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lunedì, 31 marzo 2008
Vota Antonio, vota Antonio
Siamo, da un po’ di giorni, terribilmente inclini all’isteria (ma quando mai?). Per strada, spesso e volentieri, ci capita che, perse in monologhi interiori, ci si metta a scuotere la testa e a commentare con voce alta verso interlocutori inesistenti. La causa principale di questo malumore sono le imminenti elezioni politiche: cartelli, slogan di entrambi gli schieramenti ci fanno andare ai matti, foto di gigioni che si fanno immortalare mentre prendono sotto braccio vecchiette nell’intento di salire sull’autobus o faccioni con l’aria sveglia di un vitello che rumina in un campo, ci ispirano i più efferati pensieri. Andiamo in giro come fossimo Savonarola, scagliandoci con veemenza contro il degrado morale, annichilite dall’infinita miseria degli umani (la nostra compresa).
Proprio l’altro ieri vagando per una stradina del centro, abbiamo intravisto da lontano un camioncino con a bordo degli esaltati di estrema destra che sventolavano bandiere, lì per lì abbiamo pensato di far l’elegante gesto del dito medio ma poi pensando che sarebbe stato da parte nostra un gesto maleducato verso persone che, dopo tutto, non ci stavano provocando e riflettendo sull’eventualità che sarebbero potuti scendere per "corcarci", abbiamo desistito dal proposito. Ma mentre noi, con i denti digrignati, tenevamo in tasca le mani, una signora tutta compita, inaspettatamente, ha dato un urlo nella direzione di quei scalmanati, dicendo loro" fate schifo". A quel punto, ringalluzzite dalla veemenza della signora, girandoci di scatto e facendo un salto su noi stesse - con una buona dose di autocensura mista a frustrazione - abbiamo indirizzato agli esagitati una linguaccia stizzita. Uh che paura…ci mancava solo che tirassimo giù l’occhio con il dito e dicessimo loro "Pappapero"…..in effetti non siamo stati dei cuor di leoni ma il tirar fuor un più pregnante dito medio, avrebbe messo in forse il ritorno a casa con tutte le nostre cose al posto giusto.
Un altro tipo che ci fa andare fuori di testa è un coglioncello, conosciuto nel quartiere per non avere un minimo di sale in zucca nonché di essere stato, neanche tanto tempo fa, un gran somarone a scuola. Questi e la sua famiglia si sono arricchiti, sfruttando extra comunitari che, con camioncini, vendono pizzette geneticamente modificate e ciambelle ai grassi idrogenati agli sprovveduti turisti del centro storico (indovinate il coglioncello a quale lista appartiene? Incredibile, i pregiudizi con il nano malefico diventano verità assolute). Questo tale, circa 2 anni fa per la circoscrizione (sottolineiamo circoscrizione!) ha raccolto più voti che un qualsiasi assessore comunale, quest’anno naturalmente corre per il Comune ed è scontato che ci vada più che tranquillamente. Come è potuto succedere tutto questo? Semplice, portando pastarelle ai centri anziani e facendo pullman di gente per cene in capannoni dove ti servono ancora l’antipasto all’italiana; Saviano ieri da Fazio, a proposito di voti clientelari, diceva che in certi posti ci si vende per 50 euro, qui ci si vende per un carciofino sott’olio smunto e due olive greche. Sempre 2 anni fa, alla vigilia delle lezioni circoscrizionali, si narra (a narrarlo è nostra sorella quindi la cosa, pur nella sua oniricità, è assolutamente vera) che il tapino avesse fatto irruzione nella chiesa del quartiere, accompagnata da due body guard (gesù due body guard!!!! ora facciamo un respiro autogeno perché non possiamo reggere sta cosa neanche mentre la raccontiamo), body guard appunto che sono rimaste all’entrata aggiustandosi con fare circospetto l’auricolare all’orecchio, mentre il somarone avanzava con espressione virtuosa, come fosse stato colto da una visione mistica, diretto verso uno dei primi banchi per inginocchiarsi e raccogliersi nell’atto di pregare. Ecco, perché non crediamo sia affatto biasimevole farci prendere da atti parassosistici alla sola vista di quel patetico ragazzetto e del suo sorriso da pirla che troneggia in tutti gli angoli del quartiere, così come nostra sorella alla vista del camioncino noleggiato dal medesimo, ha iniziato a urlare per strada verso una platea immaginaria, sostenendo che non era assolutamente il caso di votare quel somarone (n.d. O. il gergo con cui nostra sorella si è espressa in mezzo alla strada è da immaginare un pochino più colorito).
Che arrivassero ste elezioni perché non reggiamo più nessuno, neanche noi stesse; oramai siamo rassegnate all'idea di vedere certi coglioni governare il nostro Paese e la nostra città, pertanto, non ci resta che, all'indomani del voto, dirigerci verso un camioncino fast food del pirla e suicidarsi, ingurgitando una pizzetta transgenica fluorescente.
lunedì, 17 marzo 2008
I mostri
Crediamo che l’oggetto dell’amore riveli a se stessi, l’amore è infatti uno dei viaggi più avventurosi dentro di noi, una sorta di rivoluzione centripeta e centrifuga. Detto questo, la scoperta di noi stesse attraverso il Lemure è stata tra le più sorprendenti che ci potesse mai capitare. Già abbiamo avuto modo di soffermarci sul demone che spesso e volentieri s’impossessa di noi, facendoci dire cose che non credevamo potessimo pensare, col tempo, abbiamo compreso che in realtà il mostro dimora dentro di noi.
A conferma di questo, un fatto inquietante di pochi giorni fa : era un po’ di tempo che la nostra mente si stava facendo un trip mentale sull’opportunità di conoscere la madre del Lemure, convincendoci che la cosa senz’altro doveva essere fatta e che sarebbe stata fatta il giorno stesso della partenza per il ponte pasquale. La visualizzazione era codesta: noi prima di caricare il Lemure in macchina saremmo salite a casa sua con un centro da tavola di fiori pasqualini (avevamo scartato la pastiera della pasticceria perché ci sembrava troppo banale, seppur i dubbi sul centro tavolo permanessero; poteva il centro tavola sembrare una laida captatio benevolentiæ e un voler prendersi una confidenza che allo stato non esisteva?). L’allucinazione proseguiva con noi che sedute, con il regalo in mano e le spalle dritte per la tensione sulla sediola della cucina, fornivamo le generalità e i ragguagli sul nostro impiego con l’occhio rivolto ad un punto verso l’infinito, come stessimo recitando la poesia del Melograno del Carducci, inciampando ogni tanto sulle parole, come la Marchesini con "sono la cameriera storta dei signori Montagner". Naturalmente l’allucinazione degenerava con noi che vomitavamo seduta stante davanti ai genitori (ma perché, se ci eravamo premunite di non mangiare pesante prima della visita?) oppure con noi che dichiaravamo il nostro amore verso il figlio, chiedendolo in sposo, non prima di aver garantito di essere delle buone lavoratrici e di aver, non senza sacrifici, provveduto a garantire un tetto dignitoso al loro pargolo. Precisiamo che le ultime tragiche sequenze della visualizzazione non sono pilotate dalla nostra volontà; succede spesso che quando proviamo ad immaginare situazioni che ci creano stress, la mente se ne vada da sola, immaginando sviluppi apocalittici delle vicende immaginate.
L’aspetto mostruoso e paradossale di tutto questo è che a livello conscio non abbiamo alcuna voglia di conoscere la madre del Lemure, non solo per la timidezza congenita, ma per un trauma accadutoci tempo fa che, se ancora ci pensiamo, ci fa rigirare nel letto.
Molti anni addietro, eravamo insieme al chitarrista siculo; questi un giorno volle farci conoscere i suoi che erano venuti a trovarlo in continente. L’aspettativa era alta, l’incontro era stato preceduto da telefonate in cui la madre declamava il ben dire del chitarrista su di noi, interrogandoci su cosa avrebbe dovuto cucinare quando ci si saremmo incontrate. Inoltre eravamo alla nostra prima esperienza di conoscenza dei "suoceri" ed eravamo ancora impantanate nel mezzo della fase del "limone" (per chi si ricorda), ma quel giorno per nostra sfortuna il limone non lo portammo….. Eravamo completamente tese, le uniche frasi di circostanza che ricordammo aver pronunciato verso il padre furono " lei somiglia tanto ad uno mio zio morto". Poi accadde il fattaccio, mentre cercavano di deglutire la pasta con la neonata (detto così suona sinistro ma è un tipo di pesce) iniziammo a sentire i classici doloretti al basso ventre che sapevamo che di lì a poco si sarebbero tramutati in dolori da parto. In condizioni normali, tali sofferenze ci avrebbero fatto catapultare in bagno e fatto sostare lì per un paio di ore tra prece e invocazioni ai Santi. Intanto il sudore iniziava a imperlarci mani e fronte, volevamo fuggire da lì (andare nel bagno del chitarrista siculo era stato fermamente escluso per via della decenza e dignità che ancora c’erano rimaste) e il panico oramai si era impossessato di noi. Inutile dire che fu un disastro, non mangiammo nulla (immaginate l’onta per i due genitori meridionali) e fuggimmo a gambe levate subito dopo. Tanto che i commenti (quelli che il chitarrista poté riferirci, non osiamo immaginare quelli non riferibili) furono" carina la tua ragazza ma è malata"?
Insomma dopo questo episodio non abbiamo avuto più occasione di conoscere altri suoceri (Dio sia lodato) e la nostra più intima speranza è stata per molto tempo quella di fidanzarci con un orfano. Ci chiediamo pertanto perché vorremmo conoscere la madre del Lemure quando a quest’ultimo, tra l’altro, non gliene frega niente. Infatti quando sane sane abbiamo espresso al Lemure, il piano che ci ronzava in testa, ci siamo sentite rispondere, con nostra grande sorpresa, che l’invito era lui che lo doveva fare e, non solo, ci ha accusato di volerci sostituire a lui e di voler impersonare entrambi i ruoli della coppia (insomma che ce la cantavamo e ce la suonavamo da sole).
Da qui: pianti, lacrime e singhiozzi, così abbiamo iniziato a urlare reclamando il diritto di conoscere la genitrice e che, pauraaaaa, volevamo fare le cose sul serio (naturalmente il tutto caricato da un carattere incline all’isteria quando viene contraddetto). Insomma, mortificate e umiliate abbiamo per contrappunto esasperato le nostre richieste, sbattendo i piedi e chiedendo di andare a conferire con la suocera. Siamo dunque dei mostri? A nostra discolpa, potremo sostenere che l’atteggiamento parossistico è stato esasperato dalle uscite raggelanti del Lemure che, a volte, sembra anche lui un mostro.
La scenata ci ha lasciato prostrate e svuotate, ci siamo rasserenate solo quando il Lemure, su nostra insistenza (Gesù, perché Madame Bovary?), ci ha giurato amore eterno ma, al contempo, in maniera ferma ha ribadito che, non era un problema conoscere sua madre, ma che avrebbe voluto lui decidere i modi e i tempi.
Ci siamo sentite delle assolute idiote, una scenata del genere per una cosa che neanche ci importa (?), per non parlare dell’aver riferito al Lemure del centro tavola fatto di fiori Pasqualini. Tale confessione ci ha fatto sentire delle sciocche e illuse ragazze di campagna, insomma delle Madame Bovary patetiche e invasate.
martedì, 04 marzo 2008
Prove di convivenza
Da quando viviamo da sole, le nostre tendenze autistiche accompagnate da manie ossessivo compulsive hanno trovato in 42 mq il luogo ideale per esprimersi al meglio.
A parte il consueto controllare la manopola del gas uno svariato numero di volte direttamente proporzionale alle volte in cui controlliamo la serratura della porta, abbiamo anche l’abitudine di andare in giro con fare da segugio, armate di pezzetta, alla ricerca di tracce d’acqua sul lavabo e sul piano gas, di gattini (gomitoli di polvere) sotto il letto oltreché, prima di andare a dormire, di aprire e smorzare infinite volte la lampada sul comodino, tanto da sembrare la Glenn Close di Attrazione Fatale quando dà di pazzo e sdraiata sul letto, accende e spegne con sguardo inebetito la luce che le è vicino.
Capite bene che nella nostra casetta vige un’armonia legata al "faccio come cacchio mi pare o almeno come il mio super ego mi ordina di fare" e ciò ci fa stare bene e pacificate con il mondo. Questo equilibrio fatto di cene davanti ai Simpson, di piatti lavati durante la sigla iniziale di Futurama e di liquirizie divorate davanti al riepilogo di un Posto al Sole viene turbato, durante il week end, dall’arrivo del Lemure. In effetti quanto noi siamo rigide e programmate, tanto lui è flessibile e disimpegnato nei confronti degli obblighi e degli accidenti della vita.
Prima di tutto ci sono le sue cose (il minimo indispensabile) che ha lasciato da noi e che teniamo in una piccola scatola di cartone, tanto che quando lui arriva, ci dice (coglionandoci platealmente)" tesoro mi fai uscire dalla scatoletta?". Allora noi, seguendo un rito consolidato, ci dirigiamo verso la scatoletta, tiriamo fuori la t shirt con i pantaloni del pigiama e gli passiamo le pantafoline, in cambio delle sue scarpe che facciamo scomparire sotto al letto.
Discorso a parte merita la tuta che gli abbiamo regalato e che teniamo nell’armadio (purtroppo nella scatoletta non c’entrava). Tale acquisto è stato fatto in un momento di pura sventatezza. Precisiamo che odiamo le tute in genere e chi le mette, perché riflette un modo di vivere che ci fa orrore con un gioco di associazioni che va dalla visualizzazione di assonnate domeniche pomeriggio, passeggini, bimbi che frignano, grandi centri commerciali e passeggiate dei possessori di tuta fatte con il bacino in avanti e i piedi alle 15 15 ). Ecco, nonostante questo, ci siamo fatte infinocchiare da una nostra amica che ci ha esortato ad acquistare una tuta per il Lemure, in quanto avendola lei regalata al Cicci (che la raggiungeva da Milano durante il week end), ha sortito l’effetto di rendere al fidanzato più comoda la permanenza a casa sua, addirittura migliorando la convivenza e il rapporto tra i due. A queste parole, completamente ipnotizzate, ci siamo dirette verso il primo Cisalfa e abbiamo acquistato la tuta. Solo giorni dopo abbiamo realizzato l’inutilità dell’indumento, in effetti poteva avere un senso per il Cicci che, provenendo da Milano, recava poche cose con sé ma non per il Lemure che abita nella nostra stessa città e poi, soprattutto, ci siamo rese conto dello squallore che si celava dietro all’acquisto di tale capo di abbigliamento. Ammettiamolo: volevamo accasarlo e renderlo docile ai nostri voleri, un po’ come la palla al piede dei prigionieri…. se ci si pensa, un ragazzo sano mentalmente e con un minimo di gusto nel vestire (e il Lemure ha entrambi queste qualità) è incapace di fuggire da una casa così conciato, insomma, abbiamo ragione di credere che il nostro inconscio lo volesse far prigioniero. A questo punto, a noi che l’autocritica non manca, l’abbiamo preso da parte, dandogli il regalo ma facendo tutte le premesse del caso " perdonami per questo regalo, le cose sono andate così e così, bla bla, spero che continuerai a stimarmi e se vuoi possiamo farci degli stracci". Il Lemure che ha apprezzato la nostra sincerità, ci ha consolato promettendo che la tuta prima o poi poteva venire utile (per la cronaca se l’è messa una volta sola quando ha cucinato per noi una domenica, ma solo per farci contente).
Sempre a proposito di convivenza durante il week end, non mancano le discussioni e le scene madri sul fatto che lui è tutto un mettere pentole e pentolini in giro, quando poi a noi tocca pulire. Un caso esemplare per tutti, è stato l’atto di violenza psicologico derivato dall’imporci l’acquisto di una grattuggia. Eravamo al supermercato, scegliendo gli ingredienti per una pasta, il Lemure (che è assai dispettoso) si era fissato con una grattugia per il formaggio, noi più volte abbiamo tentato di fargli capire che lo stesso formaggio lo vendevano già tritato e che noi - essendo delle signore - preferivamo acquistarlo già bello e pronto e, soprattutto, quell’arnese non lo volevamo in casa per ragioni spazio logistiche. Niente da fare, alla fine sta grattugiera l’abbiamo dovuta prendere, probabilmente vederlo con le labbrucce arricciate in un angolo del banco frigo, ha fatto leva sui nostri sensi di colpa. Manco a farlo a posta, la grattugia non è stata più utilizzata perché il pranzo è saltato; naturalmente eleganti e signore come siamo, gliel’abbiamo rinfacciato fino alla morte, minacciando di gettare dalla finestra l’inutile utensile. A quel punto, lui ci ha confessato che a casa nostra non si sente a suo agio perché rispecchia il nostro rigore mentale e ciò ci ha fatto riflettere. E’ vero siamo assolutamente rigide e certamente il lavoro su noi stesse per diventare più flessibili sarà lungo e faticoso. A questo punto, ci chiediamo: a quasi 35 anni, sarà possibile modificare certi aspetti del carattere oramai cristallizzati e soprattutto riusciremo a pacificarci con la grattugiera senza proferire scurrilità alla sola sua vista?
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