vicissitudini di una nana metropolitana

   storie, traversie, sogni ad occhi aperti e anche chiusi di un donnino piccolo piccolo alle prese con la metropoli


martedì, 25 novembre 2008
 

Bastarde dentro
Nonostante l’istinto primordiale ad essere buone, di bastardate ne abbiamo fatte e, se la memoria non ci inganna, i soggetti che per lo più hanno ricevuto da noi cazziate e fuoriuscite di bile sono stati gli ammiratori non corrisposti.
Il livore nei loro confronti era giustificato non tanto dalla mancanza di corrispondenza di amorosi sensi ma perchè erano dei veri e propri mentecatti.
Già perché i nostri ammiratori generalmente appartenevano al genere dello sfigato presuntuoso, come ad esempio: ingegneri autistici che suonavano il tamburello nel coro della parrocchia con lo sguardo convinto di chi si sta esibendo a Wembley, professori di lettere frustrati e con lo sguardo da serial killer, rozzi guidatori di pulmann militari polemici e saccenti e zitelloni attempati e nullafacenti con la passione della lirica; tutti comunque accomunati da un fattore, quello di sminuire il loro oggetto d’amore (in questo caso noi) . Più di una volta, tali campioni di seduzione si lasciavano sfuggire messaggi neanche tanto sublimali del genere: “se non ti prendiamo noi che siamo disperati a te chi ti si accatta?” che, capite bene, ci indispettivano non poco nei loro confronti.
Gente, per dirla in breve, che vedeva in noi la loro ultima possibilità di riscatto prima di impiccarsi al lampadario insomma tanto simili, per sorte scalognata, allo sdentato e sdegnoso Barone Rizieri di “Sedotta e Abbandonata”.
Una delle bastardate più famose fu quando un corteggiatore una volta ricevuto il due di picche e rimastoci male (più per il fatto che dava per scontato il risultato che per altro) si sentì dire da noi “ dai, sfrutta questo dolore per la creazione di un’opera di arte” o anche quando l’eterno innamorato stava per dichiararsi e noi, che lo avevamo capito da un pezzo, ci chiudemmo le orecchie e iniziammo a canticchiare “la lalla là, non voglio sentir quello che mi vuoi dir, la lalla là” facendo smorfie disgustose e assumendo le fattezze di una maschera africana.
Ma tra gli ammiratori che ricordiamo con maggiore orrore è un tal Sabellini, conosciuto durante le vacanze al mare,  vagamente somigliante a Niccolò Fabi, solo più tracagnotto e con una forte couporose in viso, oltre che propenso ad accompagnarsi a bari e impostori tra una bevuta di vinello dei Castelli e una mangiata di bucatini all’amatriciana.
L’incubo non fu tanto lui quanto la sua amica ruffiana. La ruffiana si era auto proclamata protettrice di Sabellini (sebbene lei apparentemente provenisse da una estrazione sociale diversa da quella dell’amico), tanto da essersi incaponita a far nascere una storia d’amore tra di noi, probabilmente per soddisfare la sua vanità e la propensione paternalistica a dire: “son riuscita a far accoppiare questi due poveri disgraziati che me ne saranno grati in eterno”
Era una sorta di pariolina campagnola che si vantava di abitare presso un’amena località detta le Rughe, che fino ad allora non conoscevamo, tanto che guardandoci inebetita ci disse “ma non conosci il complesso residenziale vicino all’Olgiata?” e noi da lì capimmo tutto, un pò come Nanni Moretti: villette familiari con garage e jeepino a disposizione dei figli fascistelli e lazialotti con il berretto in testa, la domenica mattina passata in tuta a portare il cane al parco e serate trascorse nella sala hobby a sfornare pizze per gli amici. Una Roma nord davvero tanto tanto inquietante.
C’è da dire che la campagnola ruffiana ci aveva preso in simpatia, quella simpatia , si intende, che si può provare per il proprio criceto che trotterella nella ruota. Si, perché siamo certe che ci considerava delle povere verginelle auto esiliataci sotto l’ombrellone a leggere Dostoevskij più per costrizione che per reale interesse.
E insomma si era fatta un piano tale da persuadere Sabellini a farsi avanti e a spronare noi a uscire con loro. E infatti in spiaggia, la ruffiana ci incalzava con: “cara ci chiedevamo se volessi uscire con noi stasera” e noi senza distogliere lo sguardo dal libro:” no grazie” e poi sempre lei:“ stasera abbiamo organizzato una seratina in pizzeria e poi una puntatina a Capalbio per i cornetti" e noi (da sempre atterrite dai pariolini che con i loro bodili se ne vanno in giro come gonzi a far rifornimento di cornetti e cappuccino a 200 km dal bar sotto casa loro) rispondevamo con espressioni inequivocabili del tipo: “ ma per carità non ci penso per nulla” e la ruffiana:” perché ?“ e noi” perché vado a dormire presto”. Ma tali dialoghi, ai limiti della buona creanza, non facevano altro che sollecitare la missionaria che era in lei che non poteva lasciare che una ragazzetta buttasse via la giovinezza stando dentro casa, per giunta, durante le vacanze estive. A onor del vero, c’è da dire che in quel periodo eravamo particolarmente forastiche e riottose per via di certe malinconie già accennate.
Il plus ultra di tutta sta sceneggiata avvenne una sera. Ce ne stavamo tranquillamente in pigiama a casa al mare quando all’improvviso sentimmo suonare, uno strano presentimento ci gettò nel terrore, erano loro: Sabellini, la Ruffiana ed un amico che intimavano simpaticamente a nostro padre di chiamarci.  Ci attaccammo alle federe del letto pur di non uscire dalla stanza ma le nostre sorelle, bastardissime, ci vennero a prelevare adducendo alla buona educazione e cose del genere. A quel punto ci trovammo davanti  una scena surreale: il trio in piedi vicino alla porta con Sabellini, la cui couperose si era fatta più evidente, che teneva in mano un mazzo di “belle di notte” strappato a qualche aiuola mentre nostro padre era intento a segare una bottiglia di plastica, non disponendo di un altro contenitore dove mettere i fiori. Ricordiamo ancora lo stridore della lama del coltello contro la bottiglia di plastica, le risate soffocate delle nostre sorelle e le esortazioni di tutti ad uscire. 
Tanto fecero che ci convinsero, in quattro e quattrotto ci acconciammo (e nonostante la tigna e il poco tempo a disposizione, riconosciamo che uscimmo dalla stanza trasformate, mancò poco che tutti se ne uscissero con un”oooooh” di stupore, visto la tenuta da zombie iniziale). L’unico particolare a tradire la tensione e la ostilità era una sorta di mini borsetta in renna che invece di portare con nonchalance per il manico, ci infilammo nervosamente a tracolla, ritrovandocela pertanto sotto l’ascella con l’effetto di sembrare uno zampognaro rozzo e particolarmente ostinato, con lo sguardo incattivito di chi sta pensando "leviamoci dai coglioni sta serata e famola finita".
Una volta in macchina, il trio iniziò a sparare località in culo alla luna, facendoci sobbalzare sul sedile. Ma noi azzittimmo tutti con una sortita, secondo noi, meravigliosa che dava il polso di quello che eravamo a quei tempi e cioè: “Sabellini se non andiamo alla pizzeria di fronte, giuro che mi getto dalla macchina in corsa “
Naturalmente la serata fu caratterizzata da monosillabi da parte nostra, tutti volti a confutare se non a denigrare le tesi e i pensieri del trio.
Nonostante tale serata catastrofica, Sabellini, lontano dalla città per lavoro, continuò a scriverci lettere che esordivano con “mia dolce principessa”. Detto questo, intuiamo che ora vorreste sentirvi raccontare di come avessimo imbracciato un bazooka per farlo desistere da tali inutili umiliazioni ma non lo facemmo.. finchè non arrivò il nostro compleanno e non ci vedemmo recapitare un mazzo di 25 rose baccarà con il biglietto con la dedica di Sabellini e la targhetta del negozio di provenienza “Le Rughe”. Questo era troppo se si considera che dopo la consegna, guarda caso, ci telefonò la ruffiana che finse di non sapere nulla dei fiori quando era evidente che Sabellini l'avesse delegata all’acquisto. A quel punto, una banale uscita ci fece uscire una volta per tutta dalla situazione e cioè: “ma che bel gesto di amicizia questi fiori!” E lei “amicizia?” e noi ”si perché per me Sabellini è e sarà sempre un grande amico”, lei “Ah”. Dopo quella telefonata, incredibile, entrambi sparirono dalla circolazione. Inutile dire che l’estate dopo fui lasciata tranquilla a leggere sotto l’ombrellone, un pò meno riottosa dell'anno precedente e tutta ringalluzzita per l'annunciata visita di Paternostro (detto lo strafigo).....ma questa è un'altra storia.
postato da ossimoro73 | 14:30 | commenti (19)


lunedì, 17 novembre 2008
 

Come diventare buone
Ripugnate dalla devastante crisi morale, dalla cattiveria e la volgarità che imperversano in questo Paese, siamo state colte dalla sindrome del super eroe (o anche detto Veltronismo) ossia di colui che desidera ripristinare l’ordine morale, dirimere torti, fare del bene alla collettività, così da dare, non senza una nota di autocompiacimento e supponenza (si, trattasi proprio di Veltronismo) un esempio affinché gli altri possano pentirsi di tutte le malefatte e agire di conseguenza in un girotondo di ammmore e pace.
Naturalmente questo stato emotivo di grande eccitamento comporta atteggiamenti patetici e svariati abbagli, a causa di una visione alterata della realtà che ci conduce a vedere ovunque razzisti, suvisti, tronisti e opinionisti.
Già abbiamo avuto modo di raccontare che andiamo girando tutte orecchie per afferrare eventuali discorsi xenofobi in modo da intervenire con l’arma del ragionamento stile “ ma quando si era emigranti noi?” con il piglio di chi sembrerebbe essersi fatto una traversata oceanica sulla nave a vapore con la valigia di cartone.
Pertanto, impossessate dallo spirito alla Robin Hood di togliere ai cattivi e dare ai buoni, giorni fa sulla metro abbiamo sottratto il posto a sedere ad un ragazzotto volgarissimo e sbruffone che discorreva con i suoi amici buzzurri di quel giaccone o di quello stivale firmato, lamentandosi di quanto fosse stanco.
Il nostro ragionamento era pressoché il seguente: “la gioventù di oggi è bacata e pigra, questo esemplare sarà appena uscito da un solarium e già si lamenta, un po’ di vita sana vita nei campi non gli farebbe certo male, ora gli soffio il posto perché deve imparare che non è tutto scontato nella vita, che le cose bisogna guadagnarsele, tzè.”
Una volta assettateci e appagate dalla giustizia ripristinata, abbiamo compreso, facendoci i fatti degli altri, che il ragazzotto era un commesso di D&G e che, in effetti, poteva essere legittimato a essere stanco dopo 10 ore di lavoro in piedi. Da ciò si è profilato il dilemma morale, come discernere tra coloro meritevoli di buone azioni e coloro che ne sono indegni? Tale dilemma, però, è stato fugato in un attimo, perché dopo tutto nel nostro prontuario delle buone azioni non era contemplato fare del bene ai commessi delle grandi firme, mentre avremmo potuto fare una eccezione per i commessi dei negozi di maglioni acrilici.
In questo stato di delirio non è mancata neanche la fase del farci del male per poter lavare le colpe dell’umanità intera, tanto da decidere di donare il sangue.
Permesso che donare il sangue è un grande atto di solidarietà e civiltà e non si tratta certo di farsi del male,  dobbiamo ammettere che per noi è stato una forzatura se non un’impresa sovraumana, tenuto conto che la vista del sangue ci fa orrore.
Oltre tutto ci si è messa nostra madre con i suoi “ ma dove vai che caschi e pendi?”,  “per quanto sei anemica, dovresti essere tu la trasfusa”, “ queste cose falle fare a chi è in salute” ma noi indomite, nonostante tali esortazioni decisamente poco incoraggianti, ci siamo dirette all’ospedale. 
Ma già la somministrazione del questionario ci aveva destato non poche perplessità, in quanto alcune patologie lì descritte ci riguardavano o sembravano riguardarci, per non dire che la sola vista di una signora che, durante la donazione, apriva e chiudeva la mano tenendo stretta una pallina, ci ha fatto quasi venir meno.
Quando poi il medico ci ha visitato e ci ha detto che non potevamo donare il sangue visto che avevamo l’emoglobina ai minimi storici e una pressione raso terra (e dire che ci è stata presa in uno stato di puro parossismo e con il cuore a mille), non ce lo siamo fatto ripetere due volte, abbiamo salutato e ce la siamo date a gambe con un vago, quanto imbarazzante, sentimento di sollievo, subito scomparso con la telefonata di nostra madre che ci diceva “ che t’avevo detto io? non darmi mai retta, sei sventata e irresponsabile” neanche avesse sorpreso sua figlia a scassinare una macchina con il cacciavite.
In tutto questo amba radam è comparso un desiderio mai del tutto sopito, ossia di tornare alla Caritas a pulire i bagni come facevamo una vita fa quando eravamo ancora giovani e idealiste. E a chi ci obietta che potremmo prestare un servizio meno avvilente tipo distribuire i ticket per la mensa, servire in mensa, leggere le favole, noi battiamo i piedi e urliamo che siamo fatte per pulire i bagni della Caritas ma che dobbiamo trovare un gruppo con il quale farlo.
Perché poi alla fine ognuno c’ha una missione su sta terra, c’è chi aspetta gli Ufo (il pazzoide seguace dei Maya si riaffacciato nella vita dell’amica), chi straparla e non fa nulla, chi invece ha la capacità di fare del bene con naturalezza e noi a questo aneliamo.
 
Auspichiamo che queste ultime considerazioni non suonino false e fastidiose come quelle di V. che a furia di dire “ arriverdorci parto per l’Africa”, ce lo siamo poi trovato candidato alla Presidenza del Consiglio.
postato da ossimoro73 | 15:32 | commenti (48)


giovedì, 06 novembre 2008
 

 Di come una giovinetta sprovveduta ma del tutto in buona fede, chiese pubblicamente in sposo un giovanotto recalcitrante e delle tragiche conseguenze che ne scaturirono.
 
Prima di raccontare il fattaccio, dobbiamo però evidenziare che tutte le circostanze ci sono state sfavorevoli e infatti mettete:
  • un invito a cena da parte dei genitori del Lemure;
  • l’eccessivo nervosismo che ci ha reso particolarmente logorroiche;
  • la momentanea indisposizione del Lemure (dopo aver ingurgitato allegramente due piattoni di fagioli con le cipolle crude e un intero rombo con le patate) che lo ha costretto a giacere sul lettino da scapolo per un tempo sufficiente e necessario a lasciarci sole con i suoi genitori a combinare guai;
  • e soprattutto: il materializzarsi a tradimento di un filmino e di un album di nozze che hanno vanificato l’impegno preso con noi stesse a mantenere un profilo basso.
Inizialmente tutto è filato liscio, davanti alle foto del matrimonio dei genitori abbiamo mostrato una certa disinvoltura: “ma signora che bella che era, in effetti, anche ora ha un bellissimo incarnato. La chiesa! ma che meraviglia, che fortuna sposarsi lì e lei (rivolta a padre) che bel profilo! un po’ in carne eh? (strizzando l’occhio)?” E già iniziavamo a degenerare. Cerchiamo di riprenderci ma sentiamo un istinto salire pian piano dal fondo dello stomaco, all’improvviso il crollo. Con la mano ad un lato della bocca a dar fiato alle parole che sarebbero uscite, urliamo verso la stanza del Lemure:” Giiii ma che aspetti a sposarmiiiiii? (e poi rivolte ai genitori), dovete sapere che vostro figlio  non mi vuole sposare, ah ah che ridere…..”
E poi il silenzio, non sentiamo alcun rumore provenire dalla stanza.
Deglutiamo nervosamente, forse non ce ne dovevamo uscire così, sappiamo che le dinamiche di casa Lemure sono diverse da quelle di casa nostra dove ci telefoniamo vicendevolmente per dirci pure quante volte siamo andati in bagno. Cacchio, forse il Lemure che tiene alla sua discrezione più di Valeria Marini al botox, non ce lo perdonerà mai; pensiamo che no, non vogliamo ritornare a fare gli aperitivi la domenica pomeriggio in compagnia di femmine inviperite contro tutto il genere maschile.
Con nonchalance cerchiamo di ributtarci sui commenti positivi del vestito della sposa, ancora così attuale, ma abbiamo aperto una breccia nei genitori solitamente riservati.
E infatti anche loro verso la stanza del Lemure“ ma infatti cosa aspettate a sposarvi, così ci date un nipotino, evviva!”
Noi con un sorriso stampato sulla faccia a quattro ganasce (che un etologo avrebbe interpretato come il ghigno disperato della gazzella un attimo prima di essere divorata dal coccodrillo) cerchiamo di rimediare e di minimizzare sulla vicenda ” eh che simpatico vostro figlio, non gli va tanto l’idea…ma non disperiamo, c’è sempre speranza e poi non abbiamo fretta, è vero Gi?"
Sentiamo dei passi trascinarsi verso di noi, abbiamo terrore a voltarci, magari il Lemure ha impugnato un’ascia e fa un massacro; già immaginiamo i titoli del giornale: “squilibrato stermina fidanzata e genitori a causa di un’incauta proposta di matrimonio: la vicina racconta”
Invece ci giriamo e ci troviamo di fronte un uomo distrutto con gli occhi lucidi e lo sguardo vacuo che balbetta qualcosa in merito all’andarsene a casa perché si sente un peso allo stomaco, pensiamo che sia normale esser ridotti così dopo quello che si è divorato ma non parliamo, a dire il vero, per pura viltà.
Salutiamo i genitori che ci strizzano l’occhio per farci capire che sono dalla parte nostra.
Una volta in macchina, guidiamo mentre il Lemure in stato di pre coma, bofonchia “ che pesantezza” e noi: ““te credo con quello che te sei mangiato” e lui: “no, intendo che tu sei pesante”. Noi “cheeeee”? (emettendo, più che una domanda, un belato, quello della pecora che all’improvviso vede stagliarsi il lupo all’orizzonte), ancora il Lemure: è possibile che non ti sai contenere? tutto quello che pensi deve fuoriuscire dalla tua bocca?” noi vaghe:”a che ti riferisci?”, lui :“ Non so se te ne sei resa conto ma stasera hai chiesto la mia mano ai miei genitori, datte na’ regolata” e noi   (sistemandoci sul sedile e facendoci ancora più vicine al manubrio come fossimo invecchiate di un secolo): "Chiesto la mano! che esagerato che sei, voleva essere un scherzo, sai che sono una mattacchiona, potevo immaginare che i tuoi genitori mi prendessero sul serio, suvvia almeno gli ho fatto fare due risate, ah ah che ridere…non ridi, Gi? non parli, che ti è successo? ti sei fatto pallido, perdonami, non volevo, è che sono la solita stronza, ma rispondimi, non pensavo che la prendessi così! E il Lemure:”  corri a casa che devo vomitare”.
 
E così chi passava di lì avrebbe potuto scorgere una micra verde bosco schizzare veloce nella notte con una vecchina alla guida che gesticolava verso un uomo accasciato, se si fosse fatto più vicino avrebbe potuto udire “giuro che non parlo più matrimonio ma ti prego resisti fino a casaaaaa”
postato da ossimoro73 | 07:48 | commenti (33)