vicissitudini di una nana metropolitana

   storie, traversie, sogni ad occhi aperti e anche chiusi di un donnino piccolo piccolo alle prese con la metropoli


lunedì, 26 gennaio 2009
 

“E’difficile spiegare certe giornate amare”

C’è una nota marca di assorbenti femminili che sopra le confezioni ha inserito perle di saggezze la cui lettura dovrebbe dilettare molte di noi al momento della toletta, una di queste dice: “la sindrome pre mestruale stimola la creatività”.

Ecco, che la sindrome pre mestruale potesse recare qualcosa di positivo non ce lo aspettavamo proprio, perché noi in quel delicato periodo siamo più suscettibili di un bambino al quale hanno scippato il lecca lecca e la creatività l’avremo pure ma per fabbricarci pipponi mentali senza né capo né coda.

Sono famose le telefonate al Lemure (quando ancora non si viveva assieme) in cui tanto per tirare fuori l’afflizione che ci premeva sulla bocca dello stomaco, iniziavamo a straparlare di orologi biologici, uteri in affitto, convivenze, matrimoni spesso concludendo in pianti isterici in cui gli chiedevamo: “ ma tu mi odi? È vero che mi odi?” e al suo: “ si, in questo momento tanto”,  noi rispondevamo lagnose “ allora è vero che mi odi, ma quanto mi odi, perché mi odi?” A quel punto il Lemure ci faceva due strilli (è sempre stato uomo dal gran temperamento) e  il tutto si concludeva con accorate richieste di perdono, nelle quali ci auto accusavamo di qualsiasi ignominia per poi  assolverci,osservando che eravamo fanciulle dalla spiccata sensibilità e che era colpa della sindrome pre mestruale.

C'è pure da aggiungere che, in quel periodo, con la scusa di dover risollevare la serotonina, addentiamo barrette di cioccolata alle nocciole, ingurgitiamo rotelle di liquirizia come fossero bruscolini e spalmiamo nutella a iosa. Tutto ciò non fa altro che rialimentare le manie di persecuzione perché vedendoci gonfie, pensiamo che in ufficio, sulla metro e per strada  tutti ci stiano osservando e, a quel punto, rivolgiamo sguardi torvi che sembrano voler dire” adesso che avete scoperto il mio ventre globuloso,  dovrò eliminarvi". Ecco, diciamo che tale fase non è tra la più consone alla nostra fragile emotività, e se consideriamo anche la fase del ciclo vero e proprio, in cui ci trasformiamo  in Nosferatu dall’ascella assassina ( il Lemure ci ha vietato di indossare, per andare a dormire, la sua t shirt di Joe Rivetto, per timore che gli acidi che trasudiamo possano rovinargli il tessuto), dobbiamo concludere che pochi sono i giorni al mese in cui riusciamo ad essere davvero raziocinanti e in armonia con noi stesse.

postato da ossimoro73 | 11:08 | commenti (19)


lunedì, 19 gennaio 2009
 

Tutti pazzi per amore.

La puntata di ieri della sopra citata fiction (della quale siamo fan accanite) ci ha sollecitato una amara riflessione, o meglio, la nostra mente malata è stata ispirata da un episodio in particolare, quello in cui la Natoli (la single disperata) va al matrimonio del suo ex (il nano di merda) che l’ha mollata per una figa stratosferica. Alla cerimonia, la Natoli si fa accompagnare da un simpaticissimo mascalzone impersonato da Marcorè (il piacione) che finge di essere suo fidanzato, tanto per dare a vedere che lei ha superato la separazione che è di nuovo felice accanto ad un uomo che finalmente la ama. Naturalmente nessuno degli invitati le crede, gli ex suoceri le dicono che la credevano morta, ricordandole quando aveva dato di pazzo e aveva cercato di metter sotto il figlio con il motorino e lei imbarazzata davanti a un Marcorè un tantino intimorito, minimizza dicendo che le si erano rotti i freni. La scena clou è di lei che rimasta chiusa in bagno esce dalla finestra e si ritrova sul cornicione della villa, a quel punto tutti a scongiurarla di non ammazzarsi e lei, oramai stra isterica, urla che sta cercando di uscire e che non ha nessuna intenzione di ammazzarsi per quel nano di merda.

Ecco, nonostante certi elementi evidentemente caricati, ci siamo riviste nel periodo più buio della nostra vita (durato svariati anni) seguito alla fine della storia con il famoso chitarrista siculo. Già si è detto di come ci si è fatte lasciare per ben tre volte da costui e di come il nostro cervello era andato in pappa. Non accettavamo la situazione e, per questo, mettevamo in pratica di tutto pur di  riconquistarlo tra scene isteriche (la più famosa: quella di gettarsi dall’autobus in corsa, correndogli dietro) oppure inscenando la parte di colei che si è messa il cuore in pace e lo invita per una passeggiata tra amici, salvo poi fargli una imboscata, cercando vanamente di stuprarlo.

Bè detto questo, non abbiamo raccontato di quando un suo amico ci ha incontrato dopo un po’ di anni, in compagnia del Lemure, nel periodo delle grandi manovre e cioè nel periodo in cui lo si stava frequentando, ma tutto era ancora indefinito o meglio il Lemure era più enigmatico di una sfinge.

Eravamo all'ingresso del cinema, indossavamo un vestitino anni 60 che ci strizzava la vita con la gonna gonfia a più strati, la fantasia dell’abitino era a fiori grossi marroni e blu e, in più, avevamo delle mollatine strass che ci tenevano i capelli a siparietto ai lati della riga in mezzo. Quella sera ci sentivamo in gran forma ma, tempo dopo, il Lemure ci confessò che il rinculo che ebbe quando ci vide arrivare (ce ne eravamo accorte pure noi, ma lo avevamo interpretato come un senale positivo) era per  la spavento che il nostro look gli aveva ispirato.

Insomma mentre ci appropinquavamo per entrare, ci siamo sentite chiamare da una voce flebile,  era l'amico del chitarrista siculo che non vedevamo da tempo.

A quel punto abbiamo fatto 1 + 1, ci sentivamo bone, eravamo in compagnia di un bel ragazzo, dovevamo approfittare del caso fortunato per dare l’immagine di donne sicure e  pacificate con se stesse affinché l’amico glielo andasse a riferire. E infatti abbiamo iniziato a strafare: “Carissimo che piacere vederti, ma come stai? sono al cinema con luiiiiiiiiiii (indicando il Lemure che intanto si era allontanato e ci dava le spalle mentre osservava la bacheca dei libri all’entrata) “Bene”, abbiamo pensato, “ora crederà che siamo delle mitomani e che al cinema siamo venute da sole”  ma siamo andate comunque avanti con la pantomima :“ ma che ci fai qui, ma come va?  ti ho visto in quel film (l’amico faceva l’attore) sei stato strepitoso, ma V. come sta? …Ah? non abita più con te?” ( vecchie laide, tra consulti di pagine bianche, gialle, google earth sapevamo da anni che V. si  era spostato in periferia e conoscevamo pure la latitudine del nuovo alloggio). Quindi, dopo aver disquisito di inezie, siamo arrivate al momento dei saluti, toccando l'apoteosi: “quando vedrai V. (chitarrista siculo) salutamelo tantissimo, hai capito? ci tengo” . Naturalmente il messaggio che volevamo far passare era codesto: “non ho più niente contro quell’uomo, sono una donna affermata nella vita lavorativa e privata, anzi quasi lo devo ringraziare, se non mi avesse lasciato, non starei qui a godermela con questo gran pezzo di giovane che sto  indicando da un quarto d’ora, vabbuò,  invano. Quando, in realtà, avremmo voluto dire: “salutamelo tanto quel bastardo che mi ha rovinato la vita, mi ha fatto conoscere i meandri più bui della mia persona, pensa solo che sono stata per due anni di seguito con appeso il calendario 2004 di Luca Argentero, il cui "sorriso con gli  occhi" mi ricordava tremendamente quel tapino, così come io e mia madre non potevamo vedere un film con Montgomery Clift (al quale assomigliava tremendamente) che dovevamo cambiare canale perché ci veniva il magone, porgigli un mega vaffanculo da parte mia, hai capitooooooo?"

Ora come ora, anche alla luce della fiction di ieri, pensiamo che l’amico, per di più attore, abbia senz'altro colto la nostra recitazione sopra le righe e infatti aveva un tono piuttosto accondiscendente, della serie” va tutto bene, ora calmati, prenditi un bicchiere d’acqua”. Pertanto, con il senno di oggi immaginiamo che abbia riferito a V. di averci visto svalvolate, andare in giro con una tenda da mare anni 60 (quella per intenderci che si metteva intorno all’ombrellone), con due vistose antenne in testa ad additare un tipo che sembrava non conoscerci.

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mercoledì, 14 gennaio 2009
 

Miserie lavorative

Ci chiamano, il capo vuol conferire con noi.

Non abbiano neanche il tempo di darci una passata di infasil delicato sotto le ascelle e di spalmarci un po’ di stucco in faccia, perché a furia di stare davanti al pc siam diventate color ittero, che ci catapultiamo nella sua stanza, trattenendo a stento un inchino,  dove Sua Altezza  ci chiede quanto segue: “voglio che sia inserito nel verbale, il passaggio di quando il dott. Pinco Pallo ha accusato me e gli altri di essere dei peracottari”. A quel punto, vorremmo chiedergli se dobbiamo riportare letteralmente l’inciso “peracottaro” o, come dire, sfumarlo ma ci viene in aiuto Vossignoria stesso che scorgendo sul nostro viso la simulazione di uno sguardo acuto mentre in realtà stiamo visualizzando delle scimmiette che suonano il tamburello, ci invita con un certo snobismo da montanaro dell’estreme lande del nord a rendere tale epiteto, che lui non conosce, in un italiano comprensibile. “Bene” facciamo noi, cercando di assumere quell’aria da canaglia che ai capi piace sempre, mentre ringraziamo Iddio che non ci ha chiesto una traduzione simultanea (già ci vedevamo come Fantozzi a farfugliare ”dicesi peraccottaro colui che è un miserabile, fesso, accattone, miserrimo ecc”.)

Pertanto, una volta in stanza e dopo aver trascorso alcuni minuti davanti al pc con la linguetta di fuori e gli occhietti a guardare in aria come se la risposta ce la potesse fornire il muro scrostato, siamo colte da folgorazione e ingobbite da cotanta responsabilità iniziamo a scrivere.

Ritorniamo da Vossignoria e con la mano di un 80ene malato di Parkinson porgiamo il testo, dove l’intervento sul peraccottaro viene così riportato "Il dott. Pinco Pallo ritiene che non sia dignitoso per il Cda mercanteggiare  e, pertanto, non ravvisa margini per una ulteriore trattativa”.

“Bene” bofonchia Vossignoria e noi, in un nano secondo ci dissolviamo come Spock nella cabina del teletrasporto, soddisfatte di aver dato un importante contributo nella comprensione della parola peracottaro.

postato da ossimoro73 | 08:40 | commenti (29)


mercoledì, 07 gennaio 2009
 

 

E si riprende…grate che le festività natalizie siano trascorse. Motivo di tale sollievo è stato l’occorrere di alcuni avvenimenti che hanno angustiato le nostre giornate: 

  • essere convinte dal parrucchiere a farci i riccioli in testa per Capodanno (siamo coscienti che ciò è più trash del pesce di marzapane)  e uscire dal negozio conciate come Shirley Temple nella fase discendente della sua carriera quando fu costretta dai produttori a girare Heidi in età oramai da marito. Per la cronaca, dopo numerose spazzolate date a casa, i riccioli sono scesi così da assumere un aspetto meno patetico;
  • mai come quest’anno abbiamo raggiunto il primato dei regali a cacchio di cane, li abbiamo fatti a chi non ce l’ha fatti e l’abbiamo ricevuti da chi non era nella nostra lista. Spezziamo una lancia a nostro favore, cosa spinge la gente con la quale si intrattengono rapporti sporadici e superficiali a regalarci orribili vasi color fuliggine dalle forme ambigue? E soprattutto cosa ne faremo di un siffatto oggetto che verebbe schifato persino  da nostra zia di Ciampino famosa per regalare oggettistica cinese a fibre ottiche e facilmente incendiabile?
postato da ossimoro73 | 08:59 | commenti (23)