vicissitudini di una nana metropolitana

   storie, traversie, sogni ad occhi aperti e anche chiusi di un donnino piccolo piccolo alle prese con la metropoli


giovedì, 29 marzo 2007
 

Le morte in vacanza

Proprio leggendo uno degli ultimi post di 159 cm sulla sua bella vacanza in un villaggio, ci siamo ricordate di una delle vacanze più sventurate e nefaste che volontariamente un essere umano può auto infleggersi. Qualche anno fa, infatti, ci regalammo una vacanza in una nota località vacanziera della Calabria. Diciamo che le intenzioni erano davvero autolesioniste, il catalogo parlava di tranquillità, di attività di animazione , di baby club e di vino in caraffa servito ai tavoli. Bastava solo che offrissero inalazioni di aerosol, ed ecco che sarebbe stato palese il tedio vitae al quale eravamo destinate.

Come al solito eravamo accompagnate da nostra sorella, che come già abbiamo avuto modo di raccontare, è la persona meno adatta da portare con sé in occasioni quali feste, vacanze e tempo libero in generale. Nostra sorella, è risaputo, ha abbracciato una visione piuttosto stoica della vita, non solo non sa divertirsi ma non vuole divertirsi, di questa assioma ha fatto un credo e tutte le sue azioni sono atte a schivare il più possibile occasioni che le potrebbero recare gioia, sollievo e trastullo o, quanto meno, a minimizzare gli effetti che tali stati d’animo potrebbero recare al suo equilibrio virtuoso caratterizzato da prostrazione, sfiducia e cinismo.

Già dalla partenza per la vacanza, poteva evincersi il grado di insensatezza che ci caratterizzava, acquistammo biglietti di prima classe per i treni che ci dovevano condurre a destinazione, come delle accorte e caute turiste inglesi di fine ottocento in viaggio per le località pittoresche della penisola. Naturalmente, una volta a Napoli, perdemmo la coincidenza e il treno sostitutivo che, dopo due ore ci si profilò innanzi, era di uno sconforto assoluto, quando poi chiedemmo al capostazione se in quel treno ci fossero vagoni di prima classe, quello prima si grattò la testa, poi ci guardò esterrefatto, (da sottolineare che una delle due indossava un graziosissimo cappello di paglia degno di nota) e ci disse con aria sconsolata :"Signorì chistu è nu treno di terza categoria". Inutile raccontare il viaggio che ne derivò accanto ad un drogato che ci chiedeva monete e i finestrini senza vetro che ci costringevano a sobbalzare ogni qualvolta passava un treno in senso inverso.

Una volta arrivate, il villaggio era sconsolante più del treno di terza categoria, famiglie di tutti i tipi con schiere di bimbi che urlavano e parevano volersi suicidare immergendosi nei contenitori con le palle. Gli stessi proprietari ci chiesero con aria maliziosa perché avessimo preso una matrimoniale (lì c’erano solo coppie sposate) e noi subito a giustificarci che eravamo sorelle, facendo intendere che non eravamo una coppia di lesbiche. Da sottolineare che sto trauma ci rimase per tutte il periodo del soggiorno, tanto che quando una cameriera ci chiese se eravamo fidanzate, noi scandalizzate e contrariate ci affrettammo a risponderle "certo che no" solo qualche istante dopo, quando oramai era troppo tardi, capimmo che non ci chiedeva se eravamo fidanzate tra noi ma se lo eravamo con degli ipotetici partner.

Comunque, per farla breve, la parte più devastante di tutta la vacanza fu il gruppo degli animatori, fastidioso come un dito nell’orifizio più stretto, molesto come un maniaco sessuale in autobus nell’ora di punta, irritante come Borghezio durante uno dei suoi comizi. Ricordiamo fra di essi, con puro terrore, un veneto esaltato nella maniera più assoluta, vuoi per la giovane età, vuoi per l’ingenuità e la gigioneria di cui sono affetti certi abitanti di alcune provincie dell’estremo nord. Nostra sorella quando vide l’andazzo fu chiara "a me non me devono rompe il cazzo", ci delegò pertanto come la portavoce ufficiale del nostro piccolo nucleo di asociali indefesse. Quindi iniziammo a declinare con cortesia e fermezza, gli inviti a giochi incredibilmente fessi come quello dell’aperitivo in spiaggia ma ahimè quegli sciagurati che si dibattevano, urlavano, cantavano, ci puntarono e noi, che eravamo al loro antipodo, immobili sotto l’ombrellone, smunte e incazzate tra pile di quotidiani, settimanali e libri, fummo scelte come le loro vittime sacrificali . Non passava giorno in cui non ci tartassavano su proposte di attività quali sport, recite serale e chissà quale altra minchia di attività ludica e non solo, iniziarono di fronte a tutti gli ospiti del villaggio, a umiliarci, esortandoci con frasi "ma siete vive o siete morte?", "ma ce l’avete un po’ di midollo?" proprio nello stile del caporale aguzzino, presente in qualsiasi film sul Vietnam, che a distanza ravvicinata sputa alla sua vittima, generalmente obeso o di colore, tutto il suo odio razziale per incentivarlo e fargli accrescere le palle.  Capite bene come sti quattro esaltati divennero un incubo per noi, tanto che eravamo arrivate al punto di nasconderci quando li vedevamo profilarsi all’orizzonte. Così non poteva andare più avanti e nostra sorella decise che una di noi si doveva sacrificare, naturalmente, tra le due, fummo noi le prescelte. Con la stessa paura e rassegnazione di chi sta andando alla guerra, una mattina ci offrimmo per il risveglio muscolare, una delle cose più invise al nostro ego scostante. Lo facemmo, con una certa facilità, visto che le signore accanto a noi oscillavano tra i 50 e gli 80 anni e starnazzavo tutte per catturare l’attenzione dei loro mariti pingui. In seguito, sempre per non sentirli, ci demmo alla ginnastica in piscina. Oramai era fatto, ci stavamo tramutando in replicanti da villaggio, piano piano ci prendemmo gusto e vuoi perché non c’era concorrenza, iniziammo a primeggiare su tutti. Il culmine lo toccammo quando prese da una sospettosa ilarità, ci avvicinammo a nostra sorella e distogliendola dal tenere infilata la testa nel giornale, le proponemmo di fare fitness al ritmo di musica latino americana. Ricordiamo ancora il suo sguardo affranto e atterrito, non disse nulla ma le si leggeva in fronte quello che ci avrebbe voluto dire :"oramai sei una di loro e non mi rimane altro che eliminarti con un colpo alla tempia, credimi lo faccio per te e la tua dignità". Naturalmente questa fase di sciroccamento ci durò poco, ritornammo in noi e all’ennesima richiesta di partecipare al gioco dell’aperitivo, rifiutammo, non dovevamo buttare al vento tutto quello che ci eravamo ripromesse per quella vacanza, ossia di rilassarci cullandoci nell’assoluta inerzia del pensiero e degli atti oltreché nell’egoismo e asocialità più irriducibili. La vacanza finalmente si concluse e al momento della partenza non mancò la cazziata del veneto che ci predisse una vita triste e vuota a causa del nostro carattere. Nostra sorella non gli rispose ma intravedemmo in lei un gonfiore nel petto di orgoglio e di sprezzo, pure stavolta era riuscita a mettersi alle spalle le vacanze, la città stressante e tentacolare l’aspettava e con sé pure il lavoro precario e mal pagato .

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martedì, 20 marzo 2007
 

Luce dei nostri occhi

Proprio non tolleriamo le osservazioni gratuite della gente, dove per osservazioni gratuite intendiamo giudizi o inutili domande su difetti fisici che la persona affetta niente può fare per risolverli. Facciamo un esempio: ogni santa mattina una nostra collega ci guarda e, con disappunto, chiede delucidazioni in ordine alle nostre occhiaie. Le prime volte ci giustificavamo adducendo a notti brave, stravizi, in quanto volevamo il prima possibile uscire dall’imbarazzo di intrattenere il codazzo di vipere riunite davanti alla macchinetta del caffè, sulle varianti dei colori che le nostre occhiaie assumono al mutare delle stagioni. Una volta la stessa collega è arrivata a chiederci il nome di quelle cose che avevamo sotto gli occhi, "ci fa o ci è?" abbiamo pensato, e noi giù a umiliarci a spiegarle che si chiamavano occhiaie.

Ci siamo stufate di questo stillicidio, tant’è che l’ultima volta che ci ha chiesto le motivazioni del nostro sguardo spento, le abbiamo risposto in maniera evidentemente sgarbata dicendole: "non è una novità, io ce le ho sempre!", lei : "si lo so, ma oggi sono più evidenti" e noi sempre più scoraggiate: "ho il ciclo", ma avremo voluto dirle "per pietà, smettila di fracassarmele". Un’altra volta stizzite le abbiamo risposto che, per via del nostro aspetto emaciato, alcuni produttori ci avrebbero voluto per un remake di "Cristina F. noi ragazzi dello zoo di Berlino " ma l’ha presa come una battuta simpatica e non come un’espressa dichiarazione di ostilità.

Ma che cazzo è possibile che dobbiamo stare a giustificarci pure sul nostro paio di occhiaie, per giunta di prima mattina, quando il nostro umore tocca picchi al di sotto della tollerabilità umana e il nostro odio verso il genere umano raggiunge livelli di pericolosità sociale. Nonostante tale stato d’animo, però, non ci siamo mai permesse di chiedere a chicchessia il perché del suo grugno, del suo doppio gozzo o dei suoi piedi equini, primo perché ci è stato insegnato a non offendere le persone e secondo perché non ce ne fotte un cacchio dei difetti e delle malformazioni altrui.

L’unica cosa che ci potrebbe consolare è che, una volta, passeggiando per le vie del centro ci ha "cioccato" Morgan dei Bluvertigo, magari ci siamo sbagliate ma a noi è sembrato davvero che il suo sguardo, per pochi istanti, fosse malizioso e non fosse una sbirciata di quelle che si rivolgono verso un animale da circo. Ci siamo interrogate sul perché di tale fuggevole interesse nei nostri confronti che, appena uscite dall’ufficio, eravamo cadaveriche e emaciate oltreché incorniciate da un capello corvino che non lasciava scampo neanche a quel poco di fard che era rimasto…. ma poi l’illuminazione: " Asia Argento!" la sua tanto amata amante, amica, moglie e chissà cosa altro. In effetti, quella donna ha fatto delle sue occhiaie una caratteristica, che sollievo sapere di poter avere un futuro nel cinema nella parte di qualche tossica o vampiressa o deviata sociale che passa la sua vita in un appartamentino buio senza alcun interazione sociale.

Questo spiega anche perché la nostra prof. di inglese, nell’esercitazione di lettura, ci assegnava sempre, tra gli schiamazzi della classe (bastardi), la parte del fantasma paterno o di uno dei due becchini in Amleto, sì che queste sono soddisfazioni.

 

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martedì, 13 marzo 2007
 

Nina

Nina era la terza di sei sorelle (la più piccola di loro era la nostra amata nonna), e se si potesse, come per le sorelle March, dare un carattere che desse l’illusione di definirle una volta per tutte, potremo dire che se Assunta, la più grande, era la più assennata e coscienziosa, Clara era arcigna e egoista, Giulia era la più bella, Elsa la più pittoresca e Antonietta la più indipendente e determinata, Nina invece era la più vanitosa e capricciosa ma, al contempo, per ammissione di tutte, era anche la più generosa e idealista. Si narra, a tal proposito, che in tempo di guerra ad un poverello che aveva bussato alla porta di casa, gli avesse dato senza battere ciglio i suoi scarponcini nuovi di zecca e che, poi, le avesse buscate di santa ragione da sua madre, una volta scoperto l’incompreso gesto altruistico.

Le sorelle F. vivevano in un comprensorio vicino S. Giovanni razionale ma decoroso voluto dal Fascismo per le famiglie dei ferrotranvieri che, ogni volta, che ci passiamo ci sembra quasi di vederle andarsene in giro civettuole, con i loro abiti decorosi, impreziositi da qualche vezzosità qua è là strappata ai rigori dei tempi. Ce le immaginiamo sempre di corsa, vuoi per il gran daffare, vuoi per la paura che era sempre lì a farle sobbalzare, perché i tedeschi non scherzavano e gli alleati neppure e il massacro di San Lorenzo era lì a due passi a far da monito. C’era chi aiutava in casa, chi faceva la sarta e chi la pantalonaia e chi, la più piccola, andava in ufficio a disegnare mappe catastali, posto recuperato perché gli uomini, quelli idonei al lavoro, se ne stavano tutti in guerra (a disegnare poi ci sarebbe stata tutta la vita, e solo dopo ben 46 anni, un pc avrebbe sostituito il suo tavolo da lavoro e il suo seggiolino speciale fatto apposta per lei che era piccola di statura….ma questa è un’altra storia). Le sorelle F. avevano, però, anche il tempo di passeggiare traballanti sulle loro scarpe di sughero, guardandosi indietro e ridendo ai complimenti dei ragazzi che passavano di lì…. sì, perché le sorelle F. erano tutte belle (se si esclude forse Clara) e proprio, per questo, che alla loro madre, che era sempre in finestra ad aspettare che ritornassero, le erano spuntati i capelli bianchi prima del tempo (o almeno così si diceva in famiglia).

Nina era una ragazza graziosa, alta e dagli occhi vagamente orientali, solo le labbra erano un po’ troppo carnose e all’infuori, tanto da averle valso il soprannome di "scimmietta", affibbiatole proprio dalle sorelle. Nina conobbe e sposò Enrico proprio prima che questi partisse in guerra e, fin da subito, non si rilevò un matrimonio granché felice. Enrico era manesco e autoritario e quando Nina, una notte, ritornò a casa dei genitori, la immaginiamo livida in faccia (ma questo particolare truce potrebbe essere stato partorito dalla mente di noi bimbe che ascoltavamo svanite i racconti dei grandi), il padre le disse di ritornarsene a casa, perché pure se ci aveva un marito che era una bestia, se lo era sposato e se lo doveva sorbire nei secoli dei secoli.  Ma la vita non fu solo dura con lei, le regalò un momento di inaspettata serenità….. si è sempre saputo in famiglia, ma non se ne è mai parlato volentieri (chissà poi per quale ipocrisia) che mentre Enrico non dava più notizie, disperso in chissà quale campo di prigionia, Nina avesse incontrato un altro uomo buono e gentile  (almeno così speriamo fosse stato), da lei amato, tanto che, credutasi vedova, ci andò pure a convivere. Ma la vita sa essere generosa quanto crudele e, un giorno, Nina si vide Enrico tornare a casa con un dito in meno e più pazzo di prima. C’è da dire, a discolpa di Enrico, che poi non era così cattivo e che, a detta delle sorelle stesse, pure Nina ci metteva del suo, capricciosa e testarda come era, a quel povero uomo che aveva tanto sofferto in guerra, non gliene faceva passare una e allora giù botte (queste, per carità, mai giustificate da nessuno delle sorelle che avevano sposato uomini per bene e che soprattutto non le maltrattavano).

A questo punto, la nostra memoria fa un balzo di circa 30 anni, tanto che nei ricordi c’è già zia Nina che abbiamo conosciuto, vedova (stavolta per davvero!) piacente e con le mani sempre curate e smaltate per lo più di rosa che, seppure con una pensione piuttosto modesta, non lesinava pensierini a figli e nipoti e, per lei, pellicce non proprio lussuose ma che facevamo la loro figura, e scarpe con borse sempre abbinate nella stessa tinta.

Ci piace ricordare un episodio di circa 10 anni fa, lei aveva già 75 anni e sognò per un po’ di mesi di maritarsi ad un vedovo che conobbe nella nostra casa in campagna e che aveva tessuto lodi nei suoi confronti, dicendole che era una bella donna e buttando lì il desiderio di voler avere una compagnia accanto a sé. In effetti non disse più di questo, ma zia Nina chissà perché, aveva preso a pensarci su e diceva che un pensierino ce lo avrebbe fatto, perché dopotutto quell’uomo le sembrava "un ometto pulito". Tanto ci pensò che un mattina di inverno si acchittò tutta, prese con sé una scatola di gelatine e, senza sentire quelli che la sconsigliavano e che le dicevano: "ma che vai a fare? A farti prendere in giro alla tua età, ma che ti sei messa in testa?", prese una corriera che l'avrebbe portata fuori città, per andare a corteggiare un uomo che non la voleva. Naturalmente tutto fu ridimensionato da quell’ometto che indietreggiò e vacillò, vedendosela comparire in casa.  Lei, come se nulla fosse, riprese la corriera e niente più disse, se non che l’ometto pulito aveva una casa proprio sporca.

Ci fa tenerezza pensare che i sogni per alcuni non finiscono mai, neanche quando sembrerebbe che è tempo di starsene davanti alla televisione a rimbecillirsi con un plaid sopra le gambe.

Questo post lo dedichiamo alla bambina capricciosa e ingenua che era Nina e che, domani mattina, saluteremo per l’ultima volta.

postato da ossimoro73 | 14:54 | commenti (8)


mercoledì, 07 marzo 2007
 

Tristezza alcolica

Pochi giorni fa abbiamo sperimentato, per la prima volta in assoluto, l’ebbrezza dell’alcool, ed è stato come lo immaginavamo: un’esperienza terrificante.

A noi l’alcool non è mai piaciuto e, a dire il vero, il bicchierino di vino bianco che ogni tanto ci concediamo non ci ha mai dato problemi se si esclude una leggera sonnolenza.Quindi non ci siano mai ritrovate nella condizione di perdere il controllo e, a dirla tutta, non l’abbiamo mai cercato perché abbiamo sempre avuto una fifa matta di rincoglionirci. Non sappiamo da che derivi sta paura....forse perdere coscienza ci fa pensare alla morte o all’anestesia.

Siamo, inoltre, timorose nell'assumere farmaci perché su di noi hanno effetti devastanti; tanti anni fa, a Rimini , prima di andare in discoteca, ci prendemmo un cucchiaio di sciroppo per la tosse, ci stordì così tanto che sembravamo fatte di ectasy , crediamo che se quella sera la polizia avesse fatto una retata, noi saremmo state subito caricate sulla camionetta (vagli a spiegare che avevamo la bronchite e che, tra l’altro, la polverina bianca nella carta stagnola altro non era che una pasticca di antibiotico pestata dalla mamma per via che le pillole non le sappiamo mandare giù).

Per tornare all’esperienza dell’ebbrezza, giorni fa, durante l’aperitivo, abbiamo ordinato un bicchiere di Gewurztraminer che non avevamo mai assaggiato e che ci è piaciuto molto, tanto è che ce lo siamo gustato fino alla fine (cosa tra l’altro rara). Sarà stato questo, sarà stato che eravamo a stomaco vuoto, il fatto è che, dopo un po’ di minuti, abbiamo avvertito un forte senso di distacco dal nostro corpo, ci vedevamo dal di fuori, sentivamo le gambe e le braccia molli e ci veniva da piangere.

E’ stato terribile, un’esperienza molto simile a quella di un attacco di panico, volevamo ritornare alla normalità ma non riuscivamo, e mentre il Lemure ci esortava a godere della sensazione di ebbrezza, noi dall’esterno ci vedevamo che sbraitavamo contro di lui e il vino che ci aveva consigliato. Così facendo, ci siamo alzate di scatto e abbiamo iniziato ad ondeggiare fino all’uscita, crediamo che la gente intorno ci abbia preso per delle ubriacone croniche che, alle 19 30 della sera, erano già ridotte in quella maniera.

Una volta uscite dal locale, il Lemure blaterava sulla necessità di arrenderci e accettare la vaghezza data dall’alcool ma intanto un sentimento di angoscia ci prendeva tutte e non sappiamo perché ma abbiamo iniziato a pensare al nostro capo e all’ufficio, mentre ci sembrava che tutto il dolore dell’universo fosse piombato su di noi.

Questo è stato il punto più alto della sbornia poi tutto è incominciato a ritornare nei ranghi, noi ci siamo placate camminando e chiedendo al Lemure se ci comprava il palloncino dell’amichetto di Winnie Pooh che era in vetrina, ma questo non sappiamo se lo abbiamo detto perchè ancora ubriache (onestamente saremmo capaci di chiederlo anche in momenti di assoluta sobrietà).

Quanto è accaduto ha rafforzato in noi la paura di perdere coscienza, pensiamo che il corpo vada rispettato anche perché c’è sempre tempo per stordirsi di droghe che allevino il dolore in un letto di ospedale…..naturalmente questo è in linea con un atteggiamento, per certi versi, ascetico che ci ha sempre contraddistinto.

 

 

postato da ossimoro73 | 09:06 | commenti (14)