vicissitudini di una nana metropolitana

   storie, traversie, sogni ad occhi aperti e anche chiusi di un donnino piccolo piccolo alle prese con la metropoli


mercoledì, 19 dicembre 2007
 

Un incontro casuale

Qualche sera fa mentre vagavamo per strada ci siamo ritrovate faccia a faccia con una ragazza, S., della quale eravamo molto amiche. Per una serie di circostanze, circa tre anni fa e per nostra volontà, decidemmo di troncare l’amicizia con lei. Come è ovvio la sera dell’incontro eravamo conciate piuttosto male, eravamo completamente struccate con un volto cadaverico e emaciato che probabilmente evidenziava, più del dovuto, gli anni passati. Non avevamo voglia di parlarci, a dire la verità, più per il motivo di sentirci impresentabili che per le motivazioni che in passato ci allontanarono da lei.Nonostante le premesse, il solito istinto suicida ci ha portato a scalmanarci più di ogni ragionevole motivo e come ci succede quando vorremmo evitare qualcuno, paradossalmente abbiamo iniziato a fare segni verso S., a urlare il suo nome e dirigerci verso di lei mentre in testa il nostro super ego diceva "non sei truccata e probabilmente hai un alito pestilenziale alla prima traversa utile gira e fuggi via" mentre noi rispondevamo al super ego" ah se solo avessi il tempo di mandare giù una mentina e di passarmi il correttore sugli occhi ma oramai niente è più possibile, ah che vergogna".Insomma in pochi secondi mentre questi pensieri ci balenavano in testa, ci siamo trovate a baciare S. con una scioltezza così finta da apparire imbarazzante e far concorrenza alla "spigliatezza" della Balivo.Come fossimo reduci da un festino a base di cocaina, abbiamo iniziato a parlare alla velocità della luce cercando di raccontarle in breve quello che ci era successo in tre anni e mai facendo cenno al litigio anzi con sguardo immalinconito perso nel vuoto sentirci pronunciare codeste parole " avrei voluto tanto richiamarti". Ma perché tutto questo? Da una parte crediamo di aver fatto bene, il rancore non è nei nostri costumi, il tempo ridimensiona tutto e le cause del litigio non sono particolarmente gravi, dall’altra però non ci siamo pentite della scelta che facemmo tempo fa. Forse è il caso di fare una digressione sul perché ci allontanammo da S.

Sfanculammo S. non perché avesse fatto particolari cattiverie, S. non è mai stata una persona cattiva era solamente un’egoista cronica, forse tra le amiche, la più auto referenziale e egocentrica senza però la vanità e la presunzione che a volte si accompagnano a questi lati del carattere anzi, pur essendo molto bella e intelligente, non ha mai dato prova di presunzione.Allora perché diciamo egocentrica? semplicemente perché parlava sempre e solo di se stessa, era un logorroica che noi vicino a lei sembravamo dei monaci che avevano fatto voto di silenzio. Non dava alcuno spazio al proprio interlocutore anzi neanche lo vedeva se si fosse aperto un cratere in mezzo alla via e l’interlocutore vi fosse sprofondato dentro, credetemi S avrebbe continuato a camminare e a parlarsi addosso. Da dire poi che l’argomento principale era soprattutto uno: Bruno, il ragazzo che poi avrebbe sposato. In 8 anni di fidanzamento non c’è stato passeggiata, telefonata, pizza che non fosse motivo per parlare delle doti Bruno, di quanto fosse figo e al contempo immaturo, di quello che lui diceva a lei, di quello che lei diceva a lui, dei malintesi, dei litigi , delle tonalità di colore dei maglioni che indossava Bruno (ricordiamo che vestiva come uno degli A-HA pur essendo nel pieno degli anni 90). Insomma ricordiamo delle vere e proprie sessioni di studio alle quali erano invitate a partecipare non solo noi ma anche altre sventurate, tutte prese a sciogliere i dilemmi sulla persona Bruno (in realtà capimmo più avanti che erano falsi problemi, era solo un pretesto per poter parlare del suo amore ritenuto unico ed eccezionale in tutto l’universo). E’ indiscutibile che tra amiche il bello è proprio parlare e analizzare le cose più inutili al mondo come ad esempio ragionare sull’opportunità o meno di dire a Bruno di depilarsi le ciglia in mezzo agli occhi. Il problema era un altro: le conservazioni di S. erano monologhi e se si pensa che in tutto quel tempo passato a ascoltare in maniera univoca di lei e di Bruno, noi intanto avevamo avuto il tempo di farci lasciare tre volte dal nostro grande amore della vita, di intessere e chiudere subito dopo una relazione con il mammone, di darci alla danza classica con pessimi risultati, di avere un lutto devastante, di subire un’importante intervento chirurgico, possiamo dire con sicurezza che molti di questi argomenti sono passati inascoltati, forse quelli più rilevanti sono stati presi in considerazione da S. al pari del dibattito sulla quantità di peli presenti sul pube di Bruno.

Ricordiamo un evento: dopo l’intervento sopra citato ci trovavamo in un letto di ospedale a gambe all’aria con la spiacevole sensazione che se qualcuno ci avesse visto da davanti, ci avrebbe preso per un maschio; eh si perché il giramento di palle di stare immobili al letto con un sondino attaccato alla gola non era solo metaforico, si dà il caso che a causa di travasi di liquidi conseguente ad un intervento piuttosto invasivo, era insorto una sorta di rigonfiamento, per fortuna l’effetto Casablanca durò pochi giorni. Insomma in questa condizione di chiaro disagio e di umiliazione, non volevamo incontrare nessuno, persino il grande amore della nostra vita fu tenuto alla larga (venne solo due volte in 15 giorni di permanenza). S. ci chiamò esprimendo il desiderio di venirci a trovare, noi  non avevamo granché voglia di farci vedere in quelle condizioni ma accordammo il permesso per passare un po’ di tempo nella monotonia di giornate che non passavano mai. Ma avevamo sottovalutato S, perché subito dopo ci disse che sarebbe venuta accompagnata da Bruno. Capite bene che di farci vedere le balle da Bruno o comunque di farci trovare doloranti da un quasi sconosciuto poco ci andava, glielo dicemmo e lei per tutta risposta non venne più in ospedale.

Ma non fu questa la causa scatenante del litigio, li per lì facemmo il ragionamento che S. non era una cattiva ragazza a suo modo ci voleva bene, (c’è da dire che soleva tra un Bruno e l’altro, cantarsela e suonarsela sul senso della nostra amicizia e su come noi per lei eravamo belle brave e buone) e che rinfacciarle certi suoi modi essere era assolutamente inutile e infantile, o l’accettavamo cosi come era dando né più né meno di quello che lei dava a noi o la sfanculavamo, così ripiegammo per la prima soluzione.

La goccia che invece fece traboccare il vaso fu un paio di anni dopo, quando non si fece viva per 6 mesi pur sapendo che avremmo dovuto sottoporci ad una biopsia. Non solo, venimmo a sapere da una quasi sconosciuta che S. si sarebbe sposata entro l’anno. Ci rimanemmo male  soprattutto perché lei, quando la si incontrava, voleva fa passare il nostro legame per una grande amicizia e alla presa per il culo non ci volevamo proprio stare. E proprio qui sta il punto: se non se la fosse tanto menata sul nostro legame speciale, avremmo evitato di discuterci anche perché pure noi la chiamavamo raramente e non splendevamo oramai da un bel pezzo per grandi prove di amicizia nei suoi confronti. Pertanto, quando ci telefonò, dopo ben 6 mesi di silenzio, per comunicarci il matrimonio e, udite, per proporci di farle da testimone, la trattammo freddamente e le spiattellammo tutto quello che non ci era andato giù. Come era prevedibile ci rinfacciò che pure noi eravamo sparite, su questo non le si poteva dare torto e difendersi dicendole "ma guarda che sono stata io l’ultima a chiamare e tu avresti dovuto chiamarmi per sapere della mia salute" sarebbe suonato piuttosto sciocco. Però poi disse una cosa che le fece fare un auto goal di quelli clamorosi e che mise fine alla telefonata e alla nostra amicizia. Infatti nel giustificarsi di tutto quel periodo di silenzio ci disse che, oltre ad essere stata impegnata per i preparativi del matrimonio, aveva passato un brutto periodo perché, tenetevi forte, la madre di Bruno aveva litigato con sua sorella. Insomma non aveva potuto farci una telefonata perché sua suocera aveva discusso con la zia di Bruno. Capite bene che era la cosa più assurda che le nostre orecchie avessero mai sentito…non c’era più speranza, la Brunite era arrivata ad un punto di non ritorno, la salutammo abbastanza educatamente, chiudendo la comunicazione.

Arriviamo ai giorni nostri: certamente il tempo ha ridimensionato tutte queste assurdità, però dobbiamo ammettere che metterle nero su bianco ci fa chiedere se forse siamo state troppo gentili o comunque se era necessario invitarla per un thè nella nostra nuova casa. Perché abbiamo fatto tutto questo? Eravamo forse nostalgiche dei dibattiti sul profilo psicologico di Bruno o forse il nostro istinto suicida è ritornato a fare danni?

postato da ossimoro73 | 08:18 | commenti (24)


mercoledì, 12 dicembre 2007
 

Di che moriremo

Alla faccia della scaramanzia, già sappiamo di cosa moriremo, con molta probabilità, infatti, finiremo sotto a una macchina oppure saremo uccise da un tumore all’intestino.

Spieghiamo le ragioni che ci hanno portato a divinare le modalità della nostra fine.

L’incidente sotto a una macchina è piuttosto evidente, pure un cieco che passeggiasse con noi lo potrebbe arguire. Camminiamo in uno stato di totale sciroccamento, penzoliamo di qua e di là (l’equilibrio della struttura ossea non è mai stato il nostro forte), guardiamo in aria o in basso perdendoci in discorsi immaginari oppure iniziamo a correre all’improvviso (il movimento ha sempre supportato la nostra immaginazione) visualizzando nell’ordine: Ossimoro che salva il mondo e che viene insignita del premio Nobel, Ossimoro che cammina lungo un tappeto rosso e che fa cenni di saluto ai suoi fans adoranti con la stessa aria alla "quanto so’ bona" di Monica Bellucci, Ossimoro che sfancula il capo e Ossimoro vestita di bianco che commossa sale le scale di una chiesa  con il mascara nero che le scende dagli occhi (breve digressione: non sappiamo perché quando sogniamo il nostro matrimonio c’è sempre qualche catastrofe che sta lì a poco per avvenire). Oltre tale stato di stordonaggine, bisogna aggiungere che sotto casa abbiamo le strisce pedonali posizionate subito dopo una curva e che dall’orecchio destro non sentiamo nulla tanto che è capitato spesso di non avvertire il rumore delle macchine che vengono da destra, per nostra fortuna non abitiamo in Inghilterra (tanto è che a Londra più di una volta abbiamo rischiato la vita) ma nulla esclude che siamo delle potenziali vittime della strada che camminano.

Comunque sia, se il cielo ci farà la grazia di evitarci la morte sotto a una macchina, la vediamo più ardua per il cancro all’intestino.

A parte la questione genetica (alcuni nostri parenti stretti purtroppo sono morti di quello), non c’è dubbio che la parte più debole del nostro organismo risieda proprio negli intestini e si sa che il male tende a somatizzarsi proprio dove le preoccupazioni vanno a concentrarsi. Sappiano che parlare della condotta del proprio intestino in un blog o in pubblico non è molto elegante, ma la nostra vita fin dalle origini è stata dominata da tale poco nobile organo. Senza scomodare Freud (ricordiamo che secondo lui la scarsa emancipazione dai propri sfinteri era indice di una personalità bloccata all’infanzia), sappiamo bene che qualsiasi emozione, paura, sentimento che proviamo li sentiamo strozzarsi proprio lì, con umilianti fugoni verso il bagno nei momenti più importanti della nostra vita. Per elevare un po’ questa nostra confessione, possiamo far un riferimento colto, si sappia che gli antichi Egizi ritenevano che il cervello risiedesse proprio nella pancia, probabilmente questa intuizione sbagliata derivava dal fatto che le emozioni le sentivano passare proprio lì. Tornando a noi, facciamo qualche esempio pratico del perché i nostri intestini hanno spesso pesato sulle nostre decisioni: ad esempio non abbiamo mai progettato un viaggio in Tailandia o India, luoghi sempre agognati, per il timore che una volta lì ci liquefaremo vuoi per l’alimentazione vuoi per il clima caldo umido, inoltre ogni estate evitiamo di bere bibite ghiacciate per evitare spasmi da parto che ci coglierebbero una volta ingurgitata un sola goccia del liquido venefico, quando capita che ci servano un bicchiere pieno di ghiaccio non ci resta che bagnarci appena le labbra manco fossimo malate terminali e, ancora, quando partiamo (per civilissime terre quali l’Inghilterra, la Francia o la Germania) portiamo con noi sempre fiale di enterorgemina tali da farci passare per delle terroriste intente a far saltare l’aereo.

Ma non è finita, ci fu un periodo orribile (per fortuna conclusosi) di completa egemonia dell’intestino sulla nostra volontà, basti pensare (liberi di non crederci) che si andava in giro con un limone avvolto nella carta stagnola e un bicchierino di plastica da caffè nella borsa e capirete che non era certo per tagliare il crack ma era per sedare eventuali chiamate a raccolta da parte delle nostre budella. Potrete obiettare che si poteva optare per una più normale confezione di enterostop o roba del genere ma il limone era diventato per noi come il lenzuolo per Linus, come il metadone per il tossicodipendente, l’ansiolitico per l’ansioso.

Ricordiamo, a tal proposito, la prima uscita con il nostro ex grande amore, il chitarrista siculo per intenderci. Prima di presentarci all’appuntamento e dopo l’abituale andirivieni al bagno dovuto all’occasione speciale, ci consultammo con una nostra amica sugli ultimi dettagli del look e sulla faccia da esibire in occasione della prima uscita (né troppo contente né troppo scazzate si sa) e poi inevitabilmente l’occhio della nostra amica cadde proprio sul pacchetto che tenevamo in una piccola trousse della borsa. Le spiegammo il perché, la nostra amica era troppo eccentrica per sbalordirsi più di tanto, ci chiese però cosa avremmo fatto se il chitarrista siculo se ne fosse accorto. Noi, pensandoci un attimo, le rispondemmo che avremmo potuto dire di aver portato dietro il limone per rendere omaggio alla tradizione e ai prodotti tipici della bella Sicilia. A questa nostra risposta surreale ridemmo come bambine fino alle lacrime, fu un bene perché allentò la tensione che, manco a dirlo, sentivamo stringerci le viscere. La serata, per fortuna, andò bene anche grazie al limone al quale per fortuna non ricorremmo, ci bastava saperlo avvolto nella carta stagnola dentro la borsa e tutto filò liscio (tale modo di dire non va preso letteralmente, si capisce!).

postato da ossimoro73 | 13:50 | commenti (23)


venerdì, 07 dicembre 2007
 

 Souvenir di Londra

La pioggia e l’odore di fritto;

l’inglesino cosi politicamente corretto e mio cugino l’emigrato così tipicamente emigrante con le mani della fatica e lo sprezzo per il popolo autoctono;

noi che a Regent’s park, puntiamo i piedi e ci mettiamo a piangere dopo km e km macinati perché dobbiamo fare pipì e tutto quel verde ci ispira la vescica e il Lemure paziente che si mette in cerca di un bagno, dandoci a denti stretti delle straccia cazzi;

noi che siamo ritornate a lavoro e ci ritroviamo rimosse dall’incarico alla segreteria dei capi dei capi perché il meschino sostiene di non essere stati informato delle ferie di questa settimana.

la cosa non ci avvilisce più di tanto, ci si è abituati alle bassezze e, non lo vorremo dire a voce alta, ma stare lontano da lui probabilmente ci gioverà.

forse siamo ritornate donne libere....vedremo

postato da ossimoro73 | 09:19 | commenti (15)