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mercoledì, 27 febbraio 2008
Il piccolo orologio
Sono trascorsi quasi otto anni, da quel giorno pieno di sole, sotto al quale avanziamo io e mia madre, lei dietro di me, mute, sulla strada di un quartiere bene ma dai contorni poco definiti per via degli occhi lucidi, i miei e i suoi.
Ci hanno detto che c’è qualcosa che non va, una massa che si inerpica su per le mie viscere e che si deve al più presto intervenire: aprire e fare una biopsia e bla bla.
Decidono di operarmi una settimana dopo.
In ospedale, il giorno prima dell’intervento, durante la tac, mi sembra che tutti mi sorridano benevolmente senza un reale motivo, alcuni dell’équipe mi accarezzano. "Bene" penso io "ci manca solo che qualcuno passi sotto la finestra e urli memento mori nella mia direzione". Mentre sto per allontanarmi, incontro gli occhi di una vecchina che sta per entrare nella sala Tac, quello sguardo mi sembra di averlo già visto, in mia zia negli ultimi anni della sua vita e in tanti anziani che hanno stampata quell’espressione ebete e rassegnata, senza più difese. Mi prende un magone, ritorno in stanza, alla richiesta di notizie dei miei, butto per terra una rivista: l’unico atto di ribellione che ricordo in tutto quello ambaradan.
Si susseguono le visite mediche, arriva un dottore giovane e piacente, si siede di fronte a me e con fare pacioso mi dice:" ma lo sai che hai delle analisi perfette, sei un piccolo orologio", e io: " è quello che dico io, sto bene, insomma, lei mi conferma, le analisi sono buone". Mi aggrappo a quel "piccolo orologio" come un naufrago si aggrappa al suo salvagente e ne faccio un tormentone. Chiunque mi telefoni, passi di lì, mi venga a far visita si deve sorbire la mia cantilena: "sto bene, ho le analisi perfette, sono un piccolo orologio ".
1° lezione di vita: il malato a meno che non sia in condizioni disperate non si percepisce come tale o meglio si illude di non esserlo, conoscevo una persona ricoverata al reparto oncologico con tanto di scritta a carattere cubitali "Oncologia"; secondo lei era lì perché doveva togliersi un polipetto, la stessa che quando era in salute sosteneva che prima o poi sarebbe morta di tumore.
E’ la mattina dell’operazione, arrivano i risultati della Tac, il professore che mi dovrà operare chiama fuori dalla stanza mia madre e mio padre, cerco di costringermi alla lettura e di non pensare. Rientrano, c’è mio padre che piange, non ho mai visto mio padre piangere, mia madre è invece impietrita. Mi alzo dal letto, incomincio ad essere stufa di quella situazione, mi rivolgo a loro e dico "ragioniamo, io sto bene e ho le analisi perfette, pensate che sia possibile avere delle analisi perfette se avessi qualcosa di brutto? Papà non ti far vedere così, su, andiamo, sono un piccolo orologiooo, avete capito?" Mia madre (che inizia a dare segni di impazienza e si trova disarmata in quanto dovrebbe detenere lei il ruolo consolatore) non riesce altro che a dire: "uffa con sto piccolo orologio!". Io: " me l’ha detto il dottore bello che sono un piccolo orologio e non voglio sentire altro. Riprendo a leggere e dopo 10 minuti sono così catturata da Camilleri (La stagione della caccia) e dalla sua capacità di raccontare l’umanità bizzarra dei personaggi che ad alcuni passaggi trovo anche la forza di ridere.
Mia madre (sempre più stranita) borbotta: "sempre la solita incosciente, ad un’ora dall’operazione ride, ma che si ride".
Io: "a mà guarda che ti ho sentita, dimmi che devo fare, me devo ammazzà"?
Mia madre (neanche troppo convinta): "non per carità fai bene, continua a leggere…..senti ma che sono questi animaletti di carta appesi al letto"?
Io: "è un origami, è un grappolo di gru, me le ha regalate Kajo (amica giapponese), sono di buon auspicio per i malati, si devono appendere al letto dell’ospedale".
Mamma (con aria pensierosa): "ma hai i santini sul comodino e poi non vorrei…."
Io : "a mà, credi che i santi si offendano se ci rivolgiamo alla concorrenza"?
Mamma: "no è che tutti stanno pregando per te e poi non siamo buddisti".
Io: "Kajo mica è buddista, mi sa che è atea".
Mamma: "ecco appunto, potresti appendere le gru dentro l’armadio, mi fanno impressione".
Io: "ah mà, fai come cazzo ti pare".
Arrivano per portarmi in sala operatoria.
2° lezione di vita: sapendo che ti metteranno il catetere, mai fare la pipì fino all’ultima goccia, pensando di fare bene, perché invece si farà male, a vescica asciutta il tubicino è come un’unghia che stride sulla lavagna.
Dopo il catetere e la camiciola che lascia scoperto il sedere, mi fanno sdraiare sulla barella, cerco di sorridere e saluto mio padre che mi accompagna fino all’ascensore ma non sento le sue parole perché so che se lo facessi, mi metterei a piangere.
Arrivo, mi mettono nella sala pre operatoria, sono senza occhiali e non vedo niente, sento solo la voce di una donna che urla, probabilmente, a qualche dottoressa o infermiera" figlia mia non mi fare male, o come mi fai male, ah che dolore, no è troppo…". "Ecco" penso io" di bene in peggio mi tocca assistere a qualche intervento in anestesia locale, ma poi l’avranno anestetizzata?" Inizio a sentire freddo e a tremare, per non pensarci inizio a ragionare con me stessa: " non aver paura, andrà tutto bene, cerca di visualizzare una cosa bella, ecco.. il prato di S. Maria (luogo delle vacanze in campagna), tu sei seduta e di fronte a te puoi vedere lo stagliarsi dei noci, l’ora è quella del tramonto …". "Guarda, mi sa che gli alberi del prato sono meli e non noci". " Vabbè quello che è, sei tranquilla e felice". "Non so, in campagna mi faccio due palle, il sentimento che generalmente provo non è di felicità, più che altro mi scasso ". " Uff, vuoi mettere stare là anziché qui". "Si in effetti potessi stare lì…o Dio come è bello stare in campagna, ora mi viene da piangere ". "Dai su pensa solo ai meli e a te che da lontano li osservi e ti perdi in loro". I dottori sono pronti, mi fanno entrare in sala operatoria, fa freddissimo, non riesco più a controllare il tremore, sobbalzo sul lettino operatorio dove mi sistemano, ora sono nuda e in quel momento, "sento" quello che mi faranno, percepisco i loro ferri freddi su di me, mi apriranno come un cappone, l’anestesista mi accarezza con tenerezza. "Ce risiamo!" penso io e poi il buio e più niente.
Un grande calore dal costato si irradia nelle ossa ancora memori del freddo patito, mi sto risvegliando, sono felice perché fa caldo e perché sono cosciente, chiedo come è andata, l’anestesista (rappresentante della scuola pessimista) mi dice "bene, abbiamo potuto prelevare solo una piccola parte del tessuto, perché c’è stata una forte emorragia". Non faccio caso al tono della voce e mi prendo solo quel "bene" e me lo faccio bastare. Mi riaccompagnano in camera, sento sulle braccia e al lato del collo piantati degli alberi, sono le flebo. Intravedo tante persone intorno a me, ma ho solo la forza di dire " ma V. (chitarrista siculo) ha trovato la strada dell’ospedale?" V. è lì, si avvicina e mi dà un bacio sulla fronte e sono felice; V. che ha trovato la strada per venire da me e questo basta… (se avessi potuto prevedere che da lì ad un mese mi avrebbe piantato per la seconda e penultima volta, gli avrei scaraventato tutto l’armamentario al quale ero legata come un Cristo sulla croce). Mi spiegano, intanto, che il chirurgo (sostenitore della scuola ottimista) ha fatto una biopsia istantanea e che il tessuto non ha dato esito positivo, "positivo è negativo e viceversa, si certo, meno male…", ma si dovrà aspettare una settimana per avere il risultato definitivo.
In ospedale i giorni seguono lenti, sono debilitata, non per l’operazione in sé ma per le conseguenze della forte emorragia, mi spiegano che quella massa è attorcigliata a vene e capillari e per questo che non è stato possibile prelevarla completamente. Insorge anche la pancreatite, sono immobile con il tubicino alla gola che non mi permette di girarmi e sono esausta di non poter dormire perché ogni mezz’ora mi monitorano e accendono la luce al neon. Finalmente dopo una settimana posso alzarmi dal letto, mi attacco all’albero della flebo, il mio corpo è quella di una 90 enne, cammino un poco per la stanza e quando dico che sembro il vecchino del quartiere che vende le schedine, muovendosi con un girello, tutti ridono, io compresa, ma devo trattenermi perché mi fa male pure ridere..
3° lezione di vita: mai dare per scontato l’integrità del proprio corpo, anche se si è giovani, si può passare velocemente da 20 a 90 come niente.
Sono passati oramai 15 giorni, non mi ricordo più la vita di fuori, solo 15 giorni sono bastati per adattarmi alla vita di ospedale, arriva il chirurgo che mi ha operato, chiude la porta e, con aria bonaria, ci dice che la biopsia ha dato esito negativo, non si tratta di un tumore maligno. Il dottore se ne va e io per la prima volta piango, piango pure se non ho ragione di piangere, io conosco sola versione della scuola ottimistica e sono completamente all’oscuro che, subito dopo l’operazione, i rappresentanti della scuola pessimista (capeggiati dall’anestesista) avevano comunicato ai miei di prepararsi che la malattia sarebbe stata lunga e che avrei dovuto iniziare la "terapia". ..è come se l’avessi sempre saputo, forse letto nei visi preoccupati dei miei cari, ma mai voluto ammettere. Continuo a piangere, un senso di pienezza si irradia in me, dura poco ma è intenso e mi fa pensare: "sono nata per la seconda volta, che strano si può piangere a dirotto pure per la troppa felicità".
4° lezione di vita: la medicina non è come quella che si vede nelle fiction per cui se una cosa è così, sarà senz’altro così, la medicina arranca, si contraddice, è assolutamente imperfetta. A parte lo stupore di aver avuto a che a fare con due dottori che hanno partecipato alla stessa operazione ma convinti di due ipotesi opposte, negli anni che seguirono, fui sottoposta ad altri accertamenti e furono fatte altre ipotesi: parametrite, cordoma, gangloneuroma e via dicendo e non solo, sembrerebbe che l’intervento non doveva essere fatto, insomma un vero garbuglio come la massa che è ancora lì.
Finalmente mi dimettono, sono un piccolo torello con due guance rosse di salute (mai avute in vita mia) per tutto il cortisone e altri intrugli che mi hanno somministrato. Sono in macchina, in mezzo al traffico, allo strombazzare dei clacson, osservo la gente fuori dai negozi, le vetrine e mi sembra di vedere tutto per la prima volta, 15 giorni possono sembrare un attimo, altre volte un’eternità.
5° lezione di vita: non è vero che la risoluzione positiva di una malattia ti cambia la vita, non è vero che dopo un’operazione andata bene, l’ex paziente diventa una persona migliore regalando abbracci a sconosciuti incontrati per strada, come succede nei film, né tanto meno si redime e va porta a porta a fare beneficenza. Come ci vollero 15 giorni ad adattarmi alla vita da malata, ci vollero solo due giorni a ritornare alla mia vecchia vita, tanto che l’esperienza della degenza mi sembrò far parte di un’altra vita.
L’unica cosa che rimane è la possibilità di ricordare; ricordare, ad esempio, quel pianto liberatorio e quel senso di pienezza che provai. Quando mi capita, almeno per trenta secondi, sono felice e sento di amare tutto quello che mi circonda, un secondo dopo sto di nuovo a lamentarmi per un’unghia spezzata ma questa è la vita ed è giusto che vada così.
giovedì, 21 febbraio 2008
Sul piacere della lettura (a gratise)
Si dà il caso che, al lavoro, i sindacati siano riusciti a ottenere un contributo, sotto forma di buono, di circa 80 euro per l’acquisto annuale di libri, strumenti didattici e/o di strumenti audio visivi, destinato, così si legge, a favorire la crescita professionale dei singoli lavoratori.
Questa iniziativa ci fa molto piacere, ovviamente, ma la conquista di tale beneficio è stata piuttosto ardua.
Inizialmente, infatti, i vertici pensarono di redigere una lista ad hoc riguardo ai titoli dei libri da acquistare (cosa peraltro antipatica) e si narra che, quando questa lista arrivò sulla scrivania del Presidente, lo stesso si inquietò alquanto a leggere che tra i titoli segnalati, vi fossero Harry Potter e il calice di Fuoco, Harry Potter e l’Ordine della Fenice e via dicendo.
A quel punto, sembrò che tutta l’operazione fosse compromessa, perché il Presidente riteneva intollerabile passare ai suoi dipendenti letture sul maghetto, sostenendo che, se a questo punto si doveva dare un contributo per le letture, che fosse dato per letture relative alla missione dell’Ente.
Premesso che non troviamo scandalosa la lettura di Harry Potter, anzi riteniamo che se il ragioniere Tal dei Tali, la cui ultima lettura risale alla Capanna dello Zio Tom fatta alle medie, è incentivato ad acquistare un libro, pure se fosse di Harry Potter, sarebbe già un passo avanti.
Pertanto, alla notizia della volontà del Presidente di dirottarci verso testi giuridici, si potrà immaginare il terrore puro che prese tutti noi a pensarci obbligati ad andare in librerie di genere ed uscirne con tomi dai titoli quali: "Compendio di diritto della previdenza sociale", "Itinerari giurisprudenziali in materia di previdenza complementare" oppure con supporti audiovisivi quali "CD Rom Cassazione Civile 1997-2003" e cose di questo genere, insomma si sa che l’argomento previdenziale, almeno per noi, è peggio di una bastonata sui maroni.
Naturalmente quasi tutti minacciarono di non andare neanche a ritirare tali tomi, tranne forse qualcuno che avesse necessità di farne dei poggia vasi o cose similari.
Proprio in questi giorni, invece, ci è giunta notizia che il Presidente è stato fatto ragionare con argomentazioni che immaginiamo essere state di tal tenore:" Signor Presidente vuole mettere come aumenterebbe la predisposizione al lavoro in team dopo la lettura de "I miei amici Tigro e Pooh", la capacità decisionale con "Chi ha rapito il gatto Orazio?", lo spirito di iniziativa con " Topo Tip non vuole lavarsi i denti" oppure l’attitudine al problem solving con "Chi me l’ha fatta in testa?" (giuriamo che tali titoli esistono, incluso l’ultimo con tanto di disegno esplicativo)"
E così sembrerebbe che con le 80 euro ci potremo fare quel che ci pare, volendo, pure acquistare le favole illustrate di Beatrix Potter; considerando che con la cifra stanziata potremo acquistare circa 5 libri, è il caso di stilare una lista, avete suggerimenti?
p.s. a proposito di libri, proprio ieri, nostra sorella si è recata per lavoro alla conferenza stampa per la presentazione dell'ultima fatica di Pennac. Quando la stessa si è diretta verso di lui, munita di una copia omaggio del libro, lo scrittore invece di farle l’autografo, le ha chiesto il nome e poi ha disegnato sulla prima pagina del libro in questione, un ometto su di un isolotto che urla il nome di nostra sorella, l’ho trovata una cosa davvero simpatica (crediamo sia sua abitudine fare vignette anziché autografi).
lunedì, 18 febbraio 2008
S. Faustino
Dialogo intercorso tra Ossimoro e il Lemure alla vigilia di S. Valentino
Ossimoro: sai che S. Valentino capita di giovedì?
Lemure: ah, ho la piscina….. vuoi che non ci vado e ceniamo insieme?
Ossimoro: no figurati, ste feste comandate mi urtano e poi se non vai in piscina quella sera, quel coacervo di fasci per quanto tempo ti coglionerà?
Lemure: vabè, ma se ci tieni
Ossimoro: ti ho detto di no, lo faccio per te…
Lemure: ah ah, perché non l’ho capito prima, giovedì vuoi andare a dormire presto e non vuoi rotture di palle.
Ossimoro: ma dai mi sottovaluti, no, è che vorrei organizzare una cenetta e giovedì non ho molto tempo… va bene per te farla venerdì? così sono più rilassata per cucinare…
Lemure: ok
Ossimoro: ora penso a quello che devo cucinare e mi raccomando una cosa sciolta, nessun regalo..
Lemure: (momento di silenzio) ma perché l’anno scorso te l’ho fatto?
Ossimoro: (… ) no, appunto, stai tranquillo.
Nel corso della settimana, Ossimoro ha un’idea geniale, far duplicare le chiavi di casa per regalarle al Lemure e per portachiavi acquista una "voodoo dolls" che rappresenta uno sposo. Ok: chiavi di casa legate ad una bamboletta voodo vestita con smoking nero e con messaggio che recita: "credi di aver trovato la tua dolce metà e vorresti passare il resto della vita assieme. Lo sposo ti aiuterà a rivelare i tuoi sentimenti" potrebbe dar adito a intenzioni di laide mire matrimoniali da parte di Ossimoro, ma l’interessata rassicura lei stessa e gli altri che gli appaiono nella testolina con l’espressione interrogativa che no, non si tratta di incastrare il ragazzo ma solo di coordinare al meglio la gestione della casa, per cui il ragazzo in questione potrà avere maggiore libertà di andare e venire anche nei giorni feriali, cioè quando Ossimoro si alza alle 6.30 del mattino per andare a lavorare e c’è il problema di chiudere la porta per chi rimane a ronfare. E inoltre: la scelta della voodo dolls è ricaduta casualmente sullo sposo in quanto la bamboletta addobbata come Sandokan la sembrava lontana dal messaggio da veicolare, quella addobbata come il mago Otelma troppo pacchiana, quello da Eros con mutanda e cuore in mano le sembrava azzeccata ma poi quando la nostra ha letto il messaggio che recitava "per chi ha perso l’amore e vuole riconquistarlo", dopo gli appositi scongiuri del caso, ha ripiegato verso lo sposo che le sembrava il più carino e anche, diciamolo, il più elegante della combriccola.
Arriva la sera di S. Faustino
Ossimoro è trafelata e su di giri tra pentole e piatti ma trova il tempo di limarsi le unghie e mettersi lo smalto trasparente perché, pure se non ci crede, non sia mai che il Lemure venisse con un brillocco da infilare alle sue dita.
Entra il Lemure
Ossimoro: (nevrotizzata da giorni e giorni di preparativi con planning alla mano su orari e tempi di cotture, consultazioni con zie, madri e amiche sul caso o meno di sbollentare le salsicce compagnone - così sono state chiamate nel menù appositamente stampato su carta rossa - nonché stressata dall’impossibilità di anticipare qualcosa al Lemure, gli si getta addosso, più elettrizzata che fosse stata defibrillata da George Clooney e inizia a investirlo di parole: "siediti, non ti ho preparato nessuna sorpresa tranne il menù con sopra stampato gli innamorati di Peynet con vicino la scritta della Dickinson (Conosco delle vite di cui potrei fare a meno senza dolore alcuno –altre - un istante d'assenza delle quali sarebbe un'eternità), la vedi, la vedi?? E se giri vedrai pure il collage delle foto di noi insieme, guarda che mostri che siamo, ah, ah, non è simpatico? ma in effetti lo poteva essere molto di più se non mi si fosse incastrato il collage nella fotocopiatrice al lavoro e non avessi chiamato il commesso (naturalmente il più stronzo) a farla sbloccare che poi mi ha riportato il foglio spiegazzato con i nostri faccioni, con il sorriso di chi sa che potrà ricattarmi da qui fino alla fine dei miei giorni".
Lemure: che idea carina, che ti importa della figuraccia…
Ossimoro: comunque il collage è spiritoso, non è vero? mica voleva essere romantico, è una presa per il culo, si è capito? Comunque grazie, vedo che non mi hai fatto nessun regalo.
Lemure: ma ho portato il vino e poi non si era detto che non si faceva niente?
Ossimoro: si vabuò, così pensavi che tenessi a S. Valentino, cosa tra l’altro non vera. Guarda sotto al piatto, c’è una cosetta per te, certo mica ci ho speso tanto, si tratta solo di un portachiavi stupidello e di....
Lemure: potrei vederlo da solo, senza che mi rovini la sorpresa?
Ossimoro. Scusa, scusa, scarta va..… ma quanto ci metti?
Lemure: M. rilassati…
Ossimoro : no perché sai…prima che lo apri, non vorrei essere fraintesa, mica ti voglio sposare….
Lemure: O cacchio M, che c’entra il matrimonio, mica mi devo preoccupare? Mi hai regalato un fedina?
Ossimoro: scusa ma per chi mi hai preso? una pazza criminale che va in giro a regalare fedine in oro con gli intarsi, guarda un giorno o l’altro te lo dovrei fare sto scherzo…..solo per vedere la tua faccia….
Lemure: oh carino , le chiavi di casa, in effetti mi saranno utili….
Ossimoro: si, si infatti è solo che così puoi dormire da me nei giorni feriali.
Lemure: simpatico sto ometto, c’è pure un messaggio.
Ossimoro: ((paura, paura)) si, il suo significato….
Lemure: (dopo aver letto il messaggio) O Dio santo (inizia a mettersi le mani sul cuore e a respirare affannosamente, lo fa sempre quando Ossimoro gli mette paura), è uno sposo, sarei io questo? mancano solo gli spilloni…
Ossimoro: uff, non sei per niente sciolto, rilassati, sono gadgets che vengono da Barcellona, e poi cacchio che ti regalavo l’Eros sfigato, Sandokan, il Mago Otelma?
Lemure: (ora con sguardo preoccupato): "di che stiamo a parlà?"
Ossimoro: lascia perdere, mangiamoci ste salsicce compagnone.
Lemure: perché si chiamano compagnone?
Ossimoro: perché quelle di un tipo stanno insieme a altre di altri tipi, ad esempio le luganighe con i wurstel, ecc. insomma sono tutte in compagnia
Lemure: che idea simpatica.
Ossimoro: si io cerco di essere sempre carina con te, ma tu non fai altrettanto….
Lemure: guarda nello zaino, ti ho portato una cosetta
Ossimoro: (trovandosi di un fronte ad un pacchetto) ma no!! non dovevi, te lo avevo detto che sarebbe stata una serata in scioltezza, io le chiavi te le avrei comunque date, mica l’ho fatto per S. Valentino…..
Lemure: no guarda non c’entra niente S. Valentino, il mio amico mi ha avvertito che stavano svuotando il magazzino e pertanto ti ho preso……
Ossimoro: ((fa che non sia un regalo tecnologico)))
°____° ah! un altro cellulare di Hello Kitty ((te pareva….))
Lemure: eh il primo ti si è rotto, no? guarda l’ho pagato un’inezia e poi ti ho scaricato un po’ di immagini.
Ossimoro: (di nuovo ritornata in sé e con voce da cerebrolesa) che bello, l’immagine di Hello Kitty con il reggi pippette (n.d. O. Hello kitty in bikini su una spiaggia tropicale), grazie grazie amore
♥♥♥"
mercoledì, 13 febbraio 2008
Sull’utilità di potare i rami secchi (o altrimenti sulla gratuità della cattiveria)
C’era una volta una amica che chiameremo Checavoli (il suo cognome non si discosta molto dallo pseudonimo) con la quale facemmo il liceo insieme.
La Checavoli era la prima della classe, sorriso enigmatico, viso pulito, lineamenti ariani, scrittura minuta (si dice che chi abbia tale scrittura sia arido di sentimenti ma non vorremmo influenzare i lettori fin dall’inizio) e proveniente da una famiglia di integralisti cattolici (si vociferava che sua zia, signorina e tra i fondatori della DC, fosse stata in Vaticano più potente del Papa).
Eravamo molto diverse tra noi ma nonostante questo, anche dopo la maturità continuammo a frequentarci, accomunate dalla passione per il cinema e dalla sorellanza che si può instaurare tra zitelle prematuramente sfiorite che non avevano mai conosciuto l’amore e pensavano che passare i pomeriggi al cinema, agli spettacoli delle 15.30, in balia di bambini scostumati o coppie di anziani ronfanti, potesse elevarle rispetto alla banalità del mondo ma in realtà la banalità risiedeva in loro (Amen!).
Apprezzavamo della Checavoli, nonostante la freddezza dei suoi atteggiamenti, la feroce ironia/auto ironia e una certa dose di intellettualismo snob che la facevano sembrare un personaggio Morettiano, austero e intransigente.
Da non dimenticare il suo look lesbico, tanto che in confronto ai suoi girocolli grigi o marroni, i suoi jeans pedal pusher blu scuro o color corda e i suoi mocassini, i nostri vestiti apparivano circensi; la Checavoli, da parte sua, non si faceva sfuggire occasione per dirci: "cara oggi sei conciata come Francesca Cacace", per intenderci quella del serial "La Tata". In realtà non era così, ma secondo lei tutti quelli che si discostavano dai suoi rigidi modelli apparivano stravaganti e eccessivi come la ciociara emigrante del telefilm in questione.
Passarono gli anni, noi incontrammo l’amore della nostra vita, il chitarrista siculo; rimanemmo sue amiche senza mai farle notare che intanto le stavano crescendo le ragnatele in mezzo alle gambe, ma in effetti non era colpa sua, innamorata non corrisposta com’era dell’Alce (così soprannominato da lei per una vaga rassomiglianza con il ruminante), un avvocantulo privo di scrupoli e dotato come lei di una certa ferocia nel giudicare gli altri. La Checavoli prese la storia con il chitarrista siculo con la solita ironia, trovava pittoresco che frequentassimo un musicista; naturalmente riteneva tale relazione senza alcuna speranza, non capiva tutto il nostro agitarsi e certamente disapprovava la nostra condotta morale, infatti nonostante viaggi, buone letture e assidue frequentazioni di cinema e teatro, non riusciva a nascondere il suo disgusto verso tipi di legami che comportassero un sufficiente scambio di liquidi organici, almeno prima del matrimonio.
Ma arriviamo ai giorni nostri o meglio al compimento dei fatidici trenta anni da parte di entrambe.In quel periodo eravamo sole e sconsolate, il chitarrista siculo ci aveva ampiamente e svariate volte mollato, ci sentivamo abbandonate come un aratro in mezzo alla maggese e eravamo autisticamente ancorate al ricordo di quello che era stato il nostro amore, nella speranza che un giorno il chitarrista siculo potesse far ritorno. La Checavoli intanto, dopo dieci anni di imperitura e efficace goccia cinese, era riuscita a far suo l’Alce ed era sparita dalla circolazione intenta a riscattare il tempo perduto e a scambiare liquidi con questo. Ah la coerenza, signora miaaaaa …..lei si giustificava dicendo che sua zia, da donna ferrea e temuta, era ridotta quasi centenaria a vaneggiare di dover andare a relazionare in qualche convegno o a sostenere di essere stata sulla scena del delitto di Cogne (quanti danni può fare Porta a Porta, però), insomma non avendo più guide morali, secondo lei, non aveva più ragione di resistere all’insana passione. La Checavoli, però, pur impegnata a rimangiarsi anni e anni di ferree convinzioni, tenne a mantenere il rapporto sadico nei nostri confronti, ad esempio ricordiamo una telefonata in cui ci diceva: "sai che la scucchiona della mia parrocchia si è fidanzata? Allora ho pensato c’è speranza pure per te".
Ma la goccia che fece traboccare il vaso, fu proprio l'argomento "chitarrista siculo": una domenica mattina la Checavoli ci venne a prendere con insolita sollecitudine e ci portò al giardini degli aranci, ci fece sedere e ci disse che aveva visto in una villa, insieme all’Alce, l’ex nostro grande amore fare jogging in compagnia di una bella ragazza. Ci disse che aveva riflettuto molto se era il caso di dircelo o meno, ma che in effetti era nostro diritto saperlo. Noi con l’espressione che sicuramente doveva aver avuto Anna Karenina poco prima di buttarsi sotto al treno, tra le lacrime la ringraziammo e una volta a casa rifiutammo addirittura di mangiare la pasta al forno. Fino a qui nella norma, ma i giorni che seguirono, ci fecero capire che la Checavoli doveva essere sottoposta ad un esorcismo. Vi furono, infatti, una serie di telefonate in cui la Checavoli affondava il coltello nella piaga con un una dose di sollazzo e soddisfazione a livelli davvero sospetti, spieghiamo come:
Prima telefonata "sai, mi sono dimenticata di dirti che quando ci è passato accanto V. (chitarrista siculo), si è sentito un puzzo incredibile di sudore, l’Alce me l’ho fatto notare, che ridere".
Noi : ah, ah, che ridere ((be magari me lo sta dicendo per farmelo cadere dall’altarino)).
Seconda telefonata: "ah cara, io e l’Alce non riusciamo a dimenticarci il puzzo di V., gesù, quanto puzzava…".
Noi: ah! ...credo sia naturale per chi fa jogging, sudare, comunque io me lo ricordo sempre profumato, vabbè…..
Terza telefonata: "mamma mia V. quanto puzzava!" .
Noi: ah!.
Quarta telefonata: "sai ieri mi sono vista con l’Alce, mi ha ricordato quanto puzzava V, abbiamo riso tutto il pomeriggio".
Noi : (attimo di silenzio) "ssssenti, mi fai il favore di dire a quella testa di cazzo del tuo ragazzo di scoparti il pomeriggio invece di parlare delle ascelle di uno che non conosce e di cui non vale neanche un’unghia dei piedi e vaffanculo".
Voi potrete pensare che dopo questo, la Checavoli si sia data una regolata, eh no, nonostante non la chiamassimo più e rispondessimo alle sue telefonate con aria seccata, tempo dopo, ci arrivò un’altra sua telefonata questa davvero mitica nel suo genere. Era una domenica estiva, primo pomeriggio, noi intente a sonnecchiare con la salivetta alla bocca , sentiamo squillare il cellulare ma non facciamo in tempo, vediamo la sua chiamata, ci preoccupiamo perché l’ora è insolita e pensiamo al decesso di sua zia che non stava bene.
La chiamiamo: "che è successo"?
Checavoli: "no niente volevo sapere come stai, ah….senti lo sai che ho rivisto in villa V. stava sempre con quella ragazza, Gesù quanto è più bella e più giovane di noi" (notare l’uso ipocrita del noi, perché la bastarda non poteva dire più bella e più giovane di te).
Noi: buio totale, sangue alle stelle, ostentiamo tranquillità e indifferenza: "Ma dai, ah ah (che cacchio mi rido?) lo sai che invece sto uscendo con un inglese ma ora ti devo salutare".
Chiudiamo il cellulare e siamo la maschera funeraria di Tutankhamon, nostra sorella capisce tutto, fa un balzo dalla porta al letto dove noi ci siamo afflosciate nell’ascolto del muscolo cardiaco e urla "dammi il telefono che mò a sta puttana ci penso io". Seguono scene di panico, pianti e risate isteriche in cui supplichiamo nostra sorella di darsi una calmata e che il tempo placherà il dolore di quel momento e che, dopotutto, lo sapevamo che V. si era fidanzato, mentre nostra sorella, con la sua solita delicatezza, ci chiede " ma che bisogno c’era di dirti che è più bella e più giovane di te?" e noi "ora mi ammazzo, ora mi ammazzo". Insomma scene degne dello " o’ zappatore non si scorda a’mamma". Alla fine della scenata isterica, promettiamo che non avremo avuto più niente a che fare con la Checavoli.
E così fu, scegliemmo la strada dell’indifferenza totale, alle sue chiamate non rispondemmo più, lei dopo un po’ capì e sparì dalla circolazione.
Quasi subito dopo tale episodio iniziò uno dei periodi più sereni della nostra vita, magari non c’entra nulla, ma riteniamo che, come è utile potare i rami secchi alle piante per farle rifiorire, così è salutare farlo per noi stessi.
mercoledì, 06 febbraio 2008
Un cuore borgataro
Si dà il caso che i nostri vicini di casa abbiano un figlio butterato in quell’età sciagurata in cui non si è nè carne nè pesce, degno rappresentante di quei giovani il cui apporto alla società è pressoché nullo, anzi la società è costretta a sorbirsi il puzzo infestante dello loro ascelle e a udire discorsi incoerenti e sgrammaticati tipo: "cioè la proffe è na stronza, cioè, li mortacci, me sta a fà rosicà".
Insomma un’età davvero sgradevole della quale anche noi siamo state degne rappresentanti; immaginatevi una tapina con gli occhiali a fondo di bottiglia, i para orecchi rossi di hello kitty (quando hello kitty non era una moda e quindi era una soggettonata) che, davanti alla fermata dell’autobus, insieme ad altre galline schiamazzava " che bonazzo che è John Taylor, come me lo farei".
Per ritornare al figlio dei vicini, vorremo soffermarci sulla sua abitudine quotidiana di tenere ad altissimo volume lo stereo, diffondendo in tutto il nostro appartamento la melodia delle stesse quattro canzoni, nelle quali presumibili delinquenti masticano rabbia in slung capitolino, promettendola agli sbirri e a chiunque gli si avvicini. Evidente che avere il proprio bagno e soggiorno adiacenti alla stanza dell’adolescente sia cosa piuttosto fastidiosa ma altrettanto sconvolgente è (ri)scoprire una nostra passione, mai del tutto sopita, per un certo genere di musica che è l’hip hop e, in particolare, il rap hardcore romanesco. Per questo, spesso e volentieri, immerse così nella musica, ci ritroviamo ad ancheggiare le chiappe davanti allo specchio del bagno.
Ebbene si, nonostante la nostra naturale inclinazione per tutto ciò che rimanda al periodo vittoriano e, pertanto, alle trine, ai vecchi merletti, alla poltrona della nonna con la stampa fiorata e il centrino appoggiato allo schienale e ancora l’amore per i romanzi della Austen e della Woolf, al prediligere pomeriggi di sfrenata bramosia trascorsi a gustare the con i pasticcini, confessiamo che se aprirete l’astuccio dei nostri cd musicali vi troverete di fronte al nostro inquietante alter ego. Vedrete, infatti, cd di Busta Rhimes feat. Mariah Carey (il video in cui la Carey ancheggia come una zoccoletta con improbabili mise di pelliccia con borse e accessori pacchianamente marcati è una vera chicca) il cd di Jennifer from the Block (Gesù!) e cd dei primi FLAMINIO MAPHIA (per intenderci "Dentro la gabbia" era un pezzo che ci acchiappava un casino…. certo oramai parliamo come delle finte giovani) e ci fermiamo qui.
Diciamo che questa passione all’inizio si era incanalata bene, per intenderci la denuncia sociale dei 99 Posse ma poi è degenerata verso una musica il cui retroterra culturale fatto di borgate, spacciatori con il cappuccio della felpa in testa e muri imbrattati si discostano alquanto dal nostro piccolo mondo antico fatto di sabati pomeriggi trascorsi a passare la pezzetta swiffer sulle foto incorniciate e sull’angelo dell’amore della Thun con tanto di pattine ai piedi. E invece, neanche tanti anni fa, rimanevamo ipnotizzate davanti ai video dei COR VELENO, dei COLLE DER FOMENTO, per non parlare del primo PIOTTA il cui video nei magazzini trash di Mas ci stregava, specie quando lui e il suo compare si spostavano a cantare nel reparto mutande (ci piaceva sbirciare le offerte "1 euro: 10 mutande" ..un vero e proprio sballo).
E a dirla tutta sulla nostra anima coatta, non ci lascia del tutto indifferenti neppure il genere neo melodico napoletano sparato a tutto volume da macchine, generalmente bianche con alettone, che sfrecciano per le vie della periferia guidate generalmente da ragazzi pustolosi, dotati di cappello di lana D&G e pelle incartapecorita dalle troppe lampade.
C’è da aggiungere, poi, che il nostro vicino adolescente tra una canzone hip hop e l’altra, ne metta incessantemente una, il cui ritmo irresistibile lì per li ci aveva travolto e ne avevamo interiorizzato il ritornello incalzante; poi, però, quando un giorno ci siamo sorprese a canticchiare "marciare per non morire, marciare per non morire mai ", con sgomento, abbiamo realizzato che il butterato è pure fascio.
Insomma oramai ci siamo abituate al pomeriggio ad andare in giro per casa con i muri che rimbombano e noi che ci muoviamo a ritmo come quelle ballerine di colore (il culone c’è) che si strusciano a qualche cantante rapper americano che, in realtà, se lo avessimo come vicino di casa come minimo sprangheremo la porta di ingresso e ci doteremo dell’iTaser modello leopardato.
Oramai il Lemure in occasione di queste rap session, quando entra in casa, si fa largo sculettando e dimentico della tenuta da impiegato inizia a improvvisare un balletto lascivo con tanto di colpi di bacino e concupiscenti strizzatine d’occhio nella nostra direzione mentre noi, sempre nell’atto di emulare le ballerine dei video hip hop, gli ancheggiamo vicino dimenandoci e toccandoci tutte.
Ciò dura molto poco , perché subito dopo ci si butta esausti sul divano, lamentandoci che certi sforzi alla nostra età non li si può più fare e allora, mano nella mano, rimaniamo inebetiti ad ascoltare le note sempre più arrabbiate che provengono dall’appartamento vicino, aspettando il momento propizio di spararci The Platinum Collection di Mina… siamo diventati proprio dei vecchi zii.
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