Serenate
Venerdì sera: un vociare di gente sotto al balcone e all’improvviso la musica di una pianola come sottofondo ad una voce simile a quella di Renato Zero. Usciamo fuori con il vestitino da casa e ringraziamo Dio che abbiam messo le mutande, perché sotto a noi c’è una folla con macchine fotografiche e videocamere che sta immortalando quello che succede. Capiamo che sta per iniziare una serenata, quella che si fa alla vigilia del matrimonio, da un po’ di anni ritornata in voga anche in città. Sarà stato che in quel mentre eravamo impegnate a pittarci le unghie di un colore vistoso con il risultato di avere delle manuzze da burina e sarà che avevamo passato una giornata orribile al lavoro, trascorsa metà a piangere in bagno e metà a urlare contro la dirigente (per un cetriolo di rilevanti dimensioni) ammettiamo che la serata ci ha colpito al cuore, pur presentando tutte le caratteristiche per essere catalogata tra gli eventi kitsch dell’anno al pari della sagra della porchetta e del coregone. Innanzitutto diciamo che la ragazza alla quale era dedicata la serenata si è distinta per una tale scioltezza che sembrava aver fatto solo quello nella vita, dal balcone mandava baci a tutti, piangeva educatamente e ballava con una certa disinvoltura. Delle musiche, davvero struggenti, segnaliamo: "Come mai", "I migliori anni della nostra vita", "Ti sposerò perché" (che ci ha inumidito gli occhi), fino ad arrivare ai grandi classici “Ciumachella de Trastevere “ e “Lauretta mia” con tanto di rosa lanciata alla fine della canzone come da tradizione e di padre tutto paonazzo per le convulsioni del pianto (nostro papà in tale circostanza si sarebbe lasciato scappare l’espressione “hanno scannato lu puorco” che utilizza per definire atteggiamenti parossistici e carrambate varie). Quando poi la ragazza è scesa giù abbracciando amici e parenti e salutando tutti coloro che si erano affacciati dai palazzi circostanti, noi come delle paesane ci siamo avvicinate gli occhiali al naso per poterla meglio scorgere e non vorremmo dire ma ci è sembrata la ragazza “nemesi” intravista nella prima riunione condominiale. Perché la consideriamo la nostra nemesi (un po’ come, nei Simpson, il bimbo dal ciglione unito è la nemesi di Maggie)? Perché, in quella occasione, quanto lei era sciolta e conosceva tutti (compreso l’avvocato figo della scala C “carissimo che piacere vederti”), noi eravamo in un angoletto come un ciocco di legno che all’appello abbiamo risposto “presente” in tono grave e compito, pensando che di li a poco saremmo state presentate a tutta l‘assemblea e invece nulla, più invisibili del fantasma formaggino. Probabilmente se ci fosse stato un camino, qualcuno estremamente distratto ci avrebbe gettato nel fuoco tanto per far calore. Ammettiamo che aver osservato la ragazza e la sua estrema correttezza nei gesti e nei sentimenti ha ancora di più evidenzialo il nostro senso di inadeguatezza; nel corso della rappresentazione abbiamo infatti pensato che, se saremmo state noi al posto suo, al momento di gettare la rosa, ci saremmo protese in avanti con un po’ troppo entusiasmo e saremmo precipitate giù, sfracellandoci al suolo; la cosa più triste che il nostro ultimo pensiero non sarebbe stato: “che inaudita sventura è la vita” ma: “che figura di merdaaaaa”.
