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giovedì, 18 dicembre 2008
Di come sia arduo tenere a bada i popri istinti sentimentali e di come sia facile che questi, se non ben dosati, possano procurare invalidità gravi.
Eravamo ad una mostra al Vittoriano, tra l’altro piuttosto barbosa ed eravamo (Alleluja) al percorso conclusivo, quando è arrivato l’sms del Lemure che ci informava di essere giù ad aspettarci per darci uno strappo fino a casa.
Tenuto conto che si trattava di un gran bel favore che ci permetteva di evitare di prendere i mezzi pubblici, gli abbiamo risposto che saremmo state fuori in meno di cinque minuti.
C’è da dire che se il Lemure è piuttosto tranquillo e flessibile su orari e attese, noi siamo particolarmente attente e puntigliose nel mantenere gli orari fissati per rispetto verso chi attende e, probabilmente, per una dose di ansia atavica (tanto che siamo famose e, per questo, coglionate, per gli appuntamenti precisissimi che diamo, ad esempio alle 15: 22, 16:54, 20:37 ecc.).
Ma nel prendere un siffatto impegno con il Lemure non avevamo fatti i conti con i nostri accompagnatori, particolarmente flemmatici e pacificati con la vita.
E infatti mentre noi ci stavamo accomiatando , loro ci hanno detto di voler salutare il Lemure, pregandoci di attenderli perché di lì a poco sarebbero usciti.
Conoscendoli sapevamo che “di lì a poco” era un termine eufemistico e, in più, scoprivamo con orrore che non vi era più campo, pertanto, qualsiasi avviso tramite sms di ritardo non sarebbe arrivato al mittente.
Insomma, avete presente l’indolenza romana? Ecco: l’amica radical chic :” carissima questo quadro mi inquieta, tu cosa ci leggi ?”, e Noi “ ma…. si inquieta anche me” con lo sguardo preoccupato rivolto verso l’uscita, oppure il ragazzone imbambolato venuto alla mostra solo perché chiaramente infatuato di C. che parla con C.” questa mostra è davvero, non so come dirlo, non sono capace… è stata bella, ammazza quanto è stata bella, a te è piaciuta?” e C. arrossendo e guardando fissa nel vuoto” si anche a me piaciuta tanto” e noi avremmo voluto urlare “caz, accoppiatevi ma fatela finita e muovete i piedini per uscire da sto posto dove il clima si è fatto equatoriale!!!” E ancora l’amica radical chic con gestualità teatrale al rallenty ” cara ma dov'è il resto della compagnia? Saranno forse rimasti a vedere il filmato oppure al caffè, che dici andiamo indietro o avanti, li chiamiamo o usciamo ?….” E giù per un quarto d’ora ad arrovellarsi sull’uscire o non uscire. E noi “ ma non vi preoccupate, restate qui, ve lo saluto io, perché così io andrei” e loro: “ no, ci teniamo, ora veniamo con te, ragazzi andiamo?”. Tutto questo pronunciato in assoluta antitesi alle loro gambette ancora saldamente incollate al pavimento. Dopo un altro quarto d’ora trascorso in dibattiti su se fosse giusto andare o meno, finalmente usciamo, lasciando metà gruppo ancora disperso nei meandri del palazzo.
Noi, a quel punto, siamo così agitate dall’aver assistito impotenti allo scorrere del tempo, che, una volta, arrivate sul balcone del Vittoriano, cerchiamo di visualizzare il luogo dell’appuntamento; la fermata d’autobus è vicina in linea d’aria ma per arrivarci a piedi ci vogliono altri 5 minuti, pertanto una volta avvistato in lontananza il Lemure, sobbalziamo e, con la stessa passione di Sofia Loren all’uscita dalla prigione nel film “ Ieri, oggi e domani”, con tutto il fiato in gola urliamo” Gigi , Gigi Gigiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii” A quel punto oltre il Lemure, anche mezzo centro storico è rivolto verso di noi, vorremmo sprofondare dalla vergogna perché non abbiamo ben dosato l’energia e l’ansia pericolosamente confluite nei nostri polmoni ma nonostante ciò, continuiamo a fare le pazze infoiate, salutando e mandando baci all’orizzonte, come se non vedessimo il Lemure da secoli piuttosto che da poche ore, tra l’altro sporgendoci pericolamene dalla ringhiera.
A quel punto non contente di aver dato un siffatto spettacolo e impavide del pericolo di cadere rovinosamente e rischiare almeno una frattura multipla, iniziamo a correre sulla scalinata ripida dimentiche del trio che è dietro di noi. Abbiamo ragione di credere che la discesa di noi, tutte infagottate che avanziamo oscillando da un lato all’altro, più che farci somigliare alla romantica Cenerentola all’uscita dal ballo, ci faccia sembrare l’ometto Michelin innamorato. Finalmente rallentiamo, fino ad arrestarci del tutto, perché nel frattempo abbiamo messo a fuoco un pensiero che è quello del Lemure che vedendoci arrivare così elettrizzate avrebbe sicuramente fatto finta di non conoscerci e si sarebbe scostato, così da costringerci ad abbracciare il palo della fermata dell’autobus, tanto per portare a termine l’azione. Quindi, una volta ripreso il controllo di noi stesse, siamo raggiunte dalla compagnia attonita e vagamente divertita da tanto eccitamento e noi per giustificarci, ce ne usciamo con la frase più infelice che abbiamo mai potuto pronunciare nella vita dopo “ di quanti mesi è? …Ah no, non è incinta? Mi scusi tanto…” e cioè ” SCUSATE LA FOGA, MA CHE CI VOLETE FARE, SIAMO INNAMORATI COME IL PRIMO GIORNO!” che come minimo ci sarebbe da fare le corna e tutti gli scongiuri perché se qualcuno avesse fatto una uscita così stucchevole a noi, nel periodo “zitellona/cinicona, sarebbe stato fulminato all’istante.
Per la cronaca, il Lemure se ne stava fregando del ritardo, in quanto intento beatamente a fumarsi l’intero pacchetto di sigarette e, come al solito, ci siamo sentite tanto stupide ad avere un metabolismo molto più accelerato rispetto al resto del mondo.
giovedì, 11 dicembre 2008
Sulla straordinaria folgorazione occorsa ad una onesta e ragionevole figliola e su come un paio di ormoni la tennero in ostaggio per un sufficiente periodo di tempo a farle perdere il senno.
Dicevamo che l’estate che seguì a Sabellini, ci trovò particolarmente ringalluzzite per via della folgorazione sulla via di Damasco per un certo Paternostro conosciuto ad un corso. Il tipo appartenente alla categoria dei belli e dannati, era un moraccione dinoccolato alla Dylan Dog, che ogni volta che apriva bocca si strapazzava i capelli con lo sguardo tormentato alla” tu non sai le batoste che ho preso io, baby”. Naturalmente tutte le femmine del corso era uscite fuori di testa per questo esemplare di uomo e si mettevano in atto le peggiori bassezze pur di sedersi accanto a lui e farsi inebriare dall’olezzo che emanavano le sue Dr Martens portate in maniera sbarazzina in pieno luglio.
La sua vita era quasi vicino alla leggenda, viveva da solo dopo una serie di disgrazie occorse alla sua famiglia, di giorno lavorava ad una galleria d’arte e di notte faceva il barista in una delle discoteche più famose della città ma ci aveva confidato che voleva farla finita con quella vita senza orari e senza regole; tali confessioni naturalmente ci sollecitarono sogni tremendamente tardo romantici, dove noi eravamo impegnate a guardare lontano su di una scogliera a picco sul mare e il sellerone era intento a sorprenderci in un abbraccio a piovra (n.b. nel sogno eravamo sponsorizzate nell’abbigliamento e nelle calzature dalla Burberry).
Il destino volle che “Paternostro che sei nei cieli” (così lo avevamo soprannominato) abitasse proprio di fronte a casa dei nostri nonni, tanto che mia nonna conosceva la zia. Spesso e volentieri si andava lì per appostarci alla finestra ed osservare il suo balcone, neanche fossimo Capitan Findus impegnato sulla prua ad avvistare merluzzi tanta era la concentrazione; in più la nostra cara nonna accalappiava con patetiche scuse la zia al supermercato per estorcerle notizie fresche sul nipote che poi ci riferiva.
Sorprendentemente il ragazzo ci si era affezionato, nonostante svariate volte lo prendessimo a pizze in faccia (n.b.: quando siam folgorate si diventa troglodite e si tende a picchiare l’oggetto amato). Dobbiamo però credere che la simpatia del bel moraccione nei nostri confronti fosse del tutto fraterna e disinteressata, nonostante - a dirla tutta - ci riservasse ogni mattina il massaggino alle spalle, mandandoci in modalità occhio rivoltato all’indietro e schiuma alla bocca e nonostante, più di una volta, se ne fosse uscito con la frase sibillina “un giorno devi venire a casa mia ad allenarti con il mio pungiball” che noi, a dire il vero, avevamo interpretato come una laida metafora ma che, con il senno del poi, dobbiamo credere si trattasse semplicemente del desiderio di migliorare il tiro mancino che gli riservavamo ogni mattina.
Inutile dire che eravamo retrocesse nella scala evolutiva e insieme alla nostra migliore amica, anche lei al corso, sghignazzavamo come delle beote, ammiccavamo, e una volta a casa scoppiavamo in singhiozzi isterici sulle note di “Lasciarsi un giorno a Roma” di Niccolò Fabi, trovando nel testo della canzone non sappiamo quale collegamento alla situazione.
C’è anche da dire che al corso c’era un bizzarro zitellone avanti negli anni e nullafacente che era uscito di testa per noi. La nostra simpatia per “Paternostro che sei nei cieli” era evidente e lo zitellone non perdeva occasione nel fare battute acide sul fatto che ci si doveva accontentare e che Paternostro aveva un sacco di donne. Il caso volle che questi due tipi così all’antipodo strinsero amicizia e, a fine corso, entrambi ci garantirono che sarebbero venuti a trovarci al mare.
E così fu:
Era una mattina come tante altre, eravamo sotto l’ombrellone, come al solito incarognite e ingobbite a leggere il libro di turno quando all’improvviso ci squillò lo scalda pizzette (cellulare di prima generazione). Era la nostra amica che, in preda ad un attacco isterico, ci avvertiva della visita imminente di Paternostro e dello zitellone, i quali le avevano detto di non dire nulla perché volevano farci una sorpresa. Non appena attaccammo lo scalda pizzette, ci rendemmo protagoniste di una serie di balzi in estensione degni della migliore Fiona May, nell’intento di fiondarci il prima possibile a casa per una totale ristrutturata. E infatti da amebe quali eravamo provammo a darci una forma quanto più vicina possibile alle sembianze di una concupiscente mora con capello sciolto e finto selvaggio, abbigliata con un bikini uncinetto, acquistato proprio se si fosse presentata tale occasione e pagato un occhio della testa, con un pareo cangiante e ipnotizzante stile sirenetta e trucco strategico, ossia il trucco che c’è ma che non deve liquefarsi sotto il solleone.
Da lì iniziò l’attesa, la nostra amica ci aveva fatto intendere che l’arrivo fosse imminente ma, in realtà, dalla telefonata passarono circa 6 ore: le ore più lunghe e più drammatiche della nostra vita. Da quasi subito iniziammo a dare segni di impazienza e smarrimento: camminata nervosa, dolori al basso ventre, fuga in bagno, somministrazione di camomilla, nausea, vomito. Dopo svariate ore trascorse in vedetta e completamente disidratate, decidemmo di far ritorno a casa per una breve ristorazione, ma appena ci appoggiammo sul letto, sentimmo il campanello: erano loro.
Pertanto, destateci dal letto rigide come avessimo ingoiato una scopa, paurosamente somiglianti a Dracula che emerge dalla bara, andammo ad aprire la porta, trovandoci di fronte lo zitellone con un costumino elasticizzato anni 80 e in testa uno spropositato quanto ridicolo panama che evidenziava ancora di più quanto fosse striminzito. A quel punto, come se ci fossimo fatte una pista di coca, lo salutammo con foga informandoci subito dove fosse quel mascalzone di Paternostro, tanto per fugare ogni dubbio sulle nostre preferenze. Il tempo di voltarsi che ci trovammo di fronte l’epifania del ragazzone che incalzava sicuro verso di noi, immerso nella luce del primo pomeriggio che ci ricordò quei santini con l’aureola che gli gira tutta intorno. A quel punto gli andammo incontro, quasi strattonando lo zitellone (scansate scroccachiazè!) e lo accogliemmo con il più laido sorriso a quattro ganasce che neppure Maria Teresa Ruta potrebbe mai esibire. Da quel punto in poi demmo di noi uno spettacolo pietoso e imbarazzante. Eravamo eccitate più di dieci chihuahua rinchiusi in una gabbia per canarini e infatti, una volta in spiaggia, nell’ordine: fummo impossessate da logorrea spezza fiato, parlammo sputacchiando a destra e manca, mettemmo le mani addosso al sellerone, picchiandolo simpaticamente e, poi, ci trascinammo in una interminabile camminata lungo la spiaggia intervallata da balzelli sul posto, sempre costantemente con i nervi a fior di pelle, mancava solo che facessimo una tripla capriola con salto mortale all’indietro.
Finalmente arrivò il tramonto che sembrò dare una tregua ai nostri nervi, quindi, ci sedemmo tutti e tre in riva, quando all’improvviso “Paternostro che sei cieli” ci chiese: “sei mai stata innamorata?”. Alla domanda, assumemmo lo sguardo cupo e malinconico di Verdone quando la Giorgi gli chiede davanti al mare ”ma tu Manuel ci credi in Dio?” , mancava solo che prendessimo un sasso e lo lanciassimo lontano (e meno male che sassi non ce ne erano nei paraggi, perché avremmo abbattuto qualche bagnate). Quindi rispondemmo perentorie: “ una sola volta” e non aggiungemmo altro ma si capiva dall’aria misteriosa che avremmo voluto dire di più e che dietro il nostro silenzio c’era la storia avvincente di due innamorati che, dopo una lunga lotta e una serie di disgrazie, si erano arresi all’accanimento crudele del destino. Naturalmente la realtà era ben diversa, la storia alla quale alludevamo era quella con Carminiello, marinaio di Torre del Greco con il quale battemmo il record dei 3 mesi, esperienza piuttosto lontana dall’idea di amore, quanto più vicina ad una di quei rapporti tristi e umilianti di ragazzine che si fanno raccontare frottole purché siano pronunciate con sguardo languido davanti alla luna in riva al mare.
Dopo il silenzio che ne seguì, tutti e tre ci impegnammo in una serie di riflessioni sul senso della vita che fecero si che, ad ogni uscita, considerazione o esclamazione del sellerone, visualizzassimo i titoli di coda del film della scogliera a picco sul mare.
La giornata oramai era agli sgoccioli, arrivò così il momento dei saluti dove ci fu il consueto scambio di promesse di rivedersi dopo le vacanze ma le speranze, i sogni e i deliri che seguirono a quell’incontro erano destinati a svanire miseramente non appena arrivò settembre. Una volta tornate dalle vacanze, infatti, sentimmo Paternostro per telefono e dallo stesso fummo informate che di lì a poco avrebbe preso un aereo per andare molto lontano alla ricerca di quel cambiamento di vita che da tempo cercava. Naturalmente la notizia ci gettò nello costernazione più completa ma dignitosamente gli facemmo gli auguri del caso mentre con la mano mimavamo il gesto estremo dell’Harakiri. Per mesi girammo come fossimo reduci da un scazzottata tanto che piangere sulle note della canzone di Niccolò Fabi aveva finalmente un senso. Da allora non lo sentimmo più, sappiamo che la sua casa è stata venduta e da ciò deduciamo che Paternostro abbia davvero cambiato vita cosi come desiderava e, con il senno del poi, siamo felici per lui .
Non siamo riuscite a trattenerci da pubblicare le foto di quella giornata pazza e disperata; emblematica è quella con Paternostro, dove noi, visibilmente disidratate, arranchiamo dietro di lui .Abbiamo coperto i visi dei due per ovvie ragioni di privacy e rispetto, tanto crediamo che il customino anni 80 e il panama emergano entrambi nella loro inadeguatezza.
giovedì, 04 dicembre 2008
Capo e Scimmietta a zonzo per Istanbul
A parte il puro terrore di prendere l’aereo dopo i tragici fatti di cronaca (in aereo:” Capo quello seduto a noi è un mussulmano? Capo perché ci sono tanti mussulmani su questo aereo? Capo, la rubrica di Serra inizia con “quante probabilità ci sono di essere uccisi da terroristi?”);
a parte la cazzata enorme (per fortuna senza esiti tragici) di farci registrare a nostro nome il bagaglio di una ragazza turca che ci aveva chiesto il favore di non farle pagare il soprappeso e quando abbiamo realizzato, l’hostess ci ha detto che eravamo stati avventati (piagnucolando:”Giiiii i carceri turchi sono sovraffollati, lo dice pure la guida! Giiii che coglioni siamo stati, non è vero? Giiiiii!!!!!!!!!”);
a parte la telefonata dalle colleghe dell’ufficio che ci chiedevano notizie di una bomba a Istanbul gettandoci nel panico quando poi la notizie sì era vera ma all’evento non era stato dato particolare rilievo né dalla tv turca (era in periferia e ha fatto solo dei feriti) né tanto meno in Italia ma sembra che le nostre colleghe abbiano il filo diretto con la Farnesina, per intenderci, stan sempre sul piede di guerra;
a parte un micidiale raffreddore che ci ostruito tutte le papille olfattive non permettendoci di godere appieno dei sapori della cucina mediorientale e di non sentire quasi nulla degli effluvi che emanava il bazaar delle spezie mentre il Lemure quasi veniva meno;
Bè nonostante tutto questo, Istanbul ci è piaciuto proprio tanto, le moschee, la devozione dei fedeli in preghiera, la luna mediorientale così come si vede sulle cartoline, i richiami alla preghiera dei muezzin dagli altoparlanti dei minareti sono cose che ricorderemo a lungo.
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