vicissitudini di una nana metropolitana

   storie, traversie, sogni ad occhi aperti e anche chiusi di un donnino piccolo piccolo alle prese con la metropoli


martedì, 26 giugno 2007
 

Perché odiamo l’estate

Riteniamo l’estate una stagione particolarmente crudele, fa caldo e il caldo ci abbassa la pressione e la pressione bassa ci deprime, rendendoci protagoniste di gesti di una tristezza inaudita: come starsene immobili e stramazzate sul letto a pancia in su, tapparelle abbassate, ad ascoltare On my own di Nikka Costa con gli occhi chiusi, e a battere il tempo con la testa alla Ray Charles, mentre nostra sorella davanti al pc ostenta indifferenza, ma anche lei è profondamente commossa e amareggiata dalla melodia e guarda lontano oltre le tapparelle con aria di chi ne ha passate e viste tante.

Insomma la canicola ci getta nello sconforto più assoluto, si va in giro pallide come morte perché non tolleriamo le file della domenica per andare al mare o meglio non tolleriamo più il sole perché sotto la luce abbagliante tutto si fa più evidente come la peluria sulle braccia o un certo stato di disagio che d’inverno riusciamo a mascherare sotto chili di vestiario.

D’estate poi si muore di più e, generalmente, di morte violenta; le cronache nere di tutti i giornali in questo periodo si infittiscono di omicidi e, se si pensa ai gialli irrisolti, ci si rende conto che sono accaduti quasi tutti d’estate.

Per noi personalmente questo periodo è un’ecatombe, le operazioni che abbiamo subito sono state sempre effettuate nella stagione calda e pure per quest’anno non è mancata una buona dose di medici in prima linea, da quelli che ci consigliano di sottoporci ad un ulteriore intervento a quelli che ce lo sconsigliano perché sarebbe "assolutamente demolitivo" e che a causa di questo potremmo perdere alcune funzioni vitali (o Gesù misericordioso!). Vogliamo poi parlare del braccio che ci duole ancora a causa della caduta da bicicletta? Certo, invece di lagnarci dovremo metterci in marcia verso il Divino Amore per ringraziare per come sono andate le cose, potevamo romperci la testa, tenuto conto del grado di sfiga che si concentra in questo periodo. Ma ancora non abbiamo parlato del numero raddoppiato di persone care o di conoscenti che in questo stesso periodo ci informano con dovizia di particolari di emorragie, problemi neurologici, di risonanze alla testa e di globuli rossi la cui esigua quantità risulta essere piuttosto sospetta (c’è da dire che l’argomento globulo rosso ci getta nell’ansia più totale anche se a parlarne è Onder a tg2 salute). Insomma sembra che le malattie si diano appuntamento tutte sotto la canicola.

Ma passiamo ad un argomento più leggero.. l’amore: se si esclude un unico caso, possiamo dire con assoluta sincerità che siamo state sempre lasciate d’estate, ce lo ricordiamo ancora: 13 luglio, 20 luglio e 26 agosto (queste ultime due date sono legate alla stessa persona ma con un anno di differenza ma che fantasia, eh?). E ancora…. in quale dannata stagione abbiamo incontrato il nostro ex grande amore insieme ad una zoccola strafiga e abbiamo pensato, subito dopo, di farla finita? Inutile rispondere, perché tanto la risposta già la conoscete.

Premesso ciò, anche per quest’anno potremmo considerarci soddisfatte se usciremmo indenni dalla stagione calda; naturalmente il grado di soddisfazione non sarà legato ad una vacanza più o meno riuscita ma dipenderà dalla nostra stessa sopravvivenza fisica e mentale. Che i Numi ci aiutino!

postato da ossimoro73 | 14:58 | commenti (4)


lunedì, 18 giugno 2007
 

Breve resoconto per mostrare come una romantica gita può tramutarsi in una deleteria avventura

 

Come già abbiamo avuto modo di raccontare, la domenica pomeriggio è negli ultimi tempi occasione di gite in bici in compagnia del Lemure lungo la pista ciclabile del fiume.

Così anche ieri ci siamo recate serene all’appuntamento, nonostante alcuni elementi vagamente profetici come il forte ritardo del treno che ci avrebbe portate dal Lemure (evento non particolarmente singolare ma che comunque ci stava convincendo a demordere, salvo poi ripensarsi all’ultimo secondo all’arrivo dello stesso) e il gracchiare di alcune cornacchie sulla nostra testa mentre ci avviavamo verso la meta.

C’è da dire che ci sentivamo particolarmente inclini al romanticismo e, di conseguenza, abbiamo scelto il treno (mezzo da noi poco utilizzato) per recarci da un quartiere ad un altro della città, nella speranza di vivere la scena dell’innamorato che ci aspetta alla stazione e di noi che scendiamo e ci guardiamo intorno con aria trasognata come Sophie Marceau al Tempo delle mele 2 e poi scorgendolo, con colonna sonora di sottofondo, ci catapultiamo ad abbracciarlo. Naturalmente questa scena  non ha avuto luogo a causa della proverbiale scontrosità del Lemure che ha preferito aspettarci a casa deludendo le nostre più rosee aspettative. A parte questo particolare, sempre per assecondare le nostra genuina disposizione alla melensaggine e di tutti quei delicati sentimenti di cui la natura ci ha dotate, ci siamo agghindate come le signorine di una volta, indossando un bustino bianco tutto traforato in pizzo san gallo con nastrino che andava  a strizzare e chiudere il decolté creando l’effetto balconcino con davanzale e una gonna di lino bianco con sottanina nella stessa candida tonalità. Il tutto era abbellito da graziosissimi sandaletti con zeppa che slanciavano e snellivano la nostra figura piuttosto appesantita dal pranzo della domenica.

Evidente a tutti come tale tipo di abbigliamento “vittoriano” non è proprio consono soprattutto se il mezzo di locomozione di cui si è dotate è una mountain bike particolarmente vissuta e sudicia.

Ma volevamo apparire incantevoli agli occhi dell’amato e quindi non abbiamo pensato al rischio a cui potevamo andare incontro nell’ipotesi, secondo noi remota, di sfracellarci con una tenuta del genere.

Comunque sia, la prima parte della passeggiata è stata una meraviglia e nonostante il mezzo plebeo sul quale ci muovevamo, pedalavamo felici tra gli stands e i locali aperti lungo il fiume in occasione dell’imminente stagione estiva.

Eravamo già sulla via del ritorno quando il tramonto fa scintillare tutte  le cose con la sua benevola luce ed ecco che siamo colte da un momento di irrefrenabile sentimentalismo e chiediamo al Lemure di pedalare mano nella mano. Nonostante le riottose resistenze, riusciamo a resistergli e a ottenere che le nostre bici vadano all’unisono per un tratto dell’impervio percorso. Facciamo appena in tempo a vedere comparire sulle facce di entrambi  quella tipica espressione che rende orgogliosi di sè tutti gli innamorati ma che all’occhio di un osservatore esterno appare inevitabilmente ebete e guardandoci teneramente negli occhi, distoglierli con sguardo perso nel vuoto ed ecco che il manubrio di lui si incastra al nostro, non facciamo in tempo a fermare la nostra folle corsa che già fluttuiamo nell’aria e ricadiamo pesantemente sul brecciolino e su di noi le due biciclette con il Lemure sopra.

La prima cosa che pensiamo è quella di guardarci intorno e vedere se c’è gente che ci possa coglionare, per fortuna c’è solo una polacca che assai indifferentemente continua a leggere un libro su di una panchina. La seconda cosa a cui pensiamo sono i nostri abiti, ci accorgiamo con orrore che la gonna si è strappata ed è insanguinata. Terzo avvertiamo un lancinante dolore sul ginocchio completamente sbucciato e sul gomito del braccio destro che non riusciamo più a muovere.

Ci alziamo facendoci prendere da un accesso di risa isteriche intervallate qua e là da qualche urlo di dolore.

Ci accorgiamo subito che il Lemure non si è fatto niente, mentre noi siamo tutte un tumefazione ma non abbiamo il tempo di ragionare che siamo colte dal parossismo più completo. Incominciamo a vedere tanti puntini luminosi che aumentano sempre di più (quello che si dice veder le stelle) fino a che si offusca tutto. Siamo colte dal panico perché ci sentiamo svenire (esperienza per noi più unica che rara), invochiamo più volte il nome del Lemure e della mamma per poi ricadere sulla panchina esamini. Riapriamo gli occhi e come nei film muti vediamo prima un buchino di luce e poi la visuale pian piano allagarsi finché ci appare il viso del Lemure con un sorriso sinistro sul volto.

Da sottolineare che in tutti questi andirivieni di scene isteriche, svenimenti, di auto-biasimi e di gambe alzateci in aria da un premuroso quanto divertito Lemure, la polacca vicino a noi non ha mai alzato il viso da libro, ma può esistere gente del genere? (e diciamolo, se può centrare qualcosa, a noi Lech Walesa ci è stato sempre sulla balle).

Per fortuna dopo una decina di minuti era tutto passato, tranne il dolore lancinante al braccio così abbiamo deciso di incamminarci a  piedi oramai che era diventata notte e di chiamare il Lemure II, rinomato amico del cuore del Lemure, per farci accompagnare al pronto soccorso. Dobbiamo ammettere che il Lemure II è stato di una premura assoluta, ci ha scortato in ospedale mentre il Lemure era andato a portare le bici a casa. Tra le prove di estrema sollecitudine nei nostri confronti, il Lemure II si è reso assolutamente disponibile a ramazzar tra le nostre tette, a causa della fuori uscita del ferretto del reggiseno la cui vicinanza alla tetta sinistra lo rendeva particolarmente pericoloso (da precisare che i  nostri arti superiori erano completamente immobilizzati).

La visita per fortuna non ha rilevato niente di rotto ma ci siamo beccate 5 giorni di prognosi che ci costringeranno a starcene doloranti a casa.

Quando siamo uscite dal Pronto soccorso abbiamo trovato il Lemure che ci aspettava già informato dal suo migliore amico, probabilmente con tutta la serietà e urbanità del caso, che lo stesso per soli scopi solidaristici era stato costretto a ramazzare tra le tette della sua ragazza…. chi l’avrebbe mai detto che una giornata progettata nei minimi particolari avesse un esito prosaico di tal genere. Morale della storia è che certi nostri eccessi sentimentali dovremmo controllarli e indirizzarli verso forme di diletto più innocue, seppur irragionevoli, come il tombolo o il curling.

postato da ossimoro73 | 18:37 | commenti (13)


giovedì, 14 giugno 2007
 

Vita !

Oggi fa caldo ma non come il caldo di quattro anni fa e neppure sono vestita di bianco come allora; di bianco oggi ho solo una decina di capelli sulla testa che allora non avevo ma, se per questo, all’epoca avevo appena accennata la pieghetta in mezzo alla fronte che mi viene quando rido o quando piango, ora invece è quasi un solco.

Spesso mi capita di ricostruire con la memoria quella giornata di quattro anni fa. Per prima cosa vedo me in una mattina di un sabato qualunque: sono dentro la macchina ferma ad semaforo che racconto a chi mi è seduto accanto la serata precedente trascorsa a casa di amici, poi sono su un lettino al mare e in seguito seduta ad un tavolo con un cartoccio di patatine in mano, c’è uno squillo di cellulare e, prima che la persona di fronte a me risponda, ho l’istinto improvviso, egoistico e inspiegabile di affrettarmi a mangiare le patatine calde perché intuisco che dopo quella telefonata non avrei avuto più ragione di mangiarle.

E così è stato.

Ricordo la difficoltà di uscire dal parcheggio nell’ora più calda, il silenzio del ritorno, il non voler arrendersi alla rassegnazione che sento salire incessante dalla punta dei piedi poggiati sui pedali della macchina.

La scena cambia, io con indosso un abito completamente bianco che solo a ricordarlo mi acceca; sembro una sposina che va all’altare e invece sono fredda e impassibile fuori da un edificio di cemento estraneo e lontano. Ora sono dentro all’edificio, sto in mezzo a tanta gente che mi dice che devo provare ad entrare anche se non è consentito. Entro come un’autonoma e mi nascondo in un angolo, fuori da una stanza stranamente assolata, devo stare in silenzio e non farmi vedere, la cerco ed è nascosta da un affaccendarsi di persone, scorgo da lontano solo la sua fronte marmorea con i capelli mandati all’indietro dalle carezze di sua figlia, poi niente più perché sento nelle orecchie le parole stridule e severe di chi mi dice che non devo stare lì, che non ho rispetto per gli altri e io balbetto, chiedo scusa, prometto di starmene zitta e di non entrare (rimarrei lì in apnea su una sola gamba se fosse possibile), imploro piangendo (la dignità è poca cosa) ma non c’è niente da fare, sono di nuovo fuori dalla porta a vetri.

Sono a casa, di nuovo una telefonata, qualcuno prende il telefono , vedo la scena da lontano, questo qualcuno si piega in avanti come fosse schiacciato da qualcosa di più forte, di ineluttabile. Mi distendo sul letto e un dolore alla bocca dello stomaco mi assorda, penso alla cosa più atroce ….. non ricordo più, il suo viso, i suoi lineamenti, il suono della voce stanno scomparendo ma come è possibile? Non riesco che a dire "voglio una sua foto".

Il mattino dopo cammino, macino km senza una meta, non mi fermo perché se lo facessi la rassegnazione arriverebbe e non voglio. Penso che la città alle sei del mattino è bella, così ingiustamente bella. E poi "Vita, vita, vita" è un paradosso ma ricordo che mai come in quel momento mi sono sentita viva; sento la vita pulsare e muoversi dentro e intorno a me, è tutto troppo ingiusto.

A volte mi viene da piangere quando penso che qualche giorno prima di allora avevo telefonato e avevo chiesto di parlarle, sentii un flebile ma fermo "no" dall’altro capo del telefono, non voleva parlarmi, era offesa con me perché avevo minimizzato il suo male dicendole che era una cosa da niente e lei da donna combattiva, forte non amava chi la contraddiceva. Ma non mi viene da piangere per il rimorso, sono certa che i suoi sentimenti nei miei confronti non sono mai mutati, mi viene da piangere per il suo rimorso di non avermi voluto parlare, ignorando che sarebbe stata l’ultima volta… io che ero il suo amore più grande.

Vorrei che si fosse perdonata e che avesse perdonato, lei così umanamente e tenacemente attaccata alla vita, vorrei che non avesse sentito il dolore di andarsene via.

Cerco di rasserenarmi pensando che la vita non è una linea retta bensì un cerchio e che non conta l’ultima cosa che si è fatta, ed è per questo che voglio ricordarla con le parole che mi scrisse in un biglietto, in occasione del giorno della laurea, che ho ritrovato in un cassetto, diceva: "Al mio amore più grande, sei arrivata alla vetta. Ti auguro di seguitare sempre così. Sii sempre cara e buona con tutti. Un piccolo pensierino con tanto affetto grande grande. Dalla tua nonna".

postato da ossimoro73 | 07:34 | commenti (7)


martedì, 12 giugno 2007
 

Piccole "Furio"

Dobbiamo ammettere di avere una passione insana per le mappe Michelin, si proprio quelle che, collegandosi al sito e dando il punto di partenza e quello di arrivo, mostrano tutto l’itinerario con il tempo previsto e i km da percorrere. Non stiamo nella pelle quando vediamo comparire la mappina e leggiamo "svolta a sinistra", "svolta a destra", "fai 100 mt". Per non parlare poi delle modalità che si possono scegliere a seconda se si va in macchina, in bicicletta o a piedi e se si seleziona il percorso più economico, quello panoramico o quello più corto, c’è sempre il buon ometto Michelin che ti indicherà con quel sorriso bonario la strada giusta.

C’è da dire che noi adoriamo camminare a piedi con passo sostenuto perse nei pensieri che, se pure incontrassimo Gabriel Garko (evento accaduto realmente) con pettinatura a ciocchette (stile sposo-testimonial di Radiosa con messa in piega fatta da Rodolfo) e occhi sospettosamente tirati, non ci fermeremo neanche un attimo a contemplare sto pezzo di Apollo (sì perché nonostante la pettinatura da Ken, sempre bonazzo era) ma tireremo avanti imperturbabili e incorruttibili. Insomma quando ci prende lo schiribizzo di camminare, quale migliore occasione per scaricarsi il percorso ideale? Ultimamente stiamo attraversando una fase particolarmente masochista ossia quella di imporci, almeno una volta a settimana, di percorrere a piedi la strada dall’ufficio a casa. Nonostante occorra attraversare ben quattro quartieri e questo periodo non sia tra i più indicati per via del caldo tropicale, l’ometto Michelin in qualche modo ci rassicura sempre, ci indica che percorreremo 7,5 km  e che impiegheremo solo 1 ora e 50 minuti. E l’ometto non sbaglia mai, ogni qualvolta che arriviamo al cancello di casa nostra, verifichiamo che è trascorsa 1 ora e 47 max 48 e, se si calcolano 2 minuti per fare le scale (perché siamo quasi vicino al collasso circolatorio e un paio di minuti ce li dovete dare per arrivare sfiancate fino al letto), ecco che si fa un’ora e 50. Solo ieri abbiamo impiegato circa due ore.. probabilmente questo calo della prestazione è imputabile alla cappa di smog che abbiamo respirato lungo la strada, presentavamo infatti evidenti segni di intossicazione quali giramento di testa, incapacità di mettere a fuoco pensieri sensati e di esprimerci razionalmente a parole.

Insomma se una volta Furio chiamava l’Aci per non farsi trovare impreparato ora a noi basta un clic; probabilmente continuiamo a scaricare mappe (anche per itinerari che conosciamo) per dare un ordine al caos dell'esistenza. Ah, se anche nei percorsi mentali e nelle scelte che la vita ci impone, potessimo contare su un ometto solerte che diriga il traffico e ci dica " gira a destra", "continua", "va bene così" e finalmente "sei arrivato" con tanto di bandierina finale, probabilmente saremo tutti un po’ più felici.

postato da ossimoro73 | 11:24 | commenti (7)


giovedì, 07 giugno 2007
 

Cerebrolese al telefono.

Squilla il telefono, sentiamo una voce che biascica qualcosa di incomprensibile con accento napoletano che forse dice:

La voce: c'è l’avvocato?

(n.d. O.: lavoriamo in un Ente che ha che fare con 131.000 avvocati, come comportarsi, quando si sospetta che quella voce potrebbe appartenere al Presidente dell’Ente medesimo?).

Noi, con tono remissivo: mi scusi, chi avvocato?

La voce, con tono risentito : l’avvocato.

Noi: ((no non può essere il Presidente, mica è così demente)) con tono sicuro: mi scusi chi avvocato cerca e chi è lei?.

La voce: sono il Presidente.

(n.d.O. leggende di corridoi narrano di cazziatoni disumani impartiti dal Presidente ai poveri sventurati che non lo riconoscono al telefono).

Noi ((porca troia, ora mi uccide)) buongiorno Presidente, cercava l’avvocato X (buttiamo un nome possibile)?

Il Presidente: no, cercavo l’avv. Y.

Noi: ((le leggi della probabilità non mi sono amiche, cazzo)) ah si, l’avv. Y è appena uscito.

Il Presidente, con tono inquisitorio : chi è lei?

Noi: ((ora mi scheda, una donna finita sono)) sono Ossimoro 73 ((gesù! devo dire qualcosa di simpatico)) non si ricorda di me? Sono sempre dietro di lei al Consiglio di Amministrazione insieme alla collega "tal dei tali". 

Il Presidente: ah! i miei due angeli!

Noi, ringalluzzite: si, si, sono il suo angelo custode  ^ __^ 

Il Presidente: ah ah (risata) arrivederci.

Salvate in corner… ma come cacchio ce ne siamo uscite? palesarsi al Presidente come uno dei suoi angeli custodi? A quando la visita psichiatrica per manie di grandezza?

 
postato da ossimoro73 | 13:41 | commenti (13)


martedì, 05 giugno 2007
 

Abbiamo visto cose che voi umani…

Leggiamo in giro per la blogosfera la cronaca di incantevoli week end fatti di aperitivi, feste, incontri interessanti mentre noi, da un po’ di tempo a questa parte, siamo a condannate a trascorrere uggiosi fine settimana che, in alcuni casi, possono divenire fastidiosi se non quasi imbarazzanti. Sabato scorso ad esempio siamo andate ad un matrimonio così kitsch che ha degnamente superato tutti quelli visti in precedenza.

Prima di tutto vorremmo porre l’attenzione sul particolare, da non sottovalutare, del complesso pop in chiesa, sì perché la presenza del duetto di cantanti, stile Tosca l’una e stile cow boy l’altro, munito di pianola con basi ritmate, può dare il senso di tutto quello che è stata la cerimonia. Non possiamo dire male delle loro doti vocali ma diciamo che l’ave maria con arrangiamento pop, che ci ha ricordato il Cristian De Sica che gorgheggiava in stile blues Ave Maria Grazia Plena nel film "Borotalco", se la potevano risparmiare.

Detto questo, passiamo all’elemento umano principale ossia agli sposi. Lei, dimagrita per l’occasione, era tutta una meringa con impressa l’inequivocabile espressione sul viso "quanto me fanno male ste scarpe, stasera al posto dei piedi, c’avrò du’ zamponi". A tal proposito, pensiamo che non c’è niente di meno elegante che dotarsi di scarpe alte sulle quali non si sa camminare (a dire il vero questo vale pure per noi), c’è da dire poi che l’apoteosi de ste femmine claudicanti è portarsi dietro le ciocie di ricambio. A onor del vero le ciocie non sono state sfoggiate dalla sposa che ha resistito eroicamente fino all’ultimo, ma non possiamo dire altrettanto di svariati invitate che ad un certo punto della cerimonia hanno calzato, con loro gran sollievo, infradito che mettevano in evidenza polpacci in stile cotechino natalizio. Dello sposo non c’è molto da dire a parte il fatto che è un nostro lontanissimo cugino (J ) e che, facilmente prevedibile, pur non essendo alto, era dotato di una giacca lunga: lampante l’effetto tracagnotto che ne derivava.

Nel voler proseguire la descrizione antropologica dell’ambiente umano, non possiamo non riferire sul contegno dignitoso dei parenti dello sposo (15 in tutto); pur essendo di parte, possiamo dire in tutta onestà che lo spaurito gruppo se ne è stato tutto il tempo seduto in religioso e rassegnato silenzio a rimirare lo spettacolo che si andava svolgendo tutto intorno.E sì perché i parenti della sposa (circa un centinaio) erano uno spettacolo solo a vederli.

Iniziamo dal vestiario che crediamo sia di difficile comprensione all’umano raziocinio (cacchio perché non abbiamo portato con noi una macchina fotografica!), tanto che si dovrebbe creare un termine simile a quello di sindrome di Stendhal per descrivere lo stato di smarrimento e di lieve deliquio che ci ha preso davanti all’ostentazione di tanta cafoneria. Le donne, quasi tutte con capelli cotonati, erano vestite per lo più da balera anni 80, i loro abiti spaziavano da completi rosa pesca con pailettes a pantaloncini micro con vista su tatuaggio tamarro o da abitini succinti drappeggiati come tende a improbabili panta collant bianchi sotto a camicioni zebrati. La palma secondo noi va ad una tipa con faccia volgare da moglie da boss, capello corvino e abbronzatura tartarugata, indossava pantoloni attillati nero lucido con sopra maglia rossa elasticizzata con cravatta lucida amaranto con pailletes che riproducevano una tela di ragno. Insomma la fiera dell’acrilico..se avessimo gettato un fiammifero, abbiamo ragione di credere che sarebbe andato distrutto tutto il locale. Ma il vero delirio è stato raggiunto da un ragazzo (cacchio perché non abbiamo  portato con noi una macchina fotografica!), una cosa del genere crediamo che non si mai vista neanche nel film "Mary per sempre".. insomma sto tipo aveva un completo bianco di finto lino, poteva essere poliestere, per giunta semi trasparente, i cui pantaloni erano dotati di smisurate e irragionevoli tasche laterali (perché questo, dio mio?) che intozzivano tutta la figura, il tutto incorniciato da camicia nera con cravatta nella stessa tinta e da mocassini neri, detto questo, vi assicuriamo che la realtà era molto ma molto peggio della nostra descrizione. Non vorremmo accanirci ma non possiamo non riferire di bambini (maschietti!) di circa quattro anni con orecchino e capelli rasati a formare disegni (come per le siepi) e di quindicenni tutti già accoppiati (lo possiamo giurare sulla nostra testa) che giravano mano nella mano come fossero marito e moglie, intenti a prenotare il duetto canoro per il loro matrimonio; quest’ultimo particolare ha gettato nello sconforto più totale nostra sorella che a 26 anni non trova uno straccio di uomo neanche a morire.

Che dire poi del locale..gli sposi sedevano in una conchiglia gigante che si accendeva e spegneva (luce al neon naturalmente). Degna di nota era la tovaglia, che volendo evocare il mare, era impreziosita da cozze e cavallucci marini in plastica (proprio uguale alla stoffa del vestito di carnevale di nostra sorella quando si travestì da signora degli abissi). Il duetto canoro nel frattempo ha cantato tutto il repertorio nazional popolare della musica italiana, facendo lacrimare tutti i commensali tra una pietanza e l’altra, dobbiamo ammettere che durante "cu’mme" di murolo – mia martini una certa malinconia ha preso pure noi, maledetta cipolla nell’insalata!

Tali stucchevoli momenti erano inframmezzati da musiche più allegre in cui si poteva assistere al dimenare di culi, tette e al temibile roteare di bacini e rotule, il tutto accompagnato da sguardi ammiccanti di chi la sa lunga proprio come si vede fare alle signorine della televisione. C’erano pure i passi figurati che ogni qualvolta li vediamo, ci ipnotizzano; ci interroghiamo infatti su come sia possibile che un gruppo di persone possa andare all’unisono nella stessa direzione senza calpestarsi o perdersi nell’andirivieni (cosa che invece capita a noi quello poche volte che abbiamo provato).

L’apice della giornata naturalmente è stato toccato al taglio della torta, non vi nascondiamo che abbiamo provato un certo timore all’approssimarsi del momento topico, a causa dell’aria sovreccitata che si respirava; per fortuna tutto è andato bene o almeno non si sono registrati danni alle cose o alle persone. L’epifania è stata preceduta da effetti speciali degni di George Lucas, le luci che si abbassavo, musica da suspense e fari che poi si sono accesi all’improvviso illuminando una torta mastodontica, che rappresentava in scala ridotta la fontana di Trevi. Non è finita, al momento del taglio, la conchiglia ha sprigionato fumo denso che ha avvolto gli sposi, facendoli scomparire alla vista degli invitati per un tempo necessario da far pensare ad un trucco degno di Coperfield ed è poi scoppiato qualcosa dal soffitto che ha ricoperto di coriandoli la coppia all’apice della gioia (a dire il vero abbiamo trovato i coriandoli sospettosamente somiglianti agli adesivi trasparenti di lines seta ali). A quel punto tripudio di urla, risate, applausi, e il gorgheggio finale del duetto canoro; probabilmente qualche vecchietto lì presente avrà creduto di trovarsi in mezzo ai festeggiamenti per l’anno nuovo.

La festa è quindi finita, gli sposini erano così felici e a loro agio, come se il sogno più grande della loro vita fosse stato esaudito. Serberanno certamente il ricordo di questa giornata per tutta la vita e, assieme a tale ricordo, si porteranno dietro, per almeno dieci anni, il debito contratto con la banca per pagarsi la cerimonia. Abbiamo oramai le prove che esistono universi paralleli al nostro.

 

postato da ossimoro73 | 10:08 | commenti (19)