|
mercoledì, 30 luglio 2008
Considerazioni sparse pre vacanza.
Amore è: il Lemure che, munito di coltellino, elimina le noccioline dal cornetto algida all’Inglesino ospite l’altra domenica da noi.
Angoscia è: un nuovo incontro con la madre del Lemure che, stentereste a crederci, per lei è come fosse il primo, nel senso che ha avuto una crisi di memoria (non sto qui a spiegarne i motivi che tra l’altro sono seri) per cui noi siamo state cancellate dai suoi ricordi e quindi abbiamo di nuovo il magone del primo incontro. Si, lo sappiamo ste cose succedono solo a noi e nelle telenovele sudamericane ma è tutto drammaticamente vero. Il Lemure, da cinico qual è, prevede che ogni incontro con la madre sarà come fosse il primo ma il neurologo, per fortuna, dice che è in via di guarigione.
Annichilimento è: quando come delle pazze ci mettiamo ad urlare sotto la metropolitana contro due stronzetti fascistelli e coatti dopo aver udito l’ennesimo " se ne ritornassero a casa che sporcano e puzzano". Annichilite per i seguenti motivi:
1° non ci fermava più nessuno e siamo state fortunate che abbiamo trovato due fessi perché altrimenti ci prendevamo le botte;
2° nessuno voce si è levata in nostro favore anzi signore distinte hanno espresso parole di solidarietà ai due teppisti;
3° pure noi non siamo brillate per discorsi convincenti ma siamo cadute su argomentazioni anch’esse qualunquiste tipo " noi abbiamo portato la mafia in America" (dio, che odio gli italiani che parlano male degli italiani, è cosi banale) o peggio ancora "continuate a vedere i programmi di Maria De Filippi, ignoranti!";
4° l’emigrato al quale erano rivolte le offese li ha poi abbracciati e salutati (ma mica si conoscevano? se è così ce cade tutto il costrutto!!!)
5° i ragazzetti, per certi versi intimoriti dalla nostra pazzia (per l’emozione ci tremavano le mani), continuavano a dire "signò ritorni a leggere il giornale" Ecco vorremmo sapere se era indispensabile l’appellativo di signora, no, non ci sembra proprio, cazzo, indossavamo una maglietta con winnie the pooh, non è giusto.
Comunque, buone vacanze solidali a tutti e a presto.
venerdì, 25 luglio 2008
Saudade
Siamo in ufficio e arriva una telefonata.
Sorella Ossimoro: ti devo dire una cosa ma giura che non ti fai venire il crisone!
Ossimoro: o che paura che mi fai, che è successo?
Sorella: oggi sotto la metro ho visto V. (n.d.O. : "chitarrista siculo" o anche detto "primo amore" o anche detto "colui che ci ha lasciato per ben tre volte" o anche " colui che detestiamo perché se ci avesse ripreso noi saremmo state capaci di farci lasciare per una quarta volta")
Ossimoro: ah (pugno nello stomaco), allora esiste?
Sorella: eccome, è entrato alla fermata di p. poi dopo qualche fermata io sono scesa e lui è rimasto.
Ossimoro: che strano effetto che mi fa, senti come era vestito?
Sorella : normale ma la camicia lievemente tendente al frocetto
(n.d. O.: Qui segue una dialogo dove per brevità si riportano solo le nostre domande sceme)
Ossimoro: Ah perché come era la camicia?…. prende l’altra metro?…perfetto così non lo potrò mai incontrare, figurati! se mi vedesse conciata da cessetto non me lo perdonerei mai… ah aveva una valigetta da pc….era seduto o in piedi? … ha ancora il pizzetto?… lo sguardo…ah! ho capito aveva gli occhiali da sole…di che marca?…. ti sembrava felice o triste…ah ho capito era assonnato, ma ti ha riconosciuto? …certo, lo so che non sta a pensà a noi però… che scarpe portava e i capelli …ah è leggermente appesantito, in effetti non essendo tanto alto tutto quello che mangia gli si vedrà, ma è ancora bello?
Sorella: datte na regolata, una cosa però ho notato… non aveva la fede.
Ossimoro: ah già a questo particolare non avevo pensato, brava, brava….
Sorella: te sei ripigliata?
Ossimoro: certo, certo tutto sotto controllo.
Ma il colpo c’è stato, eccome, più che altro perché V., come tante altre cose, lo abbiamo relegato in un mondo parallelo; lo stesso posto, crediamo, che hanno un po’ tutti, la soffitta dove si mettono i vecchi peluche, le foto al mare, le pagine strappate di un diario, le parole mai dette, le situazioni che potevano essere e che non sono state, le persone che si sono perse contro la propria volontà. Tutte quelle cose che ogni tanto ci piace ripescare con la mente per crogiolarci masochisticamente in quel sentimento dolce e indefinito che è la nostalgia che idealizza e allontana, che smussa e trascende l’oggetto pensato rispetto a quello che è stato realmente.
Poi però quando si viene a sapere che il peluche che credevamo in un baule se ne va in giro con una camicia da frocetto e una valigia per il pc (gesù una valigia da pc! quanto è concreta) ci si sente stranite da quello strappo provocato da un fugace contatto del mondo parallelo con la vita reale e si avverte una specie di vertigine, sì proprio una vertigine, prima che l’universo ritorni di nuovo a muoversi come prima.
martedì, 22 luglio 2008
42 mq di felicità (?)
Pochi giorni fa:
Ossimoro: " l’altra sera hai fatto quel discorso vago sulla possibilità di una convivenza, ah ah che ridere, hai pure pensato quando?
Lemure:(per niente scomposto)" avrei pensato subito dopo la Scozia"
Ossimoro: (°_°) ho capito bene ?????? (sudorazione alle stelle) G. ma la Scozia è ad agosto! vorresti venire da me tra un mese?
Lemure: "si, più o meno…"
Ossimoro: "ah!"
Lemure: "ti vedo perplessa, non sei contenta"?
Ossimoro: "no, cioè si, è che mi spiazzi pensavo se ne parlasse più in là, tranquillamente, il tempo di organizzarci…"
Lemure: "mi hai fatto una capoccia tanta e ora non sei più convinta"
Ossimoro: "ma no, certo vivere da sole hai suoi vantaggi, però sono felice di questa notizia, certo stare in 42 mq, sarà un po’ difficile…"
Lemure: "non c’è da preoccuparsi non cambieremo le nostri abitudini, io da lavoro arrivo tardi mentre tu la mattina ti alzi prima di me, si tratterebbe solo di farsi compagnia a cena, quando ci sarò poi…. tra piscina, pizzette con gli amici, mi vedrai poco… e poi sono disposto a mettermi le cuffie per vedere la tv, così non ti disturberò quando andrai a dormire come le galline.... e chi l'avrebbe mai detto che avrei ragionato così, cazzo! eh?.
Ossimoro: "che bello… (meditando ad alta voce) certo è che io dopo il lavoro arrivo a casa che sono un cessetto…ma d’altronde ho circa un’ora di tempo per aggiustarmi prima che vieni tu, ce la potrei fare, non è vero?"
Lemure: "certo amore e poi in modalità topolin topolina (n.do stile casalinga con scopa in mano e occhiale a fondo di bottiglia) ti ci ho visto un sacco di volte , se è questo che ti preoccupa, so già a cosa vado incontro".
Ossimoro: "non mettere limiti alla provvidenza, sai so esser ancora più cesso di quando lo sono solitamente con te, in quel caso si tratta di esserlo in maniera moderata e controllata, a volte invece mi va di dare libero sfogo alla cozzaggine…vabbuò, piuttosto cosa ti ha spinto a cambiare idea, fino ad una settimana fa non eri convinto?
Lemure: "la domenica quando ci si saluta, dai ci prende un magone che non finisce più e poi è l’ora di provare, no, non siamo più ragazzini, lo dicevi proprio tu, non ricordi?"
Ossimoro (con sorriso forzato): "già, già"
Lemure : "e poi mi pare di aver capito che avrò un margine di libertà nell’arredare casa….a proposito, come ritorniamo dalla Scozia, andiamo da Ikea?"
Ossimoro: (deglutendo nervosamente) "caro, un attimo , quale margine di libertà? Ti ricordo che la mia casetta è già ammobiliata…".
Lemure : "qualcosa di più ancora si può fare, due bicchieri, una cassettiera, due lampaducce…"
Ossimoro: "ah si , bè se si tratta di due bicchierini…."
Lemure: "si e poi due poltroncine stile corbusier .."
Ossimoro: "cheeeee? Dove centrano due poltroncine e poi a me piace la poltroncina romantica e che…no dai (training autogeno) dai ce la faremo , si ce la faremo, è vero che ce la faremo?" (panico panico)
Lemure: "certo basterà aver pazienza…"
Ossimoro: "certo, certo, e ci prenderemo cura l’uno dell’altro….vero, non è vero?"
Gli aggiornamenti sugli sviluppi di tale evento a quando saremo più lucide.
martedì, 15 luglio 2008
Il nostro primo lavoro
Al solo pensiero ci si accappona la pelle e lo stomaco ci si chiude in una morsa, si, perché il nostro primo contatto con il mondo del lavoro è stato probabilmente l’evento che in assoluto ci ha fatto toccare gli abissi più profondi della disistima e dello scoramento più totale.
Fresche di laurea e dopo anni trascorsi a studiare e dibattere sulla vita sociale di uomini, gruppi e società, paradossalmente ci rendemmo conto, una volta in contatto con il mondo produttivo, del nostro completo distacco dalla realtà. Tale condizione fu certamente acutizzata dall’aleatorietà del corso di studi ma precisiamo che noi eravamo affette da socio patia già agli albori della nostra esistenza e che, pertanto, altri, sicuramente la maggioranza, hanno tratto e trarranno solo giovamento dalle materie che furono oggetto dei nostri studi, ricavandone apertura mentale e competenze nell’analisi, nella previsione e nella progettazione di interventi.
Insomma avulse come eravamo dalla realtà, ci ritrovammo in una ditta che curava il trasporto di opere d’arte da un capo all’altro del mondo, in occasioni di allestimenti di mostre. Interessante potreste pensare e invece, rispondiamo, proprio per niente. Noi, per lo più, eravamo addette all’inserimento in un database delle opere trasportate e delle loro caratteristiche (titolo, misure, temperatura ideale per la conservazione, museo di provenienza ecc) L’ufficio era posto in una località che dire disgraziata indicherebbe almeno una sorta di empatia da parte nostra e, invece, la odiammo fin da subito. Si trovava in una landa desolata, appena fuori città, costituita da capannoni industriali, acquitrini e falò di prostitute vegliarde con la dentiera (ok quest’ultimo elemento è stato volutamente esasperato, in effetti non abbiamo mai appurato la condizione ortodontica delle professioniste in questione) Per giunta il periodo in cui prestammo la nostra opera fu d’inverno, un inverno particolarmente rigido se si considerano i fremiti che ci colpivano in maniera convulsa ogni deplorabile mattina che, imbacuccate, ci dirigevamo verso il luogo di lavoro. A parte il tremore, non c’era una volta dopo essere scese dall’autobus che non ci facessimo prendere dai conati di vomito, costringendoci a muoversi in fretta da un lato all’altro della strada come un robotino di fronte alle vetrine di un’agenzia assicurativa, con la mano a coprire la bocca in uno sforzo inaudito nel bloccare la fuoriuscita del demone che era in noi. Così che il povero dipendente dell’agenzia, seduto sempre al solito posto, poteva assistere ad uno spettacolo di inaudita infelicità, dove una ragazzetta con indosso un cappottino nero si muoveva a scatti come una moderna Charlie Chaplin su e giù per la strada, comparendogli a singhiozzo davanti alla vetrina. Non era finita, una volta arrivate, ci veniva ad aprire la porta uno dei soci di minoranza della società (messo da parte e, perciò, frustrato) con il suo irritante e molesto “buon dì” che al solo sentirlo ci faceva di nuovo correre in bagno a far uscire quel poco di bile che ci era rimasta. L’ambiente di lavoro non era tra i più simpatici, eravamo infatti nella stanza dei soci di minoranza (ad essere frustrato non era solo quello del “buon dì” per intenderci) che avevano preso male il fatto che se la comandasse quello che gli aveva soffiato le loro precedenti quote e, quindi, era tutto un borbottare e un mangiare con i denti digrignati. Noi da parte nostra ci mettevano la totale incompetenza e inadeguatezza a farli ancora più incazzare (ci aveva scelto il socio di maggioranza), un po’ come Ignatius Reilly, il protagonista di una Banda di Idioti, un totale inetto che, una volta costretto ad affrontare il mondo fuori dal guscio di casa e a diventare produttivo, ne combina di tutti i colori . La cosa grave è che se Ignatius voleva coerentemente combinare casini come radere a zero un archivio o inviare lettere insolenti ai clienti della ditta, noi riuscivano a commettere disastri, nonostante la nostra volontà fosse protesa a fare del bene all’azienda. Ad esempio, impostavamo conversazioni telefoniche formali quando invece dovevano essere informali e viceversa, tanto da creare un incidente diplomatico con un pezzo grosso della Soprintendenza (andò proprio così:un giorno i soci ci esortarono a non essere affettate con una tipa che si chiamava Monica perché era la collega della ditta di Verona, pertanto quando chiamò una tipa che si presentò come Monica, neanche la facemmo finire di dire il cognome, che esordimmo con: “ ciao cara, come stai? Come è il tempo a Verona?” e spruzzi di simpatia e volontà di condivisione che neanche con i parenti stretti avevamo mai manifestato, finche gli passammo Buon Dì che, nel mezzo della telefonata, preso dal rigor mortis, iniziò a sillabare: “ ah salve buon giorno, scusi, dott.ssa, presidente, cavaliere e vattela a pesca” il tutto mentre ci sentivamo trapassare da sguardi raggelanti provenienti da ogni angolo dello stanzone). Per continuare nella lista dei disastri: invii di fax a New York anziché a Reggio Calabria tutto questo davanti a Buon Dì che scuoteva il capo mentre noi cercavamo di strappare alla morsa del fax, oramai avviato, il documento che inevitabilmente veniva inghiottito. Per non parlare dell’uso sconsiderato della carta, perché in alcun momenti dovevamo usare la macchina da scrivere e i continui refusi ci costringevano a iniziare da capo il lavoro e gettare quintali di carta nel cestino, tanto che ci aspettavamo da un momento all’altro l’irruzione di green peace per disarmarci e renderci innocue. Fisicamente poi eravamo ridotte peggio di una latrina sotto la metro di Londra; sembravamo Bob Cratchit (l’impiegato vessato dal perfido Scrooge), pallide e emaciate con la sciarpa intorno al collo perché nel capannone faceva sempre freddo, mentre i nostri pori, per l’agitazione, emanavamo un’acidità alcalina pari solo al liquame che fuoriesce delle batterie in disuso . Inutile dire che quando si concluse il nostro periodo di prova e il socio di maggioranza ci disse che la nostra esperienza di apprendistato poteva dirsi conclusa, fummo le persone più felici al mondo , tanto che decidemmo di andare a festeggiare la perdita del lavoro la sera stessa con il chitarrista siculo (non stiamo qui a dilungarci sul fatto che fu proprio quella sera, l’occasione per il chitarrista di accannarci per la prima di un serie infinita di volte). Comunque come tutte le esperienza anche questa in fin dei conti è valsa la pena di essere vissuta, primo di tutto perché si è imparato ad accertarci sul monitor del fax della destinazione prima di premere convulsamente il tasto dell’invio e poi il godere, ogni santissimo giorno che Dio manda su questa terra, della vista del Cupolone che si staglia di fronte a noi, appena uscite dalla soglia del nostro attuale lavoro e scusate se è poco.
martedì, 08 luglio 2008
Come un fantasma
"Si certo che andrò alla manifestazione"
"Per farti picchiare?"
"Magari mi picchiassero, almeno qualcuno mi presterebbe attenzione!"
Con tale tono tragico abbiamo risposto al Lemure, reo di essere stato fuori per un intero week end di immersione nella terapia di gruppo e di aver nella serata conclusiva festeggiato con tanto di spumantino e femmine baldanzose su trampoli e succinti vestitini neri (il Lemure stupito della nostra preveggenza ha chiesto: "come fai a sapere che indossavano succinti vestitini neri? e noi: " elementare Watson, elementare). Ma non è finita, dopo tre giorni di questa full immersion (perchè ci viene in mente mente il santone della spada di fuoco di Verdone?) non ha sentito alcuna esigenza di vederci, andandosene ieri sera a salutare lo squinternato gruppo degli hokeysti subacquei.
Offese e demoralizzate come eravamo, gli abbiamo raccontato il sogno della notte precedente nel quale noi chiedevamo se gli eravamo mancate durante i giorni della terapia e lui per tutta risposta ci rispondeva di no, trasformandosi a quel punto nel chitarrista siculo che ci diceva con accento autoctono "ehi ora che mi ci fai pensare, non mi sei mancata per niente, sai ti devo dire una cosa …." Ed ecco che a questo punto il sogno richiamava, neanche tanto implicitamente, il trauma di quando il chitarrista ci lasciò davvero con le stesse modalità. Dopo il nostro resoconto, il Lemure ci ha detto che in effetti non gli eravamo mancate perché si era concetrato su se stesso (quando si dice essere profetiche) e ha iniziato ad assumere l’accento siciliano dicendo" senti ti debbo dire una cosa"…. E noi " scherza scherza la verità è che mi dai per scontata e lo sai che ti dico che non ci vediamo neanche martedì sera" e lui :" vabbuò allora ci vediamo mercoledì sera" e noi: "e che cazz non ti smuove proprio niente".
Abbiamo, pertanto, una tale rabbia, che se alla manifestazione di oggi incontrassimo un giornalista di studio aperto potremmo picchiarlo (che libidine sarebbe torcere i capelli a quella esaltata della sorella della parodi). Scherziamo, si sa che siamo contrarie ad ogni tipo di violenza ma che dite se indirizzassimo un vaffanculone ai microfoni del Tg4 poi ci manderanno in onda?
mercoledì, 02 luglio 2008
La casa in campagna
C’era una volta una casa in campagna, acquistata l’anno della nascita di una bambina che appena nata somigliava ad uno scimpanzé per i tanti peli che aveva sul corpicino dal colore blu per via del laccio che le si era impigliato attorno al collo. Il villino sito in una soporifera località della Sabina era stato acquistato per la sorellina più grande affetta da tricotillomania (abitudine compulsiva che, anni dopo, avrebbe contagiato pure la più piccola). Il pediatra aveva infatti sentenziato "il mare innervosisce, la campagna meno". E invece non andò come predisse il medico, perché la sorellina grande detestò da subito l’ubicazione della casetta, così lontana dalla civiltà, e si diede a tale pratica barbara ancora più scientificamente (riuscendo a creare con i nodini dei capelli delle vere e proprie scultore). Si narra, inoltre, che quando ebbe in dono l’anellino di topolino, che le era stato detto essere il regalo della sorellina, appena arrivata sulla terra, lei per la poca simpatia verso quel mostriciattolo di peli, lo avesse gettato nella tazza del bagno e, senza alcuna remora, avesse tirato lo sciacquone. Intanto la bimba appena nata, iniziò a crescere e, durante la bella stagione, a sgambettare sul mattonato dell’atrio della casa di campagna, dove tra un interstizio e l’altro cresceva l’erba. Le sue giornate estive trascorrevano a seguire le formichine che correvano veloci verso la loro tana per poi chiuderle dentro, infilando un filo d’erba nel buchino del formicaio, a soccorrere gli uccellini caduti dagli alberi che puntualmente trovava morti stecchiti il mattino dopo e, quindi, ad organizzargli funerali con rito cattolico insieme ad alcuni suoi amichetti che si concludevano, dopo la processione intorno alla casa, con la sepoltura sulla quale piantava la croce di zeppetti di legno e cospargeva petali di rosa ("se ti becco" intanto sbraitava il papà che nutriva con soddisfazione e, soprattutto, con tanto letame le rose del giardino). Alla bimba ogni tanto le prendeva un sentimento che non sapeva definire, specie quando pensava a quei corpicini inanimati che giacevano sotto terra, allora sentiva una voglia irrefrenabile di dirigersi verso quelle piccole tombe con la curiosità, tutta macabra, di diseppelirli per vedere cosa era rimasto di loro, ma poi il timore che l’invisibile potesse divenire visibile, la faceva desistere e allora prendeva a guardare le nuvole appoggiandosi all’inferriata che odorava di anti ruggine. In quei momenti le veniva in mente l’eternità, in particolare, le parole del prete alla domenica che raccontavano di una vita eterna insieme a Dio e a tutti i santi. Il pensiero della fissità del tempo le provocava un tale scoramento, che le risultava impossibile solo poterlo immaginare, finché la voce di sua nonna l’avvisava della cena e il profumo dei pomodori di riso la distoglievano da quei pensieri.
Sono passati anni da allora, la casa in campagna non c’è più, ma puntualmente mi ritorna in sogno con una tale periodicità da far trasalire gli indagatori dell’inconscio. Nel sogno, io sono i miei occhi che scrutano, guardano da fuori il cancello quello che ricordo essere stata la casa, vorrei entrare ma so che non posso, che quel luogo non mi appartiene più e allora un sentimento di vuoto, di melanconia e di tristezza antica mi invade tutta. Continuo a girovagare fuori dalla casa e mi sembra di sentire le voci, le risate di tavolate sotto il pergolato di agosto, ora vuoto, le ombre di parenti, amici, conoscenti, di chi è passato di lì e poi se ne è andato.
Mi sveglio, sento gli occhi farsi umidi e, allora, mi rigiro nel letto e mi riaddormento pensando che la vita non è una linea retta ma un cerchio, che oggi, domani e ieri sono una cosa sola, e che sono ancora lì seduta alla grande tavolata, con una bruschetta in mano mentre sorrido a mia nonna che mi è di fronte, sospesa in un eterno presente senza il timore che possa arrivare domani.
|
|