vicissitudini di una nana metropolitana

   storie, traversie, sogni ad occhi aperti e anche chiusi di un donnino piccolo piccolo alle prese con la metropoli


martedì, 24 febbraio 2009
 

Sulla bellezza del sacrificio

Premettiamo che la nostra visione del sacrificio è assolutamente parziale perché indotta da una ambiente familiare da sempre consacrato al sacrificio come atto ascetico per propiziarsi i favori degli dei. Detto questo, non immaginatevi riti pagani quali sgozzamenti di capretti sulla cima della montagna ma molto più banalmente esortazioni del tipo “sacrifica il tuo uovo pasquale preferito (quello con le nocciole) per quel bambino malato di sclerosi”  e noi “ ma mamma non andrebbe bene l’uovo di cioccolata fondente tanto è malato mica ci capisce? “ e la crudele risposta che ci faceva puntualmente mettere a piangere  “la buona azione è tanto più alta se sacrifichi l’uovo a cui tieni di più”. In famiglia c’era pure un’altra frase particolarmente ricorrente: “ sappi che la vita è tutto un sacrificio, io ad esempio mi sono sacrificata per tuo padre” per non parlare poi che, negli anni 70, casa nostra era frequentata da zii parroci e zie monache e perpetue che a noi bambini  ci facevano alzare la mattina presto  per darci la comunione con l’ostia non consacrata, non prima di averci fatto confessare i  peccati (a dire il vero, zio parroco sapeva a volte prendersi momenti di leggerezza come quello di radunare i bambini di casa alla finestra e sfidarli a chi sputava a più passanti con le teste pelate). Comunque tale ambiente, per lo più, ascetico e austero influenzò persino i sogni sulla futura professione, infatti nostra sorella voleva farsi monaca e noi volevamo andare a pulire le scale (letteralmente).  

Se si pensa poi che la nostra famiglia è stata sempre caratterizzata dalla scarsa fiducia verso la scienza farmaceutica, sintetizzato dal motto “ meglio soffrire un pò che intossicarsi con i farmaci”  (anche se poi poneva assoluta e scriteriata fiducia verso la sanità privata con conseguenza che alcuni dei suoi componenti si sono volontariamente e beatamente sottoposti ad operazioni a volte inutili se non, in qualche caso, dannose) è facile comprendere come la sopportazione del dolore e la mortificazione del proprio io diventava un passaggio indispensabile per la formazione umana. 

Premesse quindi le ragioni culturali religiose della nostra fascinazione nei confronti del sacrificio, arriviamo all’episodio che ci ha fatto riflettere. L’altro giorno si era invitate alla cena di una collega vicino casa, avevamo deciso di andare a piedi, perché prendere la macchina sarebbe stato assurdo visto la vicinanza e la difficoltà di trovare un parcheggio, pertanto, si è chiesto al Lemure, con la dovuta cortesia, se poteva venirci a prendere. Non potevamo immaginare le tragiche conseguenze. Inizialmente ci ha risposto che non aveva voglia di rivestirsi e uscire da casa e che dovevamo essere donne indipendenti, al che abbiamo replicato che chiedere una compagnia per il ritorno non significava abdicare alla propria autonomia e che un sacrificio poteva pure farlo, visto che potevamo venire stuprate (ok, anche noi abbiamo tirato in ballo l’emergenza sicurezza per nostro interesse). A questo punto, ci ha guardato attonito e ci ha chiesto se stavamo scherzando, sottolineando che di sacrificio non voleva neanche sentir parlare e che non ha senso in una coppia. A quel punto abbiamo reagito come Sofia Loren nella Ciociara quando la stuprano assieme  alla figlia, urlando e mettendoci le mani ai capelli.  Il Lemure, per niente impietosito dalla scena isterica, ci ha accusata di provenire da una famiglia fortemente incline all’emotività (effettivamente nostro padre gesticola e parla con la stessa retorica del Carducci in “Pianto antico”, nostra sorella piccola è così emotiva che durante il discorso di ringraziamento per la festa di laurea ha iniziato a singhiozzare con le mani sulla faccia neanche avesse assistito ad un omicidio mentre nostra sorella più grande trema letteralmente e gli si incrina la voce quando  al cellulare la chiamano i parenti calabresi del compagno, neanche dall’altra parte del telefono ci fossero Bin Laden e Al  Zawahiri). Vabbuò, sebbene ci sia un’effettiva dose di emotività e di sentimentalismo scriteriato nella nostra famiglia,  chiedere di sacrificarsi per l’altro è forse  patetico? La coppia non dovrebbe sostenersi nella gioia e nel dolore? E non si dovrebbe essere galantuomini nei confronti della propria donna? Galantuomini a casa nostra non lo si pronuncia più perché ha il potere di trasformare il Lemure nella ragazzina dell’esorcista (davvero).

Quando poi abbiamo riferito l'accaduto a nostra sorella, abbiamo sfondato una porta aperta.  Anche lei ha lo stesso problema, non può parlare di sacrificio (che poi non sarebbe altro che piccoli favori, chiesti in rare occasioni, come un passaggio quando fa molto tardi in ufficio) che per poco il fidanzato minaccia di fare la valigia e di andarsene a fare il bonzo in Nepal tanta è l’offesa. Secondo infatti l’analista del fidanzato, il sacrificio è un vecchio retaggio cattolico e che le cose si fanno solo se si ha il desiderio di farle, altrimenti si avvilirebbe il proprio ego e la coppia diventerebbe un ostacolo allo sviluppo della propria personalità. Insomma due uomini diversi con la stessa visione.

A questo punto, noi e nostra sorella dopo una fitta corrispondenza elettronica, ci siamo messe pesantemente in discussione, tipo ammettere di avere un papà e un nonno “autisti” sempre pronti a recuperarci in qualsiasi parte del mondo (si pensi a Rimini quando pensammo di farci venire a prendere da nonno), ma alla fine abbiamo stabilito di non essere pazze e di trovarci di fronte ad una generazione di maschi che sfrutta  l’indipendenza della donna quando gli fa comodo e soprattutto abbiamo puntato il dito su una certa analisi che, sostituendosi alla religione, ha posto l‘accento sull’individualismo che, a volte, mirando alla soddisfazione immediata dei propri bisogni, può tradursi in forme di edonismo e egotismo.

Secondo noi il sacrifico, svincolato dal significato originario di atto religioso propiziatorio, è gran un bel gesto, è immolarsi per qualcuno, riconoscere l’altro attraverso un processo empatico e, attraverso uno sforzo su stessi, recare del bene. Già sappiamo che qualcuno potrebbe obiettare che di sacrificio non si deve parlare, perché in coppia venirsi in aiuto non è una cosa che dovrebbe pesare …..ma dopotutto non era anche amore quello che faceva pronunciare ai nostri genitori "mi sono sacrificata  per tuo padre (o tua madre)"?

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lunedì, 16 febbraio 2009
 

Lettera al Lemure per S. Valentino con l’aggiunta di sottotitoli esplicativi assenti nel testo originale.

 

 Mio adorato

in occasione della celebrazione del S. Valentino, vi scrivo per dichiarare tutta la devozione che provo nei vostri confronti  non senza però rivolgervi un piccolo rimprovero. E’ da un po’ di tempo che vi vedo distratto e dimentico della mia persona, poiché buona parte della settimana la spendete altrove, impegnato, come siete, nella vostra astrusa attività (non abbiamo mai compreso quali siano precisamente le mansioni lavorative del Lemure, la causa è imputabile alle scimmiette sulle biciclettine che affollano la nostra testa, ogni qualvolta che inizia a parlare del suo lavoro) e in quel detestabile e orribile giuoco, da voi intrapreso, dove uomini feroci si battono con inaudita violenza (l’hockey subacqueo che lo impegna tre volte a settimana ed è causa di labbri gonfi e occhi tumefatti)

Sappiate che, se questo è un modo di attirare l’attenzione, ebbene ci siete riuscito ma con quali esiti?

I miei delicati nervi sono scossi, mi tenete in continua apprensione, i sonni sono diventati deliri dai quali mi desto madida di sudore con il vostro nome ancora sulle labbra arse, mentre le mie pallide e fredde mani vagano alla ricerca delle vostra membra e scoprono che non vi siete ancora ritirato; vengo quindi colta dal terrore ad immaginarvi ramingo in chissà quali bui meandri della città (ci rigiriamo ne leltto come fossimo una porchetta sulla brace ogni qualvolta rincasa tardi)

Reclamo quindi tutta l’attenzione e amorevolezza di cui ho bisogno e che, in passato, mi avete sempre prodigato, rendendomi schiava di queste dolci abitudini. Rammentate i due anni trascorsi nella reciproca contemplazione, quando entrambi eravamo timorosi di dichiararci l’uno all’altro, quando i nostri fedeli amici si facevano messaggeri  dei pensieri e dei timori che affollavano i nostri cuori folgorati da Eros in lotta con la ragione che non voleva arrendersi all’evidenza? Specialmente voi, ritroso peggio di un mulo nel capitolare al sentimento dell’amore incondizionato (ci riferiamo  al periodo nero in cui il Lemure non ci filava neppure di striscio e tra i consigli delle amiche spiccavano le asserzioni della Mangia uomini del tipo:” questo secondo me è frocio” oppure direttamente verso di lui, tanto per essere sincera fino in fondo: ” ma per caso sei frocio?” )

Ricordate quella giornata, crudelmente gelida, quando ci recammo a teatro e voi vi commuoveste alla visione di me seduta con i piedini che non toccavano terra? (tempo dopo il Lemure ci confessò che della prima uscita era rimasto colpito dal fatto che sedute, le nostra gambette da chihuahua non toccavano terra, non sappiamo se ne fu schifato o intenerito, forse entrambe le cose)  Oppure ricordate quella sera di inizio primavera quando trafelata e con le gote arrossate dai primi tepori, vi aspettavo palpitante alla soglia del teatro e foste folgorato da quel malizioso corpetto che indossavo (quanto ho dovuto penare per sedurvi!) che scopriva lembi di pelle candida che non osavate immaginare neppure nei sogni più audaci? (ricorderete quando oramai disperate, facemmo l’ultimo tentativo, acquistammo un top costosissimo dalla scollatura così imbarazzante che avrebbero potuto denunciarci per atti osceni. Comunque sortimmo l’effetto di destare la sua attenzione, alleluja, e non fummo denunciate da alcuno)

Sorrido al pensiero di quando lessi con trepidazione il vostro messaggio, nel quale con il vostro abituale riserbo accennavate ad un invito nei miei confronti, esponendovi terribilmente, in quanto si dava il caso che l’invito cadesse nel giorno della settima che voi, scapolo impenitente, dedicavate a fare visita ai vostri amici presso il circolo; il cuore mi uscì dal torace, dovette prestarmi soccorso la mia amata sorella per evitare che cadessi vittima delle convulsioni a causa della constatazione che timidamente avanzò nella testolina confusa “ forse questo giovanotto tiene a me sopra di ogni cosa” (in realtà la cosa andò più o meno così” cazzo cazzo cazzo – verso nostra sorella -  “ vieni a leggere l’sms del Lemure, mi invita ad uscire sabato sera, hai capito? Sabato sera! si sta esponendo, ora svengo” e nostra sorella “volesse dio che finalmente ti scopa”)

Rammentate infine quando, arrivata l’estate, la stagione più crudele ma anche la più prodiga di promesse verso gli innamorati, trovaste il coraggio di uscire allo scoperto e, dopo avermi fatto dono di un manoscritto al quale tenevate particolarmente, mi deste il primo bacio? O forse fui io ad avvicinarmi al vostra caro volto con inaspettata sfrontatezza….. ma ora non mi sovviene, la memoria a volte si beffa di me. (in realtà gli saltammo addosso noi,  questa cosa già si sa).  

Tutto questo per dirvi che quei due anni trascorsi nella straordinaria follia che solo l’innamoramento può arrecare agli amanti, sospesi come sono nella incertezza che i loro sentimenti siano ricambiati, afflitti da patimenti, scossi da singhiozzi estemporanei e sconvolti dalla gioia improvvisa di cogliere, nel volto dell’amato, un inaspettato sguardo di affetto nei loro confronti, rappresenta il periodo più bello che ho mai vissuto (a dire il vero le nostre giornate trascorrevano in questa maniera: “ma tu che dici gli piacerò almeno un pochino, no, ma chi sto prendendo in giro, non gli piaccio, oh quanto lo odio,che coglionazza che sono” e la mangia uomini:” lo sai quello che penso,  per me quello è frocio”)

Non prendetemi per una sciocca e patetica fanciulla! E’ vero, ora  sono vostra moglie ma sappiate che il genere femminile è cosa ben più complessa di quanto voi possiate pensare. Non basta tenere fede ai doveri che il vostro ruolo esige, perché ricordate non vi è niente al mondo paragonabile alla devozione di una moglie e di ciò, spesso, i mariti non hanno alcuna idea o se ne dimenticano attratti dai piaceri facili e effimeri  del mondo, dimenticando che la gioia più grande risiede presso il focolare domestico.

La mia preghiera è quella che voi possiate dosare la vostra, pur encomiabile, ambizione all’amore supremo verso la creatura che più vi ama, che è la vostra adorabile moglie (vogliate perdonare la presunzione) volgendo lo sguardo ai momenti preziosi che ho rammentato in questa lettera, perché solo rivivendo la genuinità di quei sentimenti, il vostro e il mio cuore potranno riprendere a battere all’unisono.

Certa che voi possiate accogliere queste mie preghiere, vi saluto con tutto l’ardore di cui sono capace.

Vostra per sempre.

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mercoledì, 11 febbraio 2009
 

Primavera, estate, autunno, inverno ….e ancora primavera……

Tra gli amori sventurati e senza speranze che abbiamo collezionato nel corso della giovinezza, possiamo annoverare quello per il vietnamita.

Il vietnamita,  adottato ancora in fasce a Saigon da una benestante famiglia italiana, aveva la nostra età ed era particolarmente  devoto; lo conoscemmo infatti al gruppo “amici di San G” (già si è detto sulla assurdità di millantare un’amicizia con un santo ma credo che le stranezze che capitano durante l’adolescenza siano per lo più ineluttabili).

Nonostante riponesse assoluta fiducia verso la Chiesa (in effetti se non ci fossero stati i missionari se ne sarebbe stato sotto i bombardamenti al nepal) non era affatto uno sfigato affetto da acne postulosa e neanche un fascistello colto sulla via di Damasco (di questi tipi già ne parlammo) era bello, atletico  e allegro (l’allegria dopo tutto non è difetto). Aveva un carattere davvero amabile, non se la prendeva mai, neanche quando Giulieno, uno dei suoi migliori amici, (per intenderci quello del “mi devo godè mamma”) se ne usciva “il bello di andare in vacanza con il vietnamita è che quando ci si sveglia sembra di stare a letto con Kaori “ (quella delle sottilette, allora molto in voga).

Così fu che ce ne innamorammo perdutamente, prima folgorate dal fascino orientale, poi da lui come persona, tanto da non accorgerci più degli occhi strizzati all’insù che sembravano guardarti in furbesco e il colorito da cirrosi epatica che lo contraddistingueva, anzi ci perdevamo in fantasticherie come quella di dare alla luce un bimbetto che riunisse in sé il meglio dei tratti asiatici  e di quelli mediterranei.

Rammentiamo con nostalgia le domeniche scandite dalla messa e dalle conversazioni in cortile, le uscite del sabato sera quando il vietnamita ancora con il foglio rosa ci caricava in 6 nel macchinone del padre e ad ogni vigile che si incontrava, ci ingiungeva di abbassarci per non farci vedere; compito di Giulieno, riportarci alla ragione, facendoci notare “cretini se vi abbassate destate ancora più sospetto, vi ricordo che siamo in una BMW con un cinese alla guida”

Insomma le giornate scorrevano allegramente assieme alla compagnia di fancazzoni alle prese con gli esami di maturità, le cotte, gli scherzi e le feste a sorpresa. Il vietnamita era sempre gentile e premuroso nei nostri confronti, inducendoci a sperare che qualcosa potesse prima o poi succedere, intanto che quel qualcosa si palesasse, indulgevamo pigramente nella perniciosa abitudine di scrivere il suo nome su tutte le pagine del diario. Passò l’autunno, l’inverno e poi la primavera e qualcosa, in effetti,  successe: nella compagnia comparve Carolina, la perfida e mefistofelica Carolina.

Carolina era una parolina ma di quelle effettive. Ricordiamo infatti che ci si trovava all’inizio degli anni 90,  anche noi vestivamo alla pariolina (il look da zecca che avrebbe caratterizzato i tempi universitari era ancora lontano). Indossavamo infatti jeans closed, scarpe da ginnastica stan smith e camicetta a quadri da taglialegna (anticipo del grunge?)  ficcata dentro il pantalone (questo, a dire il vero, ultimo rimasuglio dei temibili anni 80) e giacchetto stretto in vita (pure a Ferragosto.. ma perché?). Dicevamo che Carolina era una vera pariolina perché, oltre a provenire da ambiente danaroso, aveva il viso tipicamente pariolino e cioè era castana con colpi di sole appena accennati, nasetto con piccola gobba (stile Martina Colombari), capelli lisci naturali trattenuti da cerchietto quando noi, dio ci perdoni, ce ne andavamo in giro con i capelli lavati a casa, gonfi da far invidia ad un abitante del Sahrawi; in effetti non avevamo ancora scoperto le gioie della piastra, aggeggio miracoloso che di lì a poco ci avrebbe accompagnato per tutti gli anni 90, regalandoci un look minimal chic caratteristico di quell’epoca.

Inutile dire che il vietnamita incominciò a flirtare con Carolina, sollecitando la nostra gelosia che esternavamo nella mura domestiche, dando capocciate contro il muro e sospirando sconsolate nell’ascolto di “buonanotte fiorellino” che il vietnamita ci aveva registrato sulla cassetta.

Finche non arrivò una sera, eravamo in macchina al ritorno del giro temerario con il foglietto rosa, prima di andare in garage, fece scendere la solita caterva di fancazzoni e ripartì solo con noi. Stavamo dietro come un cagnolino con la test penzolante, il cuore ci batteva forte e tutto intorno a noi vorticava. Spense la macchina ci disse “ M. ti devo dire una cosa (gli storici della vita di Ossimoro fanno risalire a tale episodio il primo tragico “M. ti devo dire una cosa” della sua esistenza) c’è Carolina alla quale piaccio, che dici dovrei mettermici? come la pensi? Silenzio……Cosa dire? Prima di raccontare quello che proferimmo,  dobbiamo dire che sospettammo che quella domanda fu per sondare; ci siamo infatti chieste per svariato tempo se la nostra risposta fosse stata diversa, cosa sarebbe potuto accadere.… un fermo immagine radicato nella memoria…. e invece ecco come ce ne uscimmo” ti ci devi mettere, è carina, dai”.  E così fu, stettero felicemente insieme per circa 6 anni e noi inevitabilmente li perdemmo di vista (o meglio cambiammo compagnia perché andarsene per pic nic e assistere a scene patetiche di loro che si rincorrevano per prati fu un colpo peggiore di quello che incassammo quando Brenda Walsh se ne andò dalla serie Beverly Hills 90210).

Abbiamo incontrato il vietnamita circa 5 di anni fa all’epoca della frequentazione di quel folle di Giulieno. Lo trovammo sempre cordiale e simpatico come lo ricordavamo, era assieme ad una ragazza molto simile a Carolina però con lo sguardo più dolce (che poco tempo fa, abbiamo saputo, è diventata sua moglie), di nascosto fissammo il suo volto, leggemmo sui suoi tratti gli anni che erano passati e ci sorprendemmo a pensare molto prosaicamente “ammazza quanto si è incinesito!”

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venerdì, 06 febbraio 2009
 

L'insostenibile fascino di certi misteri.

Ci sono due aspetti delle colleghe che ci procurano una sorta di fascinazione dove per fascinazione si intende l’attrazione verso fenomeni incomprensibili e lontano dalle nostre abitudini.

Il primo fenomeno è rappresentato dall’esistenza di un enorme network sociale che le unisce, infatti, oltre a frequentarsi fuori dall’ufficio,  hanno coinvolto in cene, viaggi, pic nic i loro amici e parenti fino a coprire la 6° generazione. A mensa assistiamo a dialoghi tipo “ salutaci il Mandrake “ che veniamo a scoprire essere  il simpaticissimo amico del fratello di una, oppure "oggi esco con tua cognata per farle vedere quel negozio". Hanno creato una comitiva enorme dove è arduo discernere chi è parente di chi, chi è collega  di chi ecc. Ma non è finita fanno le amicone con i mariti delle altre, se li fanno passare al telefono, ci scherzano, li cazziano, in vacanza si fanno fare foto (peraltro ambigue)  distese sul letto con l'altrui marito.

Pensare che, l’unica volta, che abbiamo interloquito direttamente con il marito di una nostra amica era per instaurare il seguente dialogo: Marito: “grazie per il regalo di nozze, è stato molto gradito” e noi “ prego sono contenta che lo hai gradito” e lui “ si lo abbiamo entrambi gradito, non dovevi “ e ancora noi: “ si che dovevo, sono contenta che è stato gradito” e così all’infinto. Invidiamo davvero questa scioltezza, questa modernità alla "signora mia", il sapersi adattare in qualsiasi situazione per spirito di gruppo, insomma la socialità all’ennesima potenza (per quanto ci riguarda con il carattere sociopatico che ci  ritroviamo al primo giorno  di vacanza a Marsa Alam barufferemmo con tutti: mariti, figlie, amici, suocere e con suocere) ma non è finita, c’è  il secondo mistero gaudioso, il mistero dei misteri, rappresentato dalla Farmacia.

Se al  liceo era abitudine delle ragazze recarsi in bagno in gruppo,  c’è un fenomeno analogo che accomuna le nostre colleghe ma che, a dire il vero,  crediamo essere in voga  in parecchi uffici della capitale ossia andare in Farmacia tutte assieme, in gruppi di 6/7 persone. Ciò ci sollecita il seguente interrogativo: “primo, perché quasi ogni giorno devono andare in Farmacia ( di quali patologie mai soffriranno), secondo, cosa ci vanno a fare tutte insieme e terzo, perché non invitano pure me”? Sebbene la Farmacia sia un posto piuttosto noioso (se si esclude il perdersi a rimirare i pacchetti di zigulì e leggere le finalità delle confezioni di preservativi) siamo davvero curiose, spesso ci immaginiamo nascoste dietro all’espositore delle forbicette e dei salva calli  a spiarle, perché per noi l'abitudine della Farmacia ha assunto il significato del rito di gruppo, della maturità raggiunta, dell’essere moglie, madre e compagna che immola la pausa pranzo per recarsi in Farmacia e assicurare alla famiglia generi per la sopravvivenza riuscendo a strappare anche sconti del 10% (noi neanche a Istanbul siamo riuscite a contrattare!)

Non sappiamo il perchè ma c'è sempre qualcosa di assolutamente banale ma per noi  irraggiungibile che caratterizza e rende speciali le nostre colleghe che poi è un punteruolo proprio vicino al nostro cuore.... l'immagine per esprimere questo piccolo fastidio è questa: loro volteggiano per l'aere senza attritto, senza sussulti, noi invece ci vediamo come un pupazzetto che si muove a scatti, che si gira, che torna indietro e inciampa. Ecco.

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giovedì, 05 febbraio 2009
 

Miss perfezione dà di matto ancora una volta.

Abbiamo già avuto modo di dire quanto Miss Perfezione sia isterica, comandina, pesante, pignola e insicura.

Ora si dà il caso che abbia dato alla luce un bimbo dolcissimo che dove lo metti sta con due occhi da bambi che ci fa sciogliere tutte. Naturalmente lei non è cambiata di una virgola, comanda tutto e tutti specie il povero marito: “ M. mi allacci la ciambella per l’allattamento, M. fai fare il rottino al bimbo, M. me lo sistemi sul grembo ecc.”

L’altro pomeriggio siamo andate a trovarla assieme al Lemure, recalcitrante più di un somaro, nonostante Miss Perfezione sostenga che il nostro fidanzato abbia un indole paterna spiccata. Più volte abbiamo cercato di dissuaderla dai pregiudizi postivi su di lui , ma non c’è niente da fare, dice di avere un istinto per queste cose, sembra che abbia letto negli occhi del Lemure commozione e tenerezza alla vista del suo pargolo (commozione probabilmente si, in quanto era stato letteralmente condotto fino a lì con la forza, costretto a rinunciare al pomeriggio fancazzone di lui in pigiama immerso nella lettura del 6° romanzo della saga di Asimov e cheppalle!).

L’incontro fin dall’inizio si è rivelato infelice, oltre a noi, c’era un collega di Miss Perfezione piuttosto incepponito e, inutile dire, che la conversazione  languiva terribilmente.

A peggiorare la situazione Miss Perfezione ostentava una finta scioltezza; noi stesse sappiamo  che quando si ostenta si fa peggio e infatti dopo un lungo silenzio:

Miss Perfezione:” non vi scandalizzate se allatto?”

I presenti: “ci mancherebbe, fai pure…”

Miss Perfezione:” no, perché io non mi imbarazzo affatto, forse vi potreste imbarazzare voi, ma io sono tranquilla, proprio tranquilla, siete sicuri che non vi imbarazzo perché altrimenti “

I presenti: “ma nooooooooo”

Miss Perfezione:” vabbè allora allatto, tiro giù il reggiseno se permettete, o scusatemi, si vede tutto,  M. mi metti il bambino in questa maniera, no aspetta, cosa stai facendo, mettimelo qua, raddrizzamelo, si sta innervosendo…povero cocco…è sempre buono ora invece è un diavoletto, perché è un diavoletto, la tua mamma cosa ti ha fatto, non me lo so proprio spiegare”.

Naturalmente le grandi manovre erano accompagnate da un silenzio di tomba agghiacciante (che se ci pensiamo ci si accappona ancora la pelle), poichè tutti  presenti erano fissi a guardare lei.

Ancora Miss Perfezione:  “o ecco si è sistemato, ora gli do la destra (n.d.O. la tetta), ma perché non mi si attacca, è la sua preferita, ora provo con la sinistra, M. mi aiuti a spostarlo, perché gli devo dare la sinistra, ma non vi scandalizzate vero, se tiro fuori la sinistra, parlate che vi ascolto”

Allora noi ” ma che bel bimbo ma guarda i piedini (gli afferriamo i piedini e inizia a piangere, dannazione!)” A quel punto disperate:” ma questa tutina con i gattini in quale negozio l’hai comprata? oh come mi piace” (ok la domanda più vana che la storia ricordi, tenuto conto che la tutina per neonati non rappresenta il genere di indumento che siamo solite indossare ma sfidiamo voi a risollevare quel momento agghiacciante).

Miss Perfezione assolutamente sorda a quello che gli si domandava “ neanche con la sinistra, ti prego mettimelo a destra, il cocco di mamma non prende il latte, eppure mi si attacca che è una meraviglia, chiamami Berta (la baby sitter) e intanto che arriva, fagli fare il ruttino che mi si  è innervosito e poi ridammelo,  aspetta che ti dò il bambino ma lo stai prendendo male (e poi rivolta ai presenti) ma vi sto annoiando, ditemelo, se vi state annoiando”.

Inutile dire che l’imbarazzo si tagliava con il coltello, specie da parte dei maschietti:il collega era teseco e guardava dritto avanti a sé come avesse ingoiato una scopa e il Lemure stava cercando di intavolare un dibattito senza successo sulle tragiche conseguenze che avrebbe recato l’arrivo del digitale in tv.

Dopo circa 20 minuti di quella andi rivieni, ciascuno dei presenti adducendo ad una scusa, si è dato a gambe levate (per quanto ci riguarda: “dobbiamo andare a cena da mia sorella, si, lo so sono solo le 5 del pomeriggio, ma preferisco prepararmi per tempo”) .Una volta per strada, il Lemure (che non commenta mai incontri e persone) per la prima volta manifesta un giudizio, dicendosi sollevato di esser scappato via e ingiungendoci che non lo dovevamo più portare a vedere scene del genere. In effetti non ho potuto dargli torto e siamo convenuti che le cose bisogna saperle fare, visto che avevamo avuto modo di assistere ad un atro allattamento, quello della compagna di un amico del Lemure, che con naturalezza e una buona dose di eleganza (però ci aveva le tette piccoline) in pizzeria zittiva il suo bimbo attaccandolo continuamente al seno (noi avremmo combinato un casino, già ci vedevamo con la tettona rigonfia di latte sbatterla a destra e manca nel tentativo di afferrare un supplì).

Ma non è finita, il giorno dopo è arrivata la tradizionale telefonata di Miss Perfezione che è solita fare per commentare gli incontri del giorno precedente e, nella la maggior parte delle volte, è finalizzata a farsi rassicurare. E pure in questo caso l’interrogatorio si è svolto in tal modo“ ma è stato  imbarazzante l’allattamento, no perché mi è sembrato di cogliere un po’ di imbarazzo, ho fatto male o bene? il Lemure come ha commentato, che ne pensa? La stessa domanda l’ho posta al  mio collega che mi ha rassicurato (si certo…..)  dicendomi però che gli era sembrato imbarazzato il giovane ragazzo che gli sedeva di fronte (il Lemure!!!)  ma io gli ho detto che il ragazzo al quale si riferiva, era più vecchio di lui di almeno di due anni, ma dicendomi  questo mi ha fatto preoccupare, ho davvero dato fastidio al Lemure, vi ho turbato,  eppure ho fatto una cosa così naturale….. (ecco a rigirar la frittata, alla fine i morbosi eravamo stati noi).

Noi volevamo dirle la verità è cioè che la sua isteria aveva reso innaturale ciò che è naturale ma non abbiamo avuto coraggio anche perché quando inizia a sottoporci ad interrogatori del genere sappiamo già dove vuole andare a parare, vuol sentirsi rassicurata e guai a contraddirla. Quindi divertita del fatto che il Lemure  è stato preso per un fanciullino che si era da poco affacciato ai misteri della vita, abbiamo annuito e la abbiamo rassicurata, certe in cuor nostro che, essendo isteriche e impedite quanto lei, mai ci azzarderemo, se dovesse capitare, ad allattare di fronte ad altri.

postato da ossimoro73 | 09:24 | commenti (15)


lunedì, 02 febbraio 2009
 

Sentirsi come Smerdjakov (avviso questo post potrebbe contenere tracce di spacconaggine)

 

Abbiamo già avuto modo di tediare i nostri lettori sul senso di inferiorità che ci accompagna dalle notte dei tempi. Tale sentimento è stato acuito dalla vita lavorativa che ha contribuito, non poco, a far precipitare l'auto stima ai minimi storici, specie quando mesi  fa (qualcuno lo ricorderà) uno dei capi, sempre imperturbabile, indispettito da un atteggiamento a faccia da cazzo da parte nostra, è sbottato facendoci capire che eravamo un ingranaggio insignificante e, per certi versi, fallato del grande sistema. Abbiamo ragione di credere che, di quella perdita di controllo, se ne sia pentito ma solo perché, andando fuori dai gangheri (vantiamo una formidabile capacità a indispettire la gente), ha sconfessato la sua proverbiale freddezza. Tra l'altro, credevamo che certi sorrisi rivolti verso di noi fossero un modo per recuperare il rapporto ma, su questo versante, siamo state disilluse, in quanto sembrerebbe che soffrirebbe di tic nervosi tra i quali  spicca il sorriso forzato, proprio quello che fa a noi ogni mattina. Ma non è questo il problema. Il problema per cui ci arrovelliamo è la stima che quest’uomo ascetico, impassibile, incarnazione della teoria weberiana del calvinista  che ritiene il lavoro un valore religioso, ripone verso sfrontate segretarie d'azienda diplomate ad Ardea con alle spalle una adolescenza trascorsa per metà con la cicca in bocca. In realtà neanche questo è il problema vero,  perché  l’interrogativo che ci assilla,  da persone obiettive e auto critiche quali siamo, è ancora più drammatico ed è il seguente “come è possibile che  fanciulle che considerano “il cacciatore di aquiloni" (il cacciatore di aquiloni!!!!)  come la lettura più impegnativa e ostica che abbiamo mai intrapreso possano darci una pista nel lavoro  e nella vita, raggiungendo vette di soddisfazione tra le quali emergono avanzamenti lavorativi con indennità avuti senza fatica e figli biondi particolarmente svegli e già leader all’asilo nido? Quando noi abbiamo avuto in quattro anni di lavoro un avanzamento ridicolo, per il  quale dovremmo pure ringraziare mettendoci a pecoroni? Per non  parlare poi del procreare.....per quanto ci riguarda già visualizziamo un bimbetto miope e sociopatico, dal naso di  barbabietola (al quale però vorremmo ugualmente bene, “core de mamma”) . E ancora: ma allora nella preparazione di una persona, non conta la curiosità intellettuale, il rispetto verso il prossimo, l’educazione,  i libri letti? Quando ci perdiamo in queste riflessioni amare e fosche, che ci fanno vergognare di noi stesse (perchè si è sempre ingenuamente pensato che l'invidia fosse un sentimento che non ci appartenesse) pensiamo ai  Fratelli Karamazov, della cui lettura oltre a ricordare il lezzo della putrefazione emanato dal cadavere del monaco ortodosso (abbiamo sempre avuto una memoria acuta per tutto ciò che è splatter), ricordiamo il personaggio di Smerdjakov: l’uomo del sottosuolo, che vive con rancore  la condizione frustrante di ultimo ed escluso. Ecco a volte ci sentiamo prriopio come lui, quando  invece la metà della nostra vita è stata spesa nell'intento di essere come il devoto e limpido Alesa il quale dice a se stesso:" voglio vivere per l'immortalità e non accetto nessun compromesso intermedio" (grazie Wikipedia!).

 

p.s. sull'illusione di sentirsi speciali e meravigliosi nel mondo, è espressamente consigliata la visione, oltre che la lettura, di Revolutionary Road.

postato da ossimoro73 | 09:17 | commenti (20)