo pattuito, c’era una fila interminabile, un tanfo che proveniva dal fiume e un lieve senso di angoscia che di lì a poco sarebbe risultato premonitore. Il destino era in agguato, come Prometeo che aveva sfidato gli dei e per questo condannato a farsi divorare il fegato da un rapace per l 'eternità, noi avevamo deciso di sfidare l'Olimpo decidendo di andarci a divertire. Infatti, incominciammo a guardarci intorno, più che altro a sincerarsi della presenza di fauna interessante, neanche a dirlo riuscimmo a incontrare solo sguardi ebeti e spenti, però ad un certo punto il nostro occhio si fermò su un ragazzetto di spalle, alternativo, con un bel culetto, con il nostro sguardo miope cercammo di mettere a fuoco, ecco fatto, il destino si era compiuto..... era lui, il chitarrista siculo avvinghiato ad una strafica alta magra con chioma corvina e sopratutto molto ma molto più giovane di noi (volgare però! ). Nell'indecisione di buttarci al fiume o buttare lei, decidemmo di andarcene via senza avvertire nessuno, tanto che crediamo che i nostri amici, dateci per disperse, si diedero a scandagliare il fiume con squadre di sommozzatori. Disperate e annichilite ci rifugiammo da un amico che invece di declamarci il caro e tanto abusato adagio" chiusa una porta si apre un portone" ci rallegrò dicendoci che "chiusa una porta, si apre una botola", aggiungendo che se la fortuna era cieca, la sfortuna (almeno per noi) era un cecchino serbo, prendeva proprio la mira! La notte che ne seguì fu tipo la notte dell'Innominato e tra deliri, febbri e incubi decidemmo di diventare un cuore in inverno, perché ci stavamo andando a fare vecchie e certe sorprese il nostro apparato gastro intestinale non le reggeva più.
Da quel giorno decidemmo di non pensare più al chitarrista siculo e di convogliare tutta la nostra passione ed emotività verso hobby che ci distraessero, diventando esperte collezionatrici di scarpe a stiletto e di riflessioni ciniche sull’amore specie se proclamate davanti a tredicenni sognanti che capitano nei nostri paraggi.
Naturalmente inutile dire che dal 2003 non incontrammo più il chitarrista siculo e che rinunciammo a a leggere Camilleri solo per non sentire più l’odiata esclamazione Montalbano sono!
L’apparato gastro intestinale ringrazia.
lunedì, 13 marzo 2006
Stati d'animo da lunedì mattina.
Mi chiedo se è possibile che le nostre giornate e i nostri stati d'animo siano condizionati da quante trombate il capo dei capi si è fatto con la sua amante storica.
E già perchè Sancho Pansa, il capo dei capi, è tanto è perfido, vendicativo, aberrante, pettegolo e puzzone quanto è un agnellino e un bambino nelle mani della pescivendola (e non è un eufemismo) psicopatica che lo ha arretito e a cui lui elargisce favori in maniera eclatante e sbalorditiva, che ci conferma, semmai ne avessimo mai dubitato, l'assoluta veridicità di un vecchio adagio "tira più un pel di f... che un carro di buoi".
Insomma qui il lunedì mattina è un via vai di colleghi che ci chiedono a voce bassa e guardandosi circospetti le spalle "come sta stamattina?, è nervoso, gli girano, gliel'ha data?" e a cui noi ripondiamo con solerzia e piglio segretariale, utilizzando il linguaggio dei sordomuti o gesti piò o meno volgari" smamma che non gliel'ha data" oppure "stai tranquillo, ha tromb..." a seconda dei casi.
E si, perchè la sorte ci ha dato di lavorare con il classico esempio di essere menzognero, teatrale, in apparenza bonario, forte con i deboli e debole con i forti e chi più ne ha più ne metta.... insomma la solita storia, solo che qui la realtà supera la fantasia.
Da ultimo, l'ondata di perbenismo voluta da Sancho Panza che vedrà rotolare teste appartenenti a donne colpevoli di essersi fatto l'amico o avere velleità da velina con tanto di servizio fotografico su internet (non scherziamo), quando poi il predetto tiene certi scheletri nell'armadio...
Sta cosa mi ricorda tanto un certo Clinton che nel lontano 1998, per distogliere l'attenzione dalla sua passione per certe pratiche orali, ha bombardato l'Iraq..solo che in quel caso le teste che sono rotolate erano vere purtroppo.....certo che tutto il mondo è Paese, almeno quando si tratta di "Paesi Bassi".
venerdì, 10 marzo 2006
Non ci sono più principi azzurri.
Tale assioma è come quello delle mezze stagioni, un principio condiviso da tutti e tutte.
Nonostante tale universale ricoscimento, mi chiedo perchè tutti si ostinino all'inizio di aprile ad acquistare indumenti cosidetti primaverili dai colori improbabili quali rosa trota salmonata, verde menta piperita e via dicendo, fatti di tessuti lievi e vaporosi ma attenzione! con maniche lunghe e collo lupetto, pertanto leggeri per l'inverno e troppo pesanti per l'estate e, ancora, mi chiedo perchè tutte noi, superata la trentina, inseriamo nei nostri discorsi "non perdere tempo con quello che non è l'uomo per te, tu meriti di più, l'uomo fatto per te, vedrai, arriverà, basta guardarsi intorno" e amenità del genere.
Basta così, ne abbiamo abbastanza, proprio oggi alla mangiauomini che ha avuto un crollo emotivo e si è ritrovata a fare i conti con un cuore da Lizzy Bennet, abbiamo consigliato, per soli fini utilitaristici, di continuare una storia senza dignità con uomo che probabilmente non la rispetta e senz'altro non l'ama... tanto uomini per bene per ora non ce sono, qualora dovessero comparire all'orizzonte, farà sempre in tempo a sfanculare il tapino. Ma ora, perchè privarsi della felicità presente? Tenuto conto anche dall'importanza che certe dimensioni maschili assumono in un rapporto di coppia così come evinto da un recente studio croato, che nel caso della mangiauomini fanno da collante alla storia col tapino, be, non ce la siamo proprio sentita di buttarla giù da un dirupio, quindi l'abbiamo persuasa per il peggio.
Insoma meglio l'uovo oggi che tanto il pollo c'ha pure l'aviaria.
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