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martedì, 29 aprile 2008
Noi e il Lemure sul divano
Noi (con sguardo attonito verso un punto indefinito del muro di fronte) : "prima o poi me lo chiederai, no"?
Lemure (titubante): "Cosa" ?
Noi: "quella cosa che sai e neanche riesci a pronunciare"
Lemure (sgranando gli occhi e tradendo nella voce una punta di preoccupazione): " di che stiamo parlando"?
Noi: "dai che hai capito. tanto lo so che dovrò umiliarmi e chiedertelo io, ma dove si è vista una donna fare per prima una proposta di matrimonio"
Lemure (abbracciandosi, inizia a oscillare il busto come fosse un malato mentale): "paura, paura"
Noi (afferrandolo per il collo con un braccio e bloccando l’oscillazione, gli sussurriamo nell’orecchio con la stesso tono di voce che deve aver avuto Totò Riina nel redarguire qualcuno dei suoi compari): "ricordati che sei un adulto"
Lemure (con il viso contratto in una smorfia di terrore): "no, no…"
Noi (continuando a tenergli il braccio stretto intorno al collo e a sussurargli nell’orecchio) : "si, sei un adulto e il tempo passa inesorabilmente, tu dovrai chiedermelo, serenamente, pacatamente…."
Lemure: "aiutoooooooooooooooooooo"
mercoledì, 23 aprile 2008
Vita da radical chic
Nostra sorella ha perso la testa, oltre che per il ragazzo, anche per il quartiere dove lui abita.
Si dà il caso che tale zona, una volta borgata degradata, si sia trasformata in un quartiere radical chic dove hanno deciso di stabilirsi giovani professionisti, cineasti e designer. Lì si trovano locali di abiti hippy boho, atelier di bigiotteria sofisticata (dove a dire il vero, si fa fatica a distinguere un anello da un bracciale) negozi dove ti insegnano a fare la maglia ( passatempo considerato molto cool e sembrerebbe coinvolgere sempre più ometti) e un bazaar dove acquistare giocattoli erotici destinati, in maniera molto "politicamente corretta", alle donne. In questo negozio si legge che trattasi "di uno spazio dedicato all'immaginario delle donne e che tutti gli oggetti in vendita nel bazar erotico rimandano a un'idea di sessualità positiva, giocosa, divertente, soddisfacente, lontana da contenuti offensivi e svilenti". Non chiedeteci che tipi di attrezzi "giocosi" ma al contempo "non svilenti" vendano, perché non ne abbiamo la minima idea.
Ritornando a nostra sorella, ella, quando può, si auto reclude nel quartiere, dicendo che lì ha trovato la giusta dimensione, che si è tutti amici e che non è raro assistere a scene di abitanti del luogo che si affacciano dalla finestra, per pregare il senegalese sotto al loro portone di alzare il volume della radio (si avete capito bene "alzare il volume") oppure gente che balla per strada al ritmo di bonghi africani suonati dai senegalesi sopra menzionati. Insomma un paradiso di convivenza che se Alemanno lo vedesse, ingoierebbe seduta stante il ciondolo a forma di croce celtica che porta sotto la camicia . Per non parlare dei fruttivendoli autoctoni che ti vendono a peso d’oro le arance ma, a detta di nostra sorella, lo fanno con così tanta simpatia che è proprio un piacere farsi rapinare i soldi da persone così cordiali che addirittura ricordano il tuo nome.
Inutile soffermarci sul costo esoso degli appartamenti, però che volete, pure se l’appartamento del ragazzo è posto in una palazzina scarubbata al V piano senza ascensore, da lì si vede un cielo che non si vede da nessun’altra parte, così come le stelle che brillano più intensamente, divertite da quella umanità pacifica e allegra sotto di loro.
Questo è quello che ci racconta nostra sorella. Giorni fa abbiamo voluto personalmente sperimentare la magia della borgata, andando a cena con la sorellina e i rispettivi fidanzati. Abbiamo cenato presso un ristorantino da tanto tempo declamato dalla sorellonza per come si mangiasse superbamente. Diciamo che la cucina è particolarmente elaborata e impegnativa (per intenderci ravioli ripieni alla coda alla vaccinara e cose di questo tenore) verso la quale nostra sorella sembra aver abbandonato ogni remora (considerato che a casa nostra sviene alla sola vista di un innocuo filetto in padella). A rendere tale locale ancora più fascinoso è che parrebbe gestito da un ex brigatista. Leggenda vuole che se lo trovi nella giornata migliore, ti si siede vicino e spazia dai racconti che vanno da "dove ha sotterrato il pezzo" a come si cucina il cous cous alla carne. Ma la delusione è stata tanta, il primo che abbiamo preso non era all’altezza delle aspettative o meglio la cozza e la vongola che erano ad ornamento, da noi prontamente ingurgitate, hanno richiamato alla memoria la scena di Fantozzi che si reca dal cozzaro nero ed è colto all’istante da un attacco di colera vilurento. Il Lemure ci ha cazziato dicendoci che le cozze e le vongole di ornamento è risaputo non debbono essere mangiate e che eravamo le solite ingorde; probabilmente questo suo rimprovero è derivato dall’essersi incattivito a causa della presenza di soli tre ravioli nel suo piatto sconsideratamente grande. Il prosciutto, che non sappiamo da dove arrivasse e in che modo fosse stato trasportato (probabilmente per la nomea di cui godeva doveva essere stato trasportato su di una Ferrari), a noi e al Lemure è sembrato uno come tanti, benché la sorellonza e il suo ragazzo indugiassero sul retro gusto affumicato ma non troppo dello stesso. Per non parlare del dolce, certamente buono, ma costituito da tre ostie una sopra l’altra con crema chantilly che si disintegravano in bocca in un tempo tremendamente veloce. Non sono poi mancate le spiegazioni sociologiche del fatto che quella sera insolitamente c’era poca gente; il ragazzo della sorellonza sconfortato ha imputato le ragioni di tale defezione al tragico momento post elettorale. La clientela infatti essendo di un certo orientamento, secondo lui, era così sconfortata da aver rinunciato a intrattenersi e a sollazzarsi presso una qualsiasi tavola imbandita. Sarà, ma quando ci siamo visti arrivare il conto abbiamo dubitato che il proprietario abbia realmente sotterrato il passa montagna e il pezzo.
n.d. O. in effetti il cielo è diverso, ma questo è imputabile alla bellezza di lampioni retro e a case abusive basse che regalano squarci di cielo che in città è difficile vedere.
martedì, 22 aprile 2008
Sei piccole cose ma buone
Raccogliamo con piacere la catena di Emme e qui di seguito riportiamo le 6 piccole cose che ci piace fare:
aver scoperto un piccolo giardino nel cuore del quartiere dove abitiamo, con sopra la targa "giardino dei ciliegi" (anche se alberi di ciliegi non ce ne sono), e passarci domeniche mattine silenziose e attonite con la netta sensazione che la propria nuca stia per prendere fuoco, ma non spostarsi dall'angolo di sole perché imbambolate a contare le formiche che passano;
mettersi il kimono rosa (giapponese originale) e andarsene in giro per casa con passo da geisha con un mini kit di sake (giapponese originale) da offrire ad un Lemure perplesso;
farsi trasportare da una vespa per il centro con la testa in su a scoprire luoghi e angoli della nostra città che non è mai uguale a se stessa;
andare sull’altalena ascoltando la nostra musica preferita e immaginare situazioni in cui siamo belle e disinvolte con la battuta sempre giusta e, spesso e volentieri, con un bicchiere da cocktail in mano (da quando si è venduto la casa in campagna non lo facciamo più ma nulla vieta di andare in qualche giardino pubblico con mp3 -un tempo era il mangiacassette- a occupare l'altalena a qualche bimbetto urlante e lasciarsi andare, lo consigliamo a tutti );
il viaggio di andata verso la casa del lago;
spegnere la luce e andare a dormire.
Ora la catena dovremo passarla a 6 persone ma non lo facciamo perchè temiamo che qualcuno possa averne a male (paura). Resta inteso che nei commenti ci piacerebbe leggere la lista dei nostri consueti e amati (captatio benevolentiae? ) lettori.
Porterà sfiga interrompere la catena?
giovedì, 10 aprile 2008
I detti di famiglia
C’è zio Ferdinando che è la figura epica della nostra famiglia, quando eravamo piccole, oltre ad ascoltare per un infinito numero di volte (eravamo già allora delle masochiste) la favola della piccola fiammiferaia letta con enfasi da nostro padre, al quale piaceva indulgere sui lati patetici della storia, facendoci inevitabilmente piangere a noi e alla nostra amica Stefania, ascoltavamo volentieri anche le avventure di suo fratello Ferdinando che da bambino ne combinava di tutti i colori, come mangiarsi una salsiccia intera e poi sostituirla nella carta stagnola con un mattarello di legno, tanto da rompere il coltello con il quale il padre era andata ad affettarla o sotterrare la sorellina appena nata dalla cintola in giù per poterla controllare e non farla muovere mentre lui giocava.
Paradossalmente, con il passare degli anni, zio Ferdinando, da quella pestilenza che era, divenne il punto di riferimento e il detentore delle radici per tutti i componenti della famiglia che, intanto, si erano sparpagliati nel mondo. Ciò è accaduto non solo perché zio Ferdinando è rimasto ad abitare nella casa paterna ma anche perché è il più saggio e riflessivo di tutti i fratelli.
Zio Ferdinando è uno che non ha molto girato (anche se ogni tanto va a al nord a trovare le figlie e si mette il colbacco) ma è uno che quando apre bocca , generalmente con aria sconsolata, sembra aver intuito tante cose.
Zio Ferdinando è uno che aveva messo su una piccola ditta e che, ai tempi d’oro, allungava le 50 mila lire ai poveracci per strada senza farsi vedere dalla moglie, poi però ci fu qualcuno a cui la sua attività ben avviata non andava proprio giù e decretò che nostro zio o faceva le cose come diceva lui o altrimenti si sarebbe dovuto levare di mezzo.
Nostro zio Ferdinando che eroe non è e che le "ninne sue" (figlie) guai a chi le tocca, ha mandato tutto all’aria ed è ritornato a fare il contadino e a prendere una pensione da fame. Da allora qualsiasi persona che non gli va a genio, che magari mette la macchina di traverso sotto casa sua, che fa baccano di sera o che butta le bucce dei lupini sul suo terreno la definisce, alzando le spalle con aria sconsolata, " chillu è nu camorrista".
Zio Ferdinando ricorda e ripete tanti detti in dialetto, che a noi piacciano tanto, perché li troviamo azzeccati ed evocativi. Quello che più ci piace è:
"Chi fa del bene deve essere acciso in miezo a na via"
Inutile dire che è un paradosso, una provocazione; immaginiamo un poveraccio che, colto nell’atto di fare un gesto altruistico, irragionevolmente venga preso a mazzate e poi fucilato in mezzo alla piazza davanti al biasimo dell’intera comunità. In questo motto non leggiamo cinismo ma sola santa rassegnazione da parte di chi vuol fare il bene ma spesso non vede alcuna riconoscenza o peggio ancora riporta un danno nell’averlo compiuto. Ciò ci fa tanto tenerezza soprattutto se penso che chi lo pronuncia magari continua a fare lo stesso del bene sapendo che il destino non sarà mai generoso con lui o addirittura lo punirà.
E poi c’è un altro detto che recita in tal modo:
" se succede chello che ho detto io, ado a mangiare i maccaroni in miezo a Maluogno (nomignolo storpiato del paese natale).
Anche questo modo di dire,secondo noi,è molto evocativo: visualizziamo, infatti, nostro zio che si prende la rivincita con i compaesani per aver avuto ragione su qualcosa che non era stata creduta e che, invece, effettivamente si verifica, perciò soddisfatto si porta verso la piazza principale del paese con un tavolino pieghevole e, una volta, piazzatolo al centro, inizia a inforchettare i maccaroni, con esibito compiacimento, mentre la gente gli passa davanti.
I detti però non vanno spiegati perché oltre a far parte della storia, della cultura e dei ricordi dei singoli, sono, al contempo, intuibili da tutti, universalmente riconoscibili e identificatori perché fanno intravedere, anche solo per un fugace attimo, la natura più profonda di tutti noi.
lunedì, 07 aprile 2008
Tre sorelle (Sorelle mie care, la nostra vita non è ancora terminata. Vivremo!)
Come le tre sorelle dell’opera teatrale di Cechov che, con le loro frustrazioni, aspirazioni e speranze, sembrano accomunate da un unico destino, così ci pare che noi e le nostre due sorelle interagiamo, ci scontriamo e pensiamo rispecchiandoci nella identità univoca della sorellanza.
Innanzitutto noi stesse ci definiamo come "le sorelle": un’entità monolitica per distinguerci dall’esterno che spesso critichiamo spietatamente. Sono famose le sedute in cui vicende e personaggi passano al vaglio dei nostri giudizi. In questo contesto inventiamo soprannomi, mimiamo gesti e comportamenti e se qualche esterno osa mettersi in mezzo, gli diciamo " sst, stanno parlando le sorelle" oppure uno delle tre borbotta:" non vedi che sto parlando con le mie sorelle?".
Quanto sappiamo essere carogne tutte insieme, lo sanno in molti, nostra madre ad esempio che sentendoci complottare, ci apostrofa rassegnata con: "quanto siete cattive ma da dove siete uscite?" oppure il povero Giulieno (l’ex di cui andar poco fiere) che aveva soprannominato il terzetto con l’epiteto di "Norimberga", sentendosi la vittima prediletta dei nostri processi.
Noi di questo trio siamo le mezzane e quanto la più grande è responsabile, tanto noi siamo sventate, quanto la più piccola è sveglia e perspicace, noi siamo ottuse. In fin dei conti, abbiamo ragione di credere che la più piccola è la sintesi delle migliori qualità di chi l’ha preceduta; racchiude infatti il pragmatismo della prima e l’idealismo della seconda. In poche parole la piccola è l’unica di noi che è riuscita a realizzare i suoi sogni o almeno che sta lottando affinché questo accada.
Volendo fare una sintesi delle singole entità che compongono il trio, sicuramente parziale e incompleta, potremo così dire:
la prima dotata di un pessimismo cosmico senza ombra di ironia e auto ironia, è completante proiettata all’interno della sua cerchia familiare più stretta, un particolare esemplificativo: non l’abbiamo mai vista aprire la pagina di un quotidiano dedicato alla politica estera . Ma è anche quella su cui si può contare sempre e quindi è colei a cui più si rompono le balle. Il fardello della famiglia sembra averlo abbracciato come fosse la sua unica missione su questa terra, tra l’altro ha fatto voto di non procreare. I pargoli li teme più dell’odore di cipolla degli extracomunitari, tanto che non ha mai invitato a casa una sua collega per timore che si presenti con qualche bimbetto maleducato che possa, per un qualsiasi motivo, dar di matto e dirigersi con un gelato in mano verso il suo divano bianco. Apparentemente sembra la più razionale ma, in realtà, è quella affetta da più ansie e fobie. In questo momento i suoi timori si fondano sulla minaccia sempre incombente dell’arrivo dei parenti calabresi del suo compagno che teme più di un’angina pectoris di nostro padre. La famiglia del suo compagno è un vero proprio clan, nessuno fa niente se l’altro non viene messo a conoscenza del fatto che questi sta per intraprendere un viaggio, una relazione, un’abluzione quotidiana, tendono a muoversi tutti insieme, come fossero uniti da una catena immaginaria, oltre che a mettere becco nei cazzi altrui. E’ plausibile che per la misantropa di nostra sorella, questa sia una vera e propria nemesi, peggio secondo lei del castigo divino delle sette piaghe d’Egitto. La sua logica viene spesso utilizzata per dimostrarci inconfutabilmente l’impossibilità di essere felici in questo mondo. E’ assolutamente convinta che la nostra famiglia sia stata colpita più ogni altra da scalogna (quando invece la statistica ci dice che ci collochiamo nella fascia delle famiglie mediamente sfigate). Conoscendo le sue idiosincrasie, ci piace tormentarla, accennando al nostro desiderio di volere un bambino, per sentirla bofonchiare sconsolata "certo, andiamoci a cercare altri guai". Esemplificativo l’episodio di quando, durante una cena conviviale a casa sua, nostro padre involontariamente creò un’ostruzione ad un tubo del gas non più utilizzato (quindi innocuo) e lei si agitò così tanto, da esortare tutti i commensali (che si erano proposti di aiutarla) a rimanere ai loro posti, affinché non peggiorassero la situazione già, secondo lei, gravemente compromessa. Quando Giulieno (anche lui presente alla cena), totalmente autistico e vittima sacrificale per eccellenza, fece per alzarsi dal tavolo per correre in suo aiuto, lei lo fulminò sul posto. Chi era lì, si trovò ad essere testimone di una scena imbarazzante, vide un ragazzo alto e robusto (Giulieno) che teatralmente alzava le mani in segno di resa, rendendosi anche disponibile ad una perquisizione corporale da parte di nostra sorella, e ritornava mesto al suo posto. A discolpa di nostra sorella potremmo citare innumerevoli episodi in cui venne in nostro soccorso nonché gli scorni subiti per colpa nostra: uno fra tutti quando alle elementari fu chiamata dalla nostra maestra e davanti a tutti, le fu detto che aveva una sorella inetta, specie nella comprensione delle divisioni a due cifre; la poveretta si sentì così afflitta e umiliata per noi che si mise a piangere, mentre noi con aria strafottente facevamo finta di nulla.
La seconda siamo noi ed è inutile soffermarci sul grado di sventatezza che ci caratterizza; soprattutto le nostre due sorelle ci rinfacciano di non saperci tenere un cecio in bocca e di credere nella buona fede delle persone (dobbiamo dire che i loro moniti " vedrai che ti fregheranno, vedrai ti fregheranno" si avverano quasi sempre, con una percentuale così alta da essere inquietantemente vicine al sospetto che le due portino sfiga). Per i motivi sopra menzionati, siamo considerate le più buone (in realtà siamo le più egoiste del trio). Una volta capitò che nostro padre, uomo del sud e piuttosto propenso al melodramma, dovendoci presentare ad un collega, ritenne indispensabile una sintetica descrizione psicologica delle figlie (tra l’altro non richiesta) e se ne uscì così" questa è M. la più buona, le altre mie due figlie sono spietate" . Detto in tal maniera, poteva sembrare che le nostre due sorelle andassero in giro, armate di un kalashnikov, a freddare i passanti.
La terza e ultima sorella, l’abbiamo già raccontato, appartiene alla sfortunata generazione dei co.co. Ha mille lavori da giornalista precaria nonché è direttrice di un rivista distribuita nelle farmacie dove tra l’altro si pubblicizzano mutande erniali, carrozzine, busti e raddrizza spalle… capite bene che non è il massimo per chi, come nostra sorella, è presa dal sacro fuoco della scrittura e dalla passione per l’inchiesta. E’ altresì costretta ad interagire con cazzoni di ogni tipo, a volte questi sfortunatamente sono i suoi capi, abituati ad interagire più come fossero in un cantiere e parlassero a qualcuno che ha una cazzuola anziché una penna in mano, (in effetti alcuni di loro sono geometri, figli di…, prestati alla redazione). In questa situazione anche lei non scherza per pessimismo cosmico, il suo tormentone è: "che zoccolame!" o "guarda la zoccola che sta parlando in televisione". L’unica isola felice è il suo amore (già abbiamo avuto modo di parlarne) che l’ha finalmente affrancata dal suo attaccamento patologico a Luce, un ex catto-comunista, ora pare in odore di eresia, le cui principali occupazioni sono quelle di incatenarsi ai provveditorati allo studio e di organizzare visite scolastiche ad Auschwitz. Ultimamente ha superato una piccola crisi con l’attuale fidanzato, facendo passare a noi sorelle un gran brutto quarto d’ora. La tapina, infatti, minacciava di farla finita sotto un tram al Prenestino, se non ci fosse stata una rappacificazione; dobbiamo ammettere che l’esatta collocazione geografica di dove sarebbe avvenuto il gesto estremo, ci ha fatto preoccupare non poco. Alle nostre esortazioni di ricomporsi, ricordandole che si stava tramutando in una di quelle reiette che criticavamo, definendole: "poveracce che non sanno vivere senza uomini", ci ha risposto che senza il suo amore, le rimaneva una vita di merda. Dopo tale asserzione e un attimo di raggelante silenzio, la grande ha preso la parola, riconoscendo che in effetti la vita era una vera merda e che quella della sorellina non era da meno, ma che dopotutto la croce che l'aspirante suicida aveva dovuto abbracciare non era spaventosa come la sua. Ci ricordava, infatti, tra sospiri di rassegnazione e di solidarietà, la croce degli onnipresenti parenti calabresi.
Per dire che tante sono le occasioni in cui noi sorelle, come nel dramma di Cechov, ci interroghiamo "sull’incapacità di vivere il presente e di costruire il futuro".
Concludiamo con una citazione del romanzo che ha ispirato questo post: "Questa musica è tanto gaia, tanto piena di gioia... sembra quasi che, ecco, ancora un po' di tempo, e sapremo perché viviamo, perché soffriamo... Ah, poterlo sapere, poterlo sapere!".
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